Un Oscar non fa primavera

Toni Servillo in un'inquadratura de La grande bellezza (regia di Paolo Sorrentino - 2013

Pubblichiamo l’editoriale del Presidente SNCCI Franco Montini che aprirà il numero 73 di CineCritica (versione cartacea)

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Mentre, grazie a Paolo Sorrentino e a La grande bellezza, il cinema italiano celebra orgogliosamente la conquista di un prestigioso riconoscimento che mancava da molti, troppi anni, si sta concludendo una stagione piuttosto deludente per ciò che riguarda la produzione d’autore. L’Oscar di Sorrentino rischia di far dimenticare che, salvo rarissime eccezioni, un esempio per tutti Il capitale umano di Paolo Virzì, i film proposti negli ultimi mesi dai nostri autori più noti e già affermati sono risultati complessivamente modesti. I motivi vanno ricercati nell’eccessiva ripetitività delle formule produttive; nella scarsa propensione a rischiare e stupire; nell’incapacità a cogliere gli stimoli più provocatori offerti dalla realtà quotidiana.

Tutto ciò sembra confermare che il cinema italiano come movimento culturale unitario non esiste più: esistono casi isolati legati a singoli film, che, come accaduto con La grande bellezza, possono anche arrivare ad ottenere un successo planetario e diventare oggetto di svariate analisi e riflessioni, che sconfinano oltre gli aspetti strettamente cinematografici. Indipendentemente dal giudizio critico che se ne può dare, il film di Sorrentino ha avuto il grande merito di riportare il cinema al centro del dibattito culturale, suscitando le attenzioni dei media, cosa che non accadeva da anni. Salvo che tutto si è bruciato ed esaurito molto rapidamente, senza lasciare tracce, né favorire l’avvio di alcun circolo virtuoso a livello di pratiche cinematografiche.

Un vero peccato perché, pur in una situazione complicata, esasperata dalla generale crisi economica del paese, sul fronte degli esordi, a dimostrazione dell’esistenza di un diffuso talento, nell’ultimo anno si sono segnalate opere prime di grande interesse: alcune esplicitamente legate ad un cinema più drammatico e d’autore, altre capaci di mescolare qualità e spettacolo, assecondando le richieste del pubblico ma senza cedimenti al gusto più corrivo. L’elenco dei più recenti esordi meritevoli d’attenzione, che si aggiungono alla lista dei giovani registi segnalati negli speciali pubblicati negli ultimi tre numeri di “Cinecritica”, è quanto mai corposo: Miele di Valeria Golino; Salvo di Fabio Grassedonia e Antonio Piazza; Via Castellana Bandiera di Emma Dante; Zoran il mio nipote scemo di Matteo Oleotto; La mafia uccide solo d’estate di Pif; Spaghetti story di Ciro De Caro; Il sud è niente di Fabio Mollo; Smetto quando voglio di Sydney Sibilla. E’ decisamente sorprendente che, nel breve volgere di dodici mesi, si siano potuti contare tanti esordi così interessanti, oltre che molto diversi per genere, modalità produttive, messa in scena e linguaggio. Dal pauperismo, che tuttavia non si trasforma in povertà narrativa di un film, Spaghetti story, quasi autoprodotto da regista, attori e tecnici; al coraggioso ed imprevedibile accostamento di ironica finzione e drammatica documentazione storica proposto da La mafia uccide solo d’estate; all’impianto strutturalmente più tradizionale, ma di forte impatto emotivo di Miele. In contrapposizione con una certa stanchezza notata nella produzione recente dei registi italiani più noti, colpisce la freschezza e il desiderio di novità proposto dai giovani autori.

Ma se un paio degli esordi citati hanno ottenuto anche un imprevisto, autentico successo, gli altri film sono stati condannati ad una visibilità di nicchia e impossibilitati, per ragioni distributive, ad ottenere più di tanto, indipendentemente dal gradimento suscitato. In molti casi il percorso commerciale di un film, ammesso che riesca a trovare un distributore, è predeterminato prima ancora dell’uscita in sala, a prescindere dalla risposta del pubblico. Ma soprattutto ci si chiede: quando il gruppo degli apprezzati esordienti citati potranno realizzare un secondo film per dimostrare e confermare il proprio talento? Alle spalle di tutti gli esordi appena ricordati, indistintamente dal genere e dalla consistenza dei budget, ci sono storie produttive lunghe, difficili, complicate, a volte risolte solo grazie all’insolito intervento di partner stranieri lungimiranti. Un sistema cinematografico efficiente dovrebbe mettere gli autori più interessanti nelle condizioni di affrontare rapidamente una nuova prova, cosa che da noi è pura utopia. In questo modo accade spesso che i talenti si disperdano, perché le potenzialità creative degli autori vengono impiegate ad affrontare e risolvere prosaici problemi produttivi. Si spiega così perché, molto spesso, a tanti promettenti esordi non seguano opere altrettanto valide e il cinema italiano stenti a realizzare un ricambio generazionale quanto mai auspicabile.

Queste riflessioni vogliono essere anche un invito al neoministro dei Beni e delle Attività Culturali Dario Franceschini ad affrontare concretamente tutta una serie di irrisolti nodi strutturali per permettere al cinema italiano di decollare e sfruttare le potenzialità dei talenti a disposizione. Come già sottolineato dal Sncci, dopo anni di assenze, incomprensioni, palesi ostilità, con il governo Letta cinema e politica erano tornati a dialogare. Il precedente responsabile del dicastero dei Beni Culturali si era dimostrato attento e disponibile ad ascoltare le richieste di produttori ed autori. Al ministro Franceschini, che ha confermato questa disponibilità, chiediamo ciò che il suo predecessore non è riuscito a realizzare: trasformare la dichiarata disponibilità in fatti concreti.