Sole cuore amore un film di

Una musica dolce che può cullarci ma anche, improvvisamente, ferirci, seguendo il ritmo diseguale e i sobbalzi di un vecchio vagone della metro o  di un bus che nonostante la moderna carrozzeria sussulta e va in panne, forse per scarsa manutenzione. Tra sonorità jazz e blues,  Stefano di Battista (alla sua prima colonna sonora cinematografica e con partecipazioni d’eccezione, da Enrico Rava a Fabrizio Bosso) interpreta bene il mood del nuovo film di Daniele Vicari, che è poi il mood della sua protagonista Eli, eroina sua malgrado di un “on the road” compulsivo  tra mezzi sotterranei e di superficie nell’Italia di oggi, quella dove il lavoro (quando c’è) è sempre più precario e pendolare.

Da pendolare,  la vita di Eli  è una costante ripetizione di gesti,  tempi, luoghi, eppure resta sempre incerta, come sospesa: tra l’affermazione di sé come donna (in fondo ancora giovane e attraente) e il rimpianto per le strade abbandonate, tra i piccoli sogni  e i grandi vincoli del quotidiano, tra periferia e metropoli, puntualità e ritardi causa imprevisti, nel lungo viaggio  tra  la sua abitazione sul litorale di Torvajanica e il bar al Tuscolano dove ha trovato impiego  a tempo pieno, anzi pienissimo.  Sveglia alle 4.30, rientro alle 22, quattro  ore al giorno almeno tra bus e due linee della metro, dal lunedi al sabato (la domenica ‘solo’ sino alle 13 ), per 800 euro al mese rigorosamente in nero. uatttQuatrQQ Quattro  figli, di cui uno neonato, un marito disoccupato che cucina e fa il “mammo”, il cuore che fa le bizze, ma senza dimenticare mai di sorridere ai clienti del bar, fissi e occasionali, in una tensione al  “servizio” che non perde mai un colpo in efficienza e simpatia, contagiose anche per la sua collega meno esperta e per giunta non italiana.

Poche attrici avrebbero saputo rendere credibile – ma vi riesce, eccome, una Isabella Ragonese qua in stato di grazia,  straordinaria nella naturalezza assoluta che ogni suo gesto o battuta esprime –  un personaggio che potrebbe sembrare decisamente  ‘caricato’.  Salvo a scoprire che quella di Eli ricalca quasi in toto la tragica vicenda di Isabella Viola, trentaquattrenne, madre di quattro figli,  “morta di lavoro” a Roma, un fatto di cronaca nel novembre 2012 rapidamente archiviato (come i tanti altri casi simili di donne e madri uccise dalla stanchezza in fabbrica o nelle campagne del caporalato). Del resto, lo sguardo di Vicari è da tempo allenato al documentario narrativo (oltre che a cogliere, come in questo caso, le suggestioni provenienti da un laboratorio con i giovani attori della scuola Volontè da lui diretta).

Allo stesso modo credibile appare lo spaccato della nostra società che questa Roma sfuggente e poco riconoscibile –  se non nella dimensione reale e metaforica a un tempo di un bar di quartiere –  offre allo spettatore, e poi nella folla che maschera le solitudini, nella violenza che regola le relazioni tra uomini e donne, padroni e sottoposti, nei razzismi istintivi dei borghesi piccoli e medi. Più di altri questa umanità multiforme e interclassista ha il volto ambiguo di Nicola, il gestore del bar (un ottimo Francesco Acquaroli), sempre chino a contare i suoi soldi e a monetizzare i minuti di ritardo che Eli accumula per colpa dei mezzi pubblici, finto “amicone” e anche “piagnone”, pronto però a negare, inflessibile, ogni diritto alle sue dipendenti. Ma la legge del mercato (specie del lavoro in nero), con la sua guerra tra i poveri perennemente sullo sfondo rendono continuo il ricatto e un lusso i diritti, in primo luogo quello di poter curare la propria salute. Ed è pur vero che il personaggio di Nicola è al tempo stesso carnefice e vittima: l’ideologia del “lavoro totale” analizzata oggi dai sociologi,  insieme alla rincorsa al “24/7”,  rende schiavi e ruba il sonno e il riposo (a favore, s’intende di produttività e consumo) non solo ai subordinati ma anche ai piccoli e piccolissimi imprenditori.

Alla storia portante di Eli e delle sue difficoltà lavorative e familiari (in primo luogo la relazione, che resta comunque solida, con il marito, interpretato da Francesco Montanari)  la sceneggiatura intreccia il rapporto tra la donna e Vale  che vive nello stesso condominio, è la sua migliore amica, praticamente una sorella, e si esibisce nelle discoteche in performance di danza astratte e sensuali (Eva Grieco, nella vita danzatrice e coreografa, qui al suo primo compiuto ruolo al cinema, dopo quello, ancora ragazzina, nella “Marianna Ucria” di Roberto Faenza). Scopriamo così che anche Eli ballava, ma poi aveva mollato tutto e adesso le vite delle due amiche si sfiorano o si incrociano, a orari invertiti,  sottocasa o sul pianerottolo. A sua volta, Vale coltiva sentimenti di amore e odio sia per Bianca, una performer più giovane sua compagna di lavoro,  che per la madre che frequenta di rado. Secondo il regista l’eccesso di adesione alla “tragicità del quotidiano” avrebbe rischiato di essere “osceno”. Ma queste altre piste narrative vengono esplorate solo in parte e rischiano, a nostro avviso,  di depotenziare il fulcro della vicenda principale che proprio dalla sua ossessiva ripetitività e dalla ordinaria crudezza dei dati esistenziali assicura al film la sua forza emozionale e di denuncia di una condizione sociale assai diffusa.

Quanto agli aspetti tecnici, sicuramente il film rivela una cura formale di gran lunga superiore alla media nostrana. Oltre alla già citata colonna sonora  (cui si aggiungono le sonorità elettroniche di Vittorio Faggioni) e al fluido e preciso montaggio di Benni Atria,  la fotografia di Gherardo Gossi valorizza quella che il regista ha definito  la “linea del rosso” (il cappotto di Eli, gli arredi della metro) offerta dalle scene e dai costumi, e trova anche sorprendenti riflessi nella notte e nelle albe dove vagano come “migranti economici” i nostri autoctoni commuters. Le buone scelte di casting aiutano a realizzare un film davvero intimo, come era nelle intenzioni del suo autore, che usa dialoghi non artefatti (cosa per nulla comune nel cinema italiano), fatti di parole semplici ed essenziali, come quelle del titolo (il ritornello di una canzonetta che fu un tormentone dell’estate 2001).  Compone, soprattutto, una sommessa e drammatica elegia filmica sul lavoro delle donne, le quali, come un secolo fa, lottano più degli uomini per il pane, ma vorrebbero, ancora, pure le rose.

TRAMA

Una amicizia tra due giovani donne in una città bella e dura come Roma e il suo immenso interland. Due donne che hanno fatto scelte molto diverse nella vita: Eli ha quattro figli, un marito disoccupato e un lavoro difficile da raggiungere; Vale invece è sola, è una danzatrice e performer, e trae sostentamento dal lavoro nelle discoteche. Legate da un affetto profondo, da una vera e propria sorellanza, le duedonne sono mondi solo apparentemente diversi, in realtà sono due facce della stessa medaglia, ma la solidarietà reciproca non sempre basta a lenire le difficoltà materiali della loro vita.