Venuto al mondo un film di

La quarta regia di Sergio Castellitto conferma la sua bravura sia con gli attori che con la narrazione di storie non certo facili. Ma in veste di sceneggiatore, forse condizionato da avere come unica collaboratrice Margaret Mazzantini, moglie nonché autrice del romanzo, evidenzia l’incapacità di donare continuativamente ritmi cinematografici a quanto racconta. Forse, se si fosse sacrificato parte del romanzo puntando l’attenzione su meno personaggi, il risultato sarebbe stato diverso. Perché proprio nell’abbondanza di vicende che si intersecano, colpi di scena che alla fine fiaccano l’interesse, identità non approfondite come meritavano sta il limite di un film di oltre due ore. Le 600 e passa pagine del libro permettevano di meglio sviluppare ogni figura, ogni vicenda, di rendere tutto funzionale per il risultato finale. Nella trasposizione cinematografica troppe sono le cose appena accennate ed anche alcuni tra i personaggi principali sembrano delineati in maniera troppo epidermica.

Il mimo, il musicista, lo scultore e via di seguito sono volti senz’anima e storia, ma di tanti altri si inizia a raccontare senza fornire una specifica valenza drammaturgica. Ad esempio, manca di completezza il personaggio del padre di Gemma pur presenza continuativa di questa storia, presente da protagonista nelle varie età della figlia.

Secondo adattamento di un libro di Margaret Mazzantini, dopo Non ti muovere del 2004, seconda volta per Penelope Cruz che è presente anche come produttrice. La sua interpretazione, pur donando vigore al film, per certi versi lo condiziona. Infatti, il personaggio tende ad offuscare le altre figure che rischiano di non attrarre nemmeno l’attenzione.Oltretutto, anche la scelta degli altri interpreti, o forse quanto a loro richiesto dalla sceneggiatura, non appare particolarmente azzeccata.

Partiamo da Pietro Castellitto. Nella pur mediocre commedia di Lucio Pellegrini E’ Nata una Star? con i ‘genitori’ Rocco Papaleo e Luciana Littizzetto sveva disegnato un gradevole adolescente che per una particolare caratteristica fisica lavorava nei video porno. Qui, chewing-gum nervosamente masticato per dare la sensazione del suo disagio, le lunghe zone d’ombra in cui lui forse gira per la città, la ragazza che appare a sorpresa alla fine e che quasi da fidanzatina gli dà il suo account su Facebook. Nulla del dramma di un ragazzo che non ha conosciuto il padre, solo una frase in cui afferma di riconoscere come unico padre l’attuale marito della madre, un ufficiale dei Carabinieri interpretato da Sergio Castellitto.

Anche questa figura è quantomeno solo abbozzata: accoglie la Cruz quando nel 1992 torna su di un aereo militare da Sarajevo col figlioletto e lo ritroviamo come comprensivo marito 20 anni dopo che incita la moglie a tornare in Bosnia dove rincontrerà un amico con cui forse aveva avuto una liaison. Non solo, non cerca di sapere cosa fa la moglie anche quando lei si nega al telefono.

Diego, il fotografo squattrinato ed eternamente felice, saltella come un adolescente privo di limiti. E’ vero, si fa delle canne, beve, si drogava ma non per questo deve essere in una situazione di eterna euforia. Addirittura, è sempre sopra le righe anche dopo i vari aborti di Gemma, senza mai dimostrare un attimo di vero dolore. Anche il suo arrivo in moto a Roma a casa della donna, complice il padre di lei che non gradiva il primo marito della figlia, e l’inizio di questo grande amore è più imposto al pubblico che spiegato. Ad interpretarlo Emile Hirsch proveniente da un’ottima performance nel ruolo da coprotagonista in Killer Joe: qui sembra un’altro attore, sicuramente meno bravo.

La scelta sull’attore televisivo di Sarajevo Adnan Haskovic, anche interprete del recentissimo e valido thriller Body Complete, nel ruolo di Gojco poteva essere corretta se l’invecchiamento da lui subito fosse stato fatto accettabilmente. Ventotto anni, sembra quarantenne quando siamo nel 1984, un ragazzo con barba e cappelli ingrigiti nel 2012. Il suo è un personaggio importante, poeta squattrinato che accoglie come autista la studiosa italiana che vuole conoscere l’opera di grande poeta bosniaco e la inserisce nel suo clan di amici facendole conoscere Diego e, ai giorni nostri, svelandole drammatici segreti. Comunque, anche qui poco ha una logica, tutto è più detto che fatto veramente capire.

La turca Saadet Aksoy ha il compito di dare credibilità ad Aska, una trombettista che vive fuori dai canoni tradizionali. Suona, è applaudita, viene presentata da Gojco alla coppia nel 1992. Si propone come cicogna poiché Gemma è sterile e lei è la vera madre di Pietro, il figlio di Gemma. Accetta di cedere il bimbo a cui si è ormai affezionata, ma le rimane nel cuore. Pochi passaggi ma, tutto sommato, il suo personaggio appare più completo.
Gemma vive dell’interpretazione, nel bene e nel male, di Penelope Cruz che accetta anche il nudo pur di dare la giusta forza al personaggio. Brava, bravissima, ma forse troppo solista per essere completamente utile al film.

Castellitto ha affermato in una intervista di avere usato il linguaggio del melodramma per fare scaturire la vera natura del film concentrandosi su alcuni momenti di vita di ogni personaggio che li identifica meglio. Sicuramente questo era nelle sue intenzioni, ma probabilmente non nel risultato finale. Per lui è stata una scelta evitare i momenti di collegamento tra i vari personaggi e i momenti della storia. Ne prendo atto ma questo non è il Castellitto regista che abbiamo imparato ad amare nei suoi tre precedenti film.

Qui si pasce come regista di continuativi primi piani che cercano di scovare il dolore o la gioia dai volti degli interpreti e di verbosi dialoghi come sceneggiatore. Peccato, un vero peccato.

TRAMA

Gemma lascia alle spalle Roma per tornare col figlio Pietro a Sarajevo, dove il ragazzo era nato diciannove anni prima. L’occasione è una mostra fotografica sulla guerra in Bosnia in cui sono proposte anche opere del marito Diego, padre del ragazzo. Il giovane scalpita, vorrebbe essere in Sardegna con gli amici ma, soprattutto, non vuole sapere nulla di quel padre che non ha conosciuto, della vita segreta della madre. Vengono accolti da Gojco, il poeta ed amico della donna, e inizia l’alternarsi dei ricordi prima nella Sarajevo delle Olimpiadi invernali del 1984, poi nel 1992 della guerra per arrivare ai giorni nostri. Ricorda con dolore che lei, sterile, aveva accettato che Diego incinta bella musicista che si prestava come cicogna, delle brutture della guerra, degli attimi felici vissuti da lei ventenne o poco più con la strampallata compagnia del poeta, del suo grande amore per Diego. Ma la attende anche una crudele verità.