Visioni dal Mondo – Festival internazionale del documentario a Milano

Fukushima: A Nuclear Story, regia di Matteo Gagliardi (2015 - Concorso Italiano)

Quello che per tanto tempo abbiamo chiamato cinema documentario è oggi ammesso in gara nei festival più importanti, in qualche caso persino  vincendo (ricordiamo Sacro GRA a Venezia 2013).  Destinatario più che in passato di investimenti produttivi e distributivi,  riesce sempre più spesso a giungere nei circuiti commerciali (anche se di solito per brevi teniture). Non stupisce dunque più di tanto che sorgano nuove vetrine, competitive e non, e occasioni di incontro e riflessione su questa forma espressiva che è oggi il terreno preferito dell’innovazione sia nel linguaggio che nei contenuti.

Ecco allora che a Milano, dove si è appena conclusa l’edizione n. 35 di “Filmmaker”, si inaugura un nuovo festival a vocazione internazionale dedicato in via esclusiva a ciò che  oggi indichiamo come   “cinema del reale”  e che infatti promette “Visioni dal mondo-Immagini dalla realtà”, come recita un po’ didascalicamente il suo nome. Sono visioni in gran parte inedite, scandite in un  programma di appena tre giornate – da venerdì 11 a domenica 13 dicembre – ma assai intenso  (tra anteprime in concorso, fuori concorso, eventi speciali), curato da Fabrizio Grosoli, con il sostegno di Rai Cinema e la collaborazione di numerose istituzioni, milanesi e non,  che per sede ha scelto un luogo simbolo della nuova Milano, l’”Unicredit Pavilion”  disegnato da Michele de Lucchi.

Le immagini annunciate – in particolare dal concorso rivolto ai giovani cineasti italiani (dodici opere in anteprima assoluta) – sono quelle della più drammatica realtà contemporanea. Raccontano storie di malattie, catastrofi,  povertà, ingiustizie: non a caso, sono in molti casi storie di migrazione. Un fenomeno del quale solo questo cinema sembra in grado oggi di cogliere, almeno in parte,  la complessità, nelle sue cause come negli  effetti,  in questo distinguendosi dai linguaggi sempre più globalizzati e omologati dei format informativi. Di questo dovrebbero discutere, domenica mattina, i partecipanti alla tavola rotonda “Le immagini del reale oggi, tra news, reportage e documentario”, condotta da Marco Bertozzi (insieme a registi come Andrea Segre, saranno presenti nomi di punta del giornalismo italiano, da De Bortoli alla Maggioni).

Della complessità “sistemica” del dramma dell’emigrazione contemporanea dà testimonianza un’opera di ampio respiro presentata sempre in anteprima,  ma fuori concorso: Esuli, un progetto (produce Clipper Media insieme a Rai Cinema) che ha impegnato per diversi anni Barbara Cupisti.  Dopo i drammi più personali raccontati da Madri (2007), Vietato sognare (2008), Io sono. Storie di schiavitù (2011) la regista torna qua a comporre un emozionante trittico (Le guerre,Tibet,  L’ambiente, i titoli delle tre parti) per raccontare gli “esuli del terzo millennio”, quasi sessanta milioni di persone alla fine del 2014 secondo i dati UNHCR. A uomini e donne in fuga, spesso precipitosa,  da conflitti sanguinosi e dai fondamentalismi  ideologici o  religiosi, si aggiunge un numero crescente di profughi da catastrofi naturali e da quei “conflitti ambientali” derivanti da  progetti di sfruttamento e depauperamento delle risorse naturali che, in nome dello “sviluppo economico”, sacrificano l’ambiente e i diritti delle popolazioni locali, quasi sempre le comunità povere e le popolazioni indigene. Processi in cui sono coinvolte più di 2.000 imprese e istituzioni finanziarie, inclusi molti soggetti statali dei Paesi sviluppati e dei Paesi a economia emergente, che determinano, oltre a inquinamenti di ogni tipo,  lo sgombero forzato d’intere comunità, la perdita dei loro mezzi di sussistenza. ecc.

Se le guerre generano morte ed esilio, cambiano per sempre la vita anche di chi resta e di chi sopravvive.  Ancora fuori concorso, ne La linea sottile, due filmmaker, la croata  Nina Mimica e l’italiana  Paola Sangiovanni, incrociano i loro punti di vista e quelli dei loro testimoni,  intrecciando le storie di violenza da due guerre degli anni ’90: la Bosnia di Bakira e la Somalia  di Michele, un ex soldato italiano di una missione internazionale di pace.

Come la terza parte del film della Cupisti (Esuli-L’ambiente) e La Linea sottile, ha ottenuto il patrocinio della Sezione italiana di Amnesty International anche una terza opera a regia femminile, questa volta selezionata in concorso: si tratta di Redemption Song di Cristina Mantis che (sulle note della celebre canzone di Bob Marley) rovescia la nostra prospettiva sui migranti attraverso il  viaggio a ritroso del protagonista (e co-sceneggiatore) Aboubakar Cissoko, profugo di guerra, originario della Guinea,  che decide di tornare nella sua terra a mostrare il documentario alla sua gente perché si risvegli e combatta per mantenere l’identità culturale e sociale, fermando l’emorragia della sua “meglio gioventù” verso i “falsi paradisi” dell’Occidente.

Le storie dei migranti  spingono tanti nostri filmmaker al viaggio, quasi a volerne condividere l’esperienza comune e fondativa, e per ricordarci di quando emigranti e “stranieri” eravamo noi. Così Nicola Moruzzi, pronipote di Angelo Conte,  emigrato italiano morto nel 1913 durante la costruzione di un tunnel ferroviario, con Revelstoke, un bacio nel vento, arriva in Canada per scoprire la tomba dove il bisnonno è sepolto e, soprattutto, il senso delle proprie origini.  Vito Robbiani, in Stella ciao incontra Silvio,  emigrante in Svizzera di origine sarda,  che gestisce lo “Stella dʼOro”, ristorante con camere costruito più di 100 anni fa sulle sponde elvetiche del Lago Maggiore e che da qualche tempo ospita molti extracomunitari richiedenti asilo e le loro storie (ma è prossimo ad essere demolito per fare posto ad un nuovo complesso residenziale).

I  sogni e gli incubi dei viaggi dei migranti, gli approdi come i naufragi,  si ripetono uguali nel tempo e nello spazio. Per dimostrarlo,  Valentina Ferrandes con il suo corto Other Than Our Sea si serve di frammenti di letteratura, immagini di classici del cinema etnografico, estratti manipolati di cinegiornali. Invece, Flaminia Lubin con Yalla! New Media and Peace (“Yalla! I nuovi media e la pace”) esplora il mondo del web e dei social media per capire, nel confronto con i media tradizionali,  se anche essi alimentano pregiudizi e rancori o se possono dar vita a una cultura diversa, orientata alla pace e all’accettazione dell’altro.

Dal canto suo Niccolò Bruna con Pequeñas Mentiras Piadosas (“Piccole bugie pietose”) scopre la Cuba del 2013, anno della riforma migratoria, le contraddizioni, ma anche la dignità di un  popolo e la straordinaria forza delle sue donne, incarnate dalla figura di Lourdes, che dal suo povero ufficio dà consulenza ai suoi concittadini sui trucchi utili per ottenere il visto Usa.

Tra gli eventi speciali e gli omaggi resi dal Festival a cineasti italiani ci piace ricordare quelli che più direttamente gettano un ponte tra passato e presente ruotando  attorno ai temi fondanti  della memoria collettiva, dell’educazione e del lavoro. In primo luogo,  Gianni Amelio,  che inaugurerà il festival con una masterclass (condotta da Tatti Sanguineti) e presenterà in anteprima Registro di classe, libro secondo (1968-2000), la seconda parte (ultimata, con uno sforzo straordinario, proprio per il Festival) di un importante  viaggio (firmato da Amelio insieme a Cecilia Pagliarani) nella scuola primaria ma che racconta al tempo stesso la storia del nostro Paese attraverso le voci dei diretti protagonisti: insegnanti, bambini e genitori di ogni parte d’Italia, tra aspettative e delusioni. A Milano si vedrà anche il Libro primo (1900-1960) dell’opera (e si parla di una parte finale che dovrebbe raccontare le evoluzioni della scuola italiana in questo scorcio del XXI secolo).

Il lavoro, e il senso che esso ha nella costruzione dell’identità personale e sociale, è al centro di alcuni film inclusi in una sezione che ricorda l’impegno produttivo di Rai Cinema nel campo del documentario. Oltre a Triangle (2014) con il quale  Costanza Quatriglio ha messo in risonanza la tragedia del rogo newyorchese del 1911 dove moriranno 146 lavoratrici tessili con il crollo di Barletta, un secolo dopo, di un maglificio clandestino, “Visioni dal mondo” dedica un meritato omaggio a Massimo D’Anolfi e Martina Parenti , con la proiezione dei loro tre ultimi importanti documentari : Il castello (2011), Materia oscura (2013), e L’infinita fabbrica del Duomo (2015).

Infine, un’altra anteprima molto attesa è The Swedish Theory Of Love (“La Teoria Svedese dell’Amore) del regista italo-svedese  Erik Gandini (Videocracy) che terrà anche una masterclass. Un film. che ci parla di una società molto individualista ma percorsa da un senso di  fragilità e solitudine,  si conclude  con una intervista inedita al sociologo Zygmunt Bauman.

Visioni dal Mondo – Immagini dalla realtà
Festival del Documentario – Milano
11 – 13 Dicembre 2015
UniCredit Pavillon (area porta Nuova)

http://www.visionidalmondo.it/