Sogni proibiti. Il festival Cannes nell’era Lescure

Frame tratto da "Dheepan", regia di Jacques Audiard. Palma d'oro per il Miglior Film - Cannes 2015

Mentre impazzano articoli e i social network rilanciano impressioni a caldo, invettive, esultanze e rimostranze sulle scelte della giuria capitanata dai fratelli Coen, la sessantottesima edizione del Festival di Cannes va in archivio. Sessantotto, come l’anno in cui il festival venne interrotto dalle proteste studentesche con l’avallo di un gruppo di cineasti, costringendo l’allora delegato generale Robert Favre Le Bret ad alzare bandiera bianca chiudendo anticipatamente la manifestazione. Di quegli istanti di riottosa sovrapposizione tra il mondo del cinema e la società civile non è rimasta che qualche scoria ancora oggi in vita (tra tutte, la Quinzaine des réalisateurs, che nacque proprio dall’aria di rivoluzione del maggio francese), e a testimoniarlo è in fin dei conti proprio l’edizione 2015, la prima sotto l’egida, in qualità di presidente, di Pierre Lescure.

Senza entrare nei meriti delle scelte dei Coen e del resto della giuria, insindacabili e destinate solo ad alimentare un’oziosa bagarre tra chi ha deciso di prender le parti di un film o di un altro, il Festival di Cannes ha fatto emergere, durante le due settimane o poco meno di durata, una linea politica netta, in parziale controtendenza rispetto al passato recente. Dopotutto il cambio della guardia tra Gilles Jacob e Pierre Lescure non poteva fermarsi a un mero passaggio di consegne: se Jacob rappresentava, anche agli occhi degli addetti ai lavori, il baluardo (per quanto non esente da zone d’ombra) della cinefilia, Lescure segna per la prima volta un mélange tra le necessità artistiche del festival e quelle economiche. Il Festival di Cannes è una macchina economