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Tra il Kong di Jackson e il mostro di Cronenberg

cronenberg-ahistoryofviolenceLa Bestia deve morire, questo è certo. E non c’è occasione migliore delle Feste – le Feste di Natale e inizio d’Anno Nuovo, poi, hanno particolare significato, per il cinema italiano, corrispondendo per tradizione all’apice dell’afflusso spettatoriale in sala – perché si possa fare la Festa alla Bestia.
Così avviene per il neo-kolossal King Kong di Peter Jackson. Così avviene per l’anti-kolossal A History of Violence di David Cronenberg. Ma in due modi del tutto speculari, come vedremo. In due modi che, così ci pare, rappresentano due poli del (cine, ma non solo)pensiero. Rappresentano sia in maniera archetipica due visioni-del-mondo e due modi-di-pensare presenti in quell’altromondo che è il mondocinema. Sia, in maniera assolutamente attuale, due visioni-del-mondo in opposizione proprio oggi, proprio in questa società qui, dunque non solo nella storia del cinema contemporaneo.

jackson-kingkongIn King Kong, la Bestia è divisa dalla Bella. Non si tratta d’un film catastrofico, checché se ne dica, ma al contrario: nel film vige il principio della conferma delle divisioni, l’impedimento di un capovolgimento (katastrophé) delle stesse. Il film, in sostanza, raccontava già nel 1933 (per la regia di Merian C. Cooper), così come ri-raccontava già nel re-make del 1976 (per la regia di John Guillermin), e dunque ri-re-racconta ancor oggi di un tentativo illusorio di riunione, in realtà di un desiderio di riunirsi per prendersi le misure e per meglio tenere le distanze.
Il desiderio impellente d’avvicinarsi al regno di cui Kong è the King. Il desiderio di fare innamorare la Bestia di sé, in modo da poterla definitivamente distinguere da sé e ingabbiarla in un’essenza etichettata come altra. Il desiderio di sedurre la Bestia, di innalzarla al (gratta)cielo, certo, per meglio farla cadere.
L’anziana attrice Fay Wray, originale interprete del personaggio di Ann Darrow nella pellicola del 1933, idolatrata / inseguita / rintracciata dal regista Peter Jackson (forse era lei, l’autentica Bestia da scovare?), era stata alla fine convinta a pronunciare le parole conclusive del ri-re-make di King-Peter-Jackson-Kong: «È stata la Bella che ha ucciso la Bestia». È stata l’età – 96 anni – a uccidere Fay Wray, in uno dei primi giorni d’agosto del 2004. La battuta conclusiva del film, così, è toccata a Jack Black. E Peter Jackson ha deciso che il suo Kong è «dedicated to the memory of Fay Wray».

In A History of Violence, al contrario, la Bestia convive con la Bella senza confortevoli divisioni. Per di più, la Bestia vive fra di noi credendo di essere accettata dalla Bella poiché – si direbbe – non assomiglia così tanto ad una Bestia: crede persino di aver rinunciato al suo status di Bestia (al suo passato violento, come scopriremo) e di avere sposato con un certo successo, e una certa credibilità squisitamente attoriale, l’agognato status di cittadino-modello, un modello non solo statunitense.
Ma si tratta di un film catastrofico, etimologicamente parlando: un microevento (una rapina nella caffetteria in cui lavora la Bestia, alias il protagonista del film, Tom Stall) fa sì che vi sia una katastrophé familiare. E ora, ecco che la Bella guarda con occhi diversi suo marito Tom. Com’è possibile, che si sia difeso in maniera così efficiente, così violenta, dalla tentata rapina nel negozio? Com’è possibile, che il suo essere improvvisamente «Un eroe americano!», come urlato dalla tv su ogni mensola, stia rivelando una sua essenza passata / mai-passata di Bestia? E com’è possibile, soprattutto, che alcuni neri malfattori, non solo oscuramente conosciuti ma finanche oscuramente apparentati col marito Tom (ed è davvero questo, il suo nome?), stiano ora venendo a cercarlo, attirati da quel microevento presunto eroico e dalla seguente pubblicità massmediatica?
La Bella, la cui vita è ora capovolta, ha solo due possibilità, tertium non datur. Dividersi dalla Bestia, punto. O riconoscere un po’ di Bestia in sé, e un po’ di Bella nella Bestia. (La Bestia sotto la pelle?, per fare il verso ad uno dei primi film di David Cronenberg, The Shivers / Il demone sotto la pelle, 1975). Cronenberg, da sempre interessato / attratto / ossessionato dai processi di metamorfosi, là dove le metamorfosi fisiche ed esteriori sono evidenti metafore delle metamorfosi interiori ed intrapsichiche, sceglie con A History of Violence di raccontare la migliore delle metamorfosi, a nostro dire. Ovvero il lento processo di cambiamento che consiste nell’integrazione di parti scisse – Bestia non più da una parte, Bella non più dall’altra – in un unico corpo-persona-personaggio-famiglia-corposociale.
Poscritto. Nella (multi)sala in cui, nel periodo delle festività natalizie 2005, proiettavano il ben poco natalizio A History of Violence, il 90% degli spettatori erano andati a vedere Cronenberg soltanto perché nella (multi)sala a fianco il multinatalizio King Kong faceva il tutto esaurito.
Reazioni catastrofiche. Urla in sala. Risate scomposte e difensive. La colonna sonora off e live confermava la qualità più autenticamente perturbante della pellicola di Cronenberg. Mentre negli stessi giorni, stessa (multi)sala a fianco, King Kong veniva invece visto nel più confortante ed ipnotico silenzio.
Meglio non andarlo a vedere, per carità, un autentico film di katastrophé com’è A History of Violence. Meglio un catastro-fake, un catastrofico-fasullo com’è il King Kong di Jackson. Almeno là, com’è d’uso dal 1933, le cose tentano di restare ben divise, in un modo tranquillo e soprattutto tranquillizzante. Che la Bestia possa morire, com’è tradizione festiva, per favore. Che nessuno osi vederla integrata fra tutti noi.