A Máquina Infernal

Interno fabbrica. C’è un operaio che lavora a una macchina industriale. Succede qualcosa. Nei fotogrammi successivi vediamo i suoi vestiti, come reperti di una scena del crimine, e la copia del certificato di morte: utilizzo della macchina senza protezione, insomma un incidente sul lavoro. Ma non è esatto. Inizia così A Máquina Infernal, film brasiliano, cortometraggio di 30 minuti girato da Francis Vogner Dos Reis, esordio del giovane regista già critico e programmatore al festival di Tiradentes. Un film passato a Locarno nella sezione Pardi di domani, ora presentato in anteprima italiana al Lago Film Fest (22-30 luglio a Revine Lago, Treviso), il festival internazionale di cortometraggi indipendenti giunto alla diciottesima edizione, che nel corso del tempo sta acquistando un’identità sempre più nitida e definita, anche aprendosi al cinema di genere.

A Máquina Infernal è infatti un horror. “A tale about the apocalypse of working class”, lo definiva il Festival di Locarno: un racconto sull’apocalisse della classe operaia. E c’è di più. Nei primi minuti troviamo la macchina in questione che emette strani rumori, come fossero segnali radio: in realtà è la sua voce, potremmo dire, una sorta di lamento che diventa anche masticazione, perché l’ingranaggio si nutre metaforicamente dei lavoratori. La fabbrica sta chiudendo, i capi sono in dismissione e neanche si vedono: gli uomini e donne che vi operano si riuniscono, protestano e cercano di non farsi licenziare. Tra questi i principali sono Sarah (Carolina Castanho) e Djalma (Glauber Amaral). Mentre parlano del triste futuro, la macchina continua a far rumore, a far sentire la sua voce.

Poi lo scenario diviene un po’ più chiaro perché un giovane, mentre esegue le ultime manovre, viene colpito da convulsioni. La macchina lancia le sue parti come fossero lame, oggetti contundenti, e ferisce gli operai chiarendo ulteriormente la situazione: non sono incidenti, è proprio l’azione della macchina infernale che forse si ribella furiosamente alla chiusura, forse vuole “finire” gli operai già disoccupati dando loro il colpo di grazia. Lo fa in modo diretto, facendoli fuori, ma anche attraverso una modalità più simbolica e quasi esoterica, ossia inducendo in loro delle reazioni come crisi epilettiche: la fabbrica dunque, e la macchina, sono uno stato mentale.

Senza scomodare The Mangler di Tobe Hooper (sottotitolo italiano: La macchina infernale, guarda caso), c’era stato il portoghese A Fábrica de Nada di Pedro Pinho del 2017, che raccontava una delocalizzazione con i lavoratori che restano lì, in fabbrica, fermi alle loro postazioni senza più fare niente. La lingua è la stessa, il portoghese, qui siamo in Brasile ma si tira il medesimo filo: quello della modernità problematica di un Paese che chiude i propri impianti diventando un cimitero industriale. Gira a dovere Vogner Dos Reis, gestisce i chiaroscuri del racconto e non disdegna le trovate di genere più stereotipiche (come gli occhi bianchi) facendole vivere naturalmente nel tessuto: nell’arco di mezz’ora traccia una metafora potente, con la macchina che possiede le persone letteralmente, ovvero ne prende possesso, le infesta, perché appunto il lavoro ti possiede. Fino all’esplosione finale. Che è il rogo della classe operaia, come detto, qui non declamato attraverso un messaggio sociale, non enunciato da qualcuno nel film, ma scritto nei caratteri dell’horror che sono ancora più spaventosi. [EMANUELE DI NICOLA]