The Hateful Eight un film di

Quentin Tarantino ha giurato ai milioni di fan che, una volta arrivato a scrivere e dirigere il decimo dei suoi film, abbandonerà il cinema per dedicarsi alla scrittura di narrativa e ad altre attività più o meno lontane da quanto ha a che vedere con l’universo della celluloide. Anche se solo il futuro prossimo venturo potrà smentire o confermare quella che tutti sperano solo sia una boutade da scaltro auto-marketing, per ora è bene godersi questo suo ottavo lungometraggio (o forse ottavo e mezzo se si tiene in conto l’episodio L’uomo di Hollywood contenuto nel collettivo Four Rooms e se si accetta che il dittico di Kill Bill vada considerato come un unico titolo suddiviso in due capitoli).

A tre anni di distanza da Django Unchained e per la prima volta all’interno di una folgorante carriera già costellata da pietre miliari che hanno rivoluzionato il modo di fare cinema negli ultimi vent’anni, con The Hateful Eight Tarantino torna a sfornare un film di genere — il western rivisitato in chiave pulp e vagamente condito da ingredienti splatter innestati però su una struttura da giallo da camera chiusa — sfruttandone i canoni e le tipologie consolidate per affrontare un discorso complesso e allo stesso tempo organico sulla realtà dei nostri giorni e sulle contraddizioni che ne rendono spesso invivibile la quotidianità ordinaria.

Anche se siamo in un’epoca di pochi anni successiva alla fine del bagno di sangue che va sotto il nome di Guerra di Secessione americana e gli otto (più uno, destinato però a comparire solo nell’ultimo capitolo del film) personaggi detestabili del titolo sono elementi paradigmatici di quel mondo segnato dalla violenza e dal sopruso, fin dai primi contrasti dialettici che contrappongono due di essi lo spettatore si rende immediatamente conto che Tarantino si serve delle strutture e dei «tipi» canonici del western per parlare in maniera allusiva e a tratti allegorica dei contrasti e della violenza esasperata che contraddistingue l’America di oggi.

Un paese nel quale il regista non ha avuto timore a prendere posizione manifestando il proprio sconcerto di fronte ai reiterati episodi di repressione scellerata da parte della polizia ai danni delle comunità di colore ma soprattutto ai numerosi casi di brutali esecuzioni di giovani neri messe in opera da agenti di pubblica sicurezza in nome di una supposta protezione della collettività perbene. Esposizioni che sono costate a Tarantino impopolarità proprio presso le forze di polizia i cui potenti sindacati hanno promesso ritorsioni e azioni di boicottaggio ai danni dei film di un autore che a loro detta sarebbe un simbolo della contraddizione di una certa intellighenzia targata USA proprio perché fa della violenza uno dei paradigmi vincenti del proprio cinema e poi la condanna a parole.

Se di film «politico» si tratta (come anche il suo autore ha più di una volta confermato nelle tante interviste in cui ha dovuto rispondere a precise domande in materia), non si deve però pensare che la riflessione di Tarantino si limiti a un uso strumentale del western per parlare della violenza dei giorni nostri. Al centro della sua analisi c’è infatti qualcosa di più complesso e articolato. E cioè l’idea — confermata dal periodo in cui il film è ambientato — che le contraddizioni e la naturale propensione alla violenza da parte dell’individuo americano siano figlie di quella funesta Guerra di Secessione, madre matrigna di ogni forma di barbarie che due secoli di civiltà ed esercizio democratico non sembrano state in grado di eradicare dal DNA di una nazione.

Ma The Hateful Eight è anche un omaggio sincero e spassionato al western, genere-feticcio che Tarantino da sempre considera la summa riassuntiva di tutti i generi cinematografici e che ha rappresentato fin dai primi anni della sua onnivora cinefilia adolescenziale la palestra estetica in cui il cui questo teppista di genio ha allenato la propria creatività attingendo poi da adulto a piene mani ai vari sottogeneri (primo fra tutti il da lui adorato spaghetti-western all’italiana) per costruire le storie di violenza cerebrale che fanno da spina dorsale a tutti i suoi film

Che sia un omaggio non solo al grande western a stelle e strisce  (sia esso quello classico delle origini che alcune sue derivazioni quali quella crepuscolare degli anni ’70 o la variante parodica di casa nostra giunta spesso a insospettabili vertici di complessa sintesi concettuale) ma anche a un certo cinema del glorioso passato lo si capisce da una serie di elementi che tradiscono in maniera evidente le intenzioni del suo autore funzionando come spie d’allarme per chi si avventuri in un’analisi del variegato tessuto di quest’opera dalle mille facce.

La prima cosa che salta inevitabilmente all’occhio è la presenza di tutti i «tipi» e le situazioni canoniche del western di ogni tempo. E cioè «caratteri» archetipici ormai cristallizzati dalla tradizione come nei canovacci della Commedia dell’Arte: lo sceriffo corrotto, il becchino, i cacciatori di taglie, la fuorilegge spietata, il bandito messicano, il cowboy misterioso, il mandriano, ma ovviamente anche l’ex-ufficiale sudista imbevuto di razzismo di maniera e l’ex-combattente di colore dell’esercito opposto, a sua volta inquinato da uno spirito egualitarista di maniera (come rivelerà poi ammettendo la falsità di una lettera di Abraham Lincoln che per tutto il film sbandiera invece come un riconoscimento alla rettitudine della propria scelta da parte del più illuminato e democratico dei Presidenti USA).

Per chi non avesse capito l’antifona c’è poi la colonna sonora a denunciare in modo diretto le intenzioni di Tarantino: dopo averne venerato da sempre le musiche scritte poco meno di 50 anni orsono per i cult del western «de noiantri» e anche averne saccheggiato la sterminata produzione negli score di alcuni suoi film (vedansi soprattutto i due pezzi scippati per Kill Bill e gli otto per Bastardi senza gloria), per The Hateful Eight Tarantino ha finalmente potuto avere tutto per sé Ennio Morricone, che è qui tornato a scrivere una struggente sinfonia western a 40 di distanza dal suo ultimo lavoro nel campo (Un genio, due compari, un pollo di Damiano Damiani).

Che il film sia un tributo al passato glorioso del cinema americano e non lo dimostra però anche una coraggiosa scelta tecnica fatta da Tarantino: feroce oppositore di ogni forma di contaminazione digitale, l’autore di Pulp Fiction ha praticamente costretto la quasi ormai fallita Kodak a rimettere in produzione l’obsoleta pellicola in formato 65 mm. Se poi questo non fosse bastato, ha imposto alla produzione di girare nel formato ultra Panavision, soluzione questa che in passato è stata adottata non più di una dozzina di volte (una delle quali, guarda caso, per realizzare una pietra miliare del cinema western quale il collettivo La conquista del West).

Come in ogni film di Tarantino, anche in questa sua ottava fatica è sconsigliabile anticipare a chi ancora non lo abbia visto gli snodi più importanti delle sceneggiatura nonché la serie di colpi di scena a catena che ne caratterizzano la seconda parte delle tre ore e due minuti di durata. Senza entrare però nel merito, non si può non sottolineare come The Hateful Eight presenti tutti gli elementi tipici che da anni hanno reso una miscela unica e non paragonabile ad alcunché di simile sul mercato ogni lungometraggio di questo talento senza briglie ed estraneo a qualsivoglia forma di catalogazione possibile.

Come in quasi ogni altro suo film, anche qui si è messi di fronte a una durata fluviale che ha però il pregio di non annoiare mai (non ostante le lunghe tirate oratorie messe in bocca a quasi tutti gli otto bastardi senza gloria che si confrontano nel gelo desolato di un emporio tra le montagne inospitali del Wyoming dove una bufera di neve li costringe a pernottare portandoli però a un confronto diretto destinato a disvelare la propria vera identità prima di un epico bagno di sangue finale, a sua volta divenuto ormai uno dei tanti elementi formali che costituiscono il brand creativo del cinema «tarantinesque»).

Anche qui come altrove abbiamo una struttura a capitoli (a conferma di quale e quanta sia per Tarantino l’egemonia della scrittura sulla sua semplice trasposizione in immagini) che divide la sceneggiatura in cinque blocchi compatti corrispondenti ad altrettanti atti di una tragedia appena accennata nel primo di essi. Ma soprattutto non manca il procedere a zig zag nel tempo con continui flash-back e flash-forward (l’ultimo dei quali — nel «capitolo finale» — porta lo spettatore a capire finalmente chi siano davvero i nove detestabili odiatori del titolo e per quale motivo abbiano tanta voglia di scannarsi a vicenda).

