Una vita – Une vie un film di

Normandia, primo Ottocento. Jeanne è l’unica figlia dei baroni Le Perthuis des Vauds. Dopo gli studi in un collegio religioso, torna a vivere nella residenza di famiglia in campagna. Presto incontra il giovane visconte Julien de Lamare, di cui si invaghisce e che in breve sposerà con il consenso degli affettuosi genitori, che lo accolgono nella propria casa consapevoli della precarietà della sua situazione finanziaria.

Tuttavia le illusioni romantiche dell’ingenua e graziosa ragazza vengono spazzate via repentinamente e bruscamente: il marito si rivela ben presto un uomo avido, indifferente e soprattutto ostinatamente infedele. Quando la cameriera Rosalie – amica e sorella di latte di Jeanne – resta incinta, ammette la sua relazione con il visconte, precedente perfino al matrimonio. E dopo di lei sarà la volta della bella vicina di casa Gilberte,  che – di nuovo – Jeanne aveva creduto un’amica fidata.

Alla cronica infelicità causata da un matrimonio fatto di cinismo e menzogne, si aggiungerà in seguito la disperazione per il comportamento irresponsabile dell’unico figlio che Jeanne ha avuto da Julien. Sarà lui, dopo la morte del padre, a vessare la donna con continue ed esorbitanti richieste di denaro, fino a farle dilapidare impunemente l’ingente patrimonio di famiglia.

Il film di Brizé è una radiografia del dolore, della disillusione, dell’amarezza inconsolabile di una donna che tuttavia non sceglie mai apertamente di lottare, di difendersi dall’egoismo spietato chi le è accanto, di opporsi a quello che sembra a tutti gli effetti un destino nefasto. Soprattutto però Jeanne è una donna sola, che unicamente nella comunione con la natura sembra trovare di volta in volta le vibrazioni che si accordano al suo sentire: dalla dolcezza della primavera, sempre associata ai momenti in cui il sentimento tra i due sposi appare sincero e pieno di promesse, ai successivi inverni rigidi e bui, in cui la veemenza impietosa delle onde che si abbattono sulla scogliera – dove Jeanne è solita passeggiare – fa eco al suo insormontabile smarrimento.

La forza del film – e del romanzo omonimo di Guy de Maupassant da cui è tratto – è il presupposto che ne è alla base: la volontà di rintracciare la tragedia non nel singolo evento sconvolgente o inaspettato, ma in un lentissimo e silenzioso logorio quotidiano.

Lo spazio domestico – casa e giardino – da cui l’occhio della macchina da presa si allontana raramente, è il palcoscenico dell’inevitabile demolizione interiore di Jeanne, dopo essere stato, seppure brevemente, la cornice di un quadretto familiare più o meno autenticamente sereno (la vita con i genitori, prima del matrimonio). Brizè resta costantemente addosso alla sua protagonista, prigioniera dei suoi stessi sentimenti, soffocata da una vita coniugale asfissiante in cui tutto avviene all’insegna della freddezza e dell’inganno.

Il regista ci regala un campionario di volti ma, come a sottolineare l’imponderabilità di certi meccanismi emotivi e psicologici, spesso indugia sulle spalle e sulle nuche dei protagonisti, quasi volesse restare un passo indietro rispetto al dramma che si sta consumando. Il visconte de Lamare in particolare – descritto efficacemente nella sua sgradevolezza – sembra voler sfuggire continuamente dall’inquadratura, quasi a celare il proprio viso per occultare di fatto quell’interiorità misera e gretta che la povera Jeanne dovrà scoprire il più tardi possibile.

Non solo un credibile e puntuale ritratto femminile, Una vita è un film che unisce alla corposità della materia trattata l’impeccabilità e la raffinatezza dell’accurata ricerca estetico-linguistica, potendo peraltro vantare una perfetta aderenza degli interpreti ai ruoli.

Trama

Francia, primo Ottocento. Jeanne, figlia unica dei baroni Le Perthuis des Vauds, sposa un giovane visconte decaduto che viene accolto benevolmente nella casa paterna di lei. L’uomo si rivela presto avido, bugiardo e infedele. A Jeanne non restano che la delusione e il tormento, non solo a causa di un matrimonio frustrante ma anche per via di un figlio che – una volta cresciuto – si rivelerà per certi aspetti peggiore di suo padre.