Suffragette un film di

Anche se non proprio giovanissima, prima di Suffragette, la regista londinese Sarah Gavron, figlia di un noto  imprenditore e uomo politico, curriculum di  buoni studi di letteratura e cinema e un esperienza  in BBC, aveva al suo attivo, oltre a un bizzarro documentario su una comunità del circolo polare, solo la regia di Brick Line, . storia melodrammatica tratta da un best-seller e ambientata ai giorni nostri nella comunità anglo-indiana della multietnica arteria dell’East London.

Otto anni dopo – con questo film che dopo aver inaugurato il Torino Film Festival esce ora in sala con tempismo da marketing  per la  rituale ricorrenza della “festa della donna”- la Gavron torna ancora a Brick Lane (e in tanti altri posti della capitale, compreso, per la prima volta, il Parlamento di Westminster)  ma questa volta l’orologio segna il 1912 e  la via è ancora una tipica zona proletaria. Nell’Inghilterra  imperiale una ricca borghesia che ha ormai consolidato i profitti della rivoluzione industriale e dello sfruttamento delle colonie reputa irrilevanti i diritti dei lavoratori, tantomeno quelli delle lavoratrici, come la protagonista Maud che da quando è nata lavora (come già la madre)  in una lavanderia con orari da schiava e dove lei e tutte le altre operaie sono esposte, potremmo dire da contratto,  alle vessazioni e ai capricci, anche sessuali, dei datori di lavoro.

Ma se i venti di guerra che già incombono sulla vicina ma lontana (allora come ora) Europa non sono forse nemmeno percepiti, un certo malcontento deve covare in seno alla società se è vero che le vetrine dei negozi borghesi del centro vengono prese a sassate in pieno giorno. In effetti,  già da alcuni anni  la Women’s Social and Political Union fondata nel 1903 da  una leader carismatica come Emmeline Pankhurst aveva deciso, visto che le rivendicazioni restavano ignorate  dalle autorità e dai media del tempo,  di  abbandonare i metodi non violenti  per una strategia che contemplava anche  l’uso della violenza contro la proprietà privata (in particolare contro i simboli delle classi dominanti maschili, dai campi di golf o di cricket ai templi del nascente consumismo),  mai però contro le persone. Peccato che le polizie si accanirono contro di loro in una feroce opera di repressione, fuori e dentro le carceri, senza operare particolari distinzioni con immetodi usati verso i terroristi maschi (ad esempio quelli del già ben diffuso separatismo irlandese).

Nonostante il crescente successo che il cinema biografico, sia di finzione che documentario,  registra ormai da molto tempo né Hollywood né tantomeno il cinema indipendente europeo  avevano ancora raccontato la storia di queste donne determinate e coraggiose che, antesignane dei movimenti femministe,  sacrificarono tutto e misero in gioco la loro stessa vita per affermare il diritto di voto e con esso il riconoscimento dell’ identità sociale  e politica della donna (fu solo con la prima guerra mondiale e con il  decisivo  sostegno delle donne allo sforzo bellico che quel ruolo iniziò in molti paesi europei ad essere riconosciuto, ma, almeno in Italia, si sarebbe dovuto aspettare la fine del secondo conflitto e la liberazione dal nazifascismo, ovvero il 1946,  per mettere in pratica questo diritto fondamentale).

Suffragette ha di certo il merito di colmare questo vuoto, anche se i risultati  sono in chiaroscuro. La regista chiama ancora a sè come sceneggiatrice Abi Morgan, che dopo Brick Lane aveva firmato, tra gli altri, i pregevoli script di The Iron Lady e Shame. Insieme sviluppano l’intuizione, sulla carta assai interessante,  di un personaggio centrale di finzione che  fosse una donna comune, un’umile operaia. Questo personaggio viene poi  inserito in una cornice narrativa di vicende e riferimenti reali a incrociare una serie di figure storiche del tempo.