Non mancano poi nemmeno sia le contaminazioni di generi (altro cavallo di battaglia del regista di Knoxville) che le tradizionali citazioni interne con cui Tarantino è solito infarcire il proprio cinema logorroico e volutamente barocco. Se qui però abbondano quelle ai grandi western e a quelli di Sergio Leone, Duccio Tessari e Sergio Corbucci, va detto che è impossibile non pensare a Le iene. Soprattutto per quanto riguarda la struttura del racconto col confronto diretto tra personaggi asfitticamente relegati in uno spazio chiuso e l’esemplarità archetipica che ciascuno dei nove odiosi rappresenta.

Come successo a ben pochi altri autori attivi in questi anni, grazie a un esiguo numero di titoli divenuti in breve tempo elementi di culto planetario, Tarantino è ormai arrivato a poter contare su un livello tale di potere contrattuale (pur vivendo di fatto ai margini del mainstream hollywoodiano) da avere a propria disposizione non solo una serie di «senatori» fedelissimi al suo fianco fin dai tempi de Le iene, ma addirittura di poter contare su chiunque decida di voler assoldare anche solo per un cameo di pochi minuti.

Alla categoria dei primi appartengono a pieno titolo Tim Roth (qui carnefice presunto della città dove i due bounty killer stanno andando a incassare il riscatto dei propri ricercati con taglia sul capestro), Michael Madsen (il cowboy misterioso che spiazza tutti e strappa una risata in sala dicendo di essere da quelle parti perché deciso a fare visita alla madre in occasione del Natale imminente), Samuel L. Jackson (il maggiore dell’esercito nordista con in tasca la lettera di Lincoln), Bruce Dern (il generale sudista imbevuto di razzismo di maniera) ma anche Walton Gogglis (che qui fa lo sceriffo e che in Django Unchained era l’allenatore di Mandingo).

Accanto a loro compaiono delle importanti new entry: si va dal redivivo Kurt Russell (il cacciatore di taglie violento e sboccato che sta portando al patibolo una criminale non meno avvezza al turpiloquio), a Jennifer Jason Lee (che interpreta proprio quel personaggio di banditessa che solo nel finale disvela la propria intima natura dopo essere stata malmenata e ridotta a una maschera di sangue senza denti), passando per il messicano Demián Bichir (che qui ha il ruolo di un ambiguo vaquero ma che ha già bazzicato l’entourage tarantiniano avendo lavorato in Machete Kills del «gemello» Robert Rodriguez) per arrivare fino a Channing Tatum il quale appare per pochi minuti trascinandosi dietro con sé una citazione di Bastardi senza gloria.

Per il pubblico italiano — che farà comunque fatica a capire cosa voglia veramente dire il titolo vista l’ambiguità del termine «hateful» che in inglese può indicare sia qualcuno animato da odio viscerale per i propri simili che l’oggetto di un sentimento di avversione — il film risulterà però mutilato in una delle sue componenti più interessanti. Arrivando doppiato nelle sale, gli spettatori di casa nostra non potranno godere delle diversità di accenti che caratterizzano tutti i nove odiosi (ivi inclusa la forte coloritura britannica di Tim Roth, motivata da ragioni interne di sceneggiatura) e che aggiungono un elemento connotativo in più a un’opera nella quale anche il modo in cui i personaggi si esprimono denuncia la volontà dell’autore di parlare di tutto un paese senza escludere nessuno dalla sua critica alla barbarie che dilaga.

Trama

Pochi anni dopo la fine della Guerra di Secessione, otto personaggi che non hanno apparentemente nulla a che spartire gli uni con gli altri sono costretti da una bufera di neve a trovare riparo all’interno di un emporio perso tra le montagne inospitali del Wyoming. Col passare delle ore ciascuno di essi rivelerà la propria autentica natura in un crescendo di violenza esasperata destinato a sfociare in un regolamento di conti all’ultimo sangue che non lascerà in vita nessuno.