Dal canto suo, la produzione ingaggia un cast di tutto rilievo nei ruoli principali:  da Carey Mulligan (la protagonista  Maud), che dopo la memorabile interpretazione in An Education (2010), si presta con convinzione al ruolo (ma vista di recente in diversi film mostra a nostro avviso una gamma espressiva un po’ limitata),  alla sempre impeccabile Helena Bonham che è la farmacista borghese e pasionaria  Edith (evocando il personaggio reale di Edith Garrud, una donna gallese di bassa staturea che insegno le arti marziali alle sue compagne per aiutarle a difendersi dalla polizia),  da  Anne Marie Duff (la sua collega Violet già impegnata attivamente nella causa) a Natalie Press (che interpreta Emily Wilding Davison,  la donna che si gettò per protesta davanti  al cavallo di Re Giorgio V durante il Derby di Epsom il 4 giugno 1913), sino al personaggio della Pankhurst ormai in clandestinità affidato a un cameo dell’iconica Meryl Sreep. Può sembrare strano ma il film riesce però meglio a nostro personale avviso a cogliere sfumature complesse  nei ritratti dei personaggi maschili, dal  marito di Maud (Ben Whishaw) a quello dell’ispettore Stted (notevole l’interpretazione assai ricca di sfaccettature di Brendan Gleeson). A riprova dell’impegno produttivo è anche la mirabile ricostruzione dei costumi e delle scenografie dell’epoca (compreso un vero  bus del 1912).

Sicuramente Suffragette raggiunge il suo obiettivo di contrastare  la visione stereotipata – all’epoca artatamente alimentata dagli oppositori-  che vedeva le suffragette, appellativo di per sé sarcastico,  come donne aristocratiche  o alto borghesi annoiate e in cerca di emozioni forti e offre  attraverso le sue primattrici uno spaccato  più aderente al vero di un movimento  interclassista e che avrebbe fatto proseliti anche presso le comunità delle donne  lavoratrici del tempo (mentre negli stessi anni, sull’altra sponda dell’oceano, le donne lavoratrici clandestine bruciavano vive negli incendi delle fabbriche come ci ha ricordato di recente Triangle di Costanza Quatriglio)

Sullo schermo, peraltro’, mentre la fotografia di Edu Grau distende una patina che alterna alle fredde e livide tonalità di grigio degli esterni quelle più calde e color seppia degli interni, creando a tratti  un’atmosfera da dagherrotipo un po’ dickensiano,  è proprio la centralità narrativa dell’ “eroina”  Maud che rischia di occupare troppo spazio,  enfatizzando ad esempio il cotè drammatico dell’ambiente  familiare.

Altrettanto ambigua sul piano specificamente narrativo, ma comunque opportuna al fine di stimolare riflessione e dibattito, è quel restare sospeso tra gli stilemi di genere del dramma storico in costume e una dimensione  più atemporale che chiaramente lancia messaggi sui temi caldi della contemporaneità. E se la farmacista Edith invita ad “arrivare a tutti i costi ai mezzi di comunicazione”, il film spiega chiaramente l’utilizzo delle   prime misure di controllo fotografico occulto di cittadini da parte di autorità statuali. Da questa prospettiva, la vicenda delle suffragettes segnò uno dei primi laboratori sul campo di quella  “società della sorveglianza” che, forgiata  da due  guerre planetarie e dai continui conflitti sociali del XX secolo da un lato e dall’altro dagli inarrestabili sviluppi delle tecnologia , appare oggi, nel mondo dei Big Data e della connessione 24/7,  in tutta la sua forza pervasiva e incontrollata.

TRAMA

Il film  ripercorre la storia delle militanti del primissimo movimento femminista, donne costrette ad agire clandestinamente per condurre la lotta per il riconoscimento del diritto di voto. Radicalizzando i loro metodi e facendo ricorso alla violenza come unica via verso il cambiamento, queste donne sono disposte a perdere tutto nella loro battaglia per l’eguaglianza: il lavoro, la famiglia, i figli e la vita. Un tempo anche Maud è stata una di queste militanti. La storia della sua lotta per la dignità è al tempo stesso struggente e di grande ispirazione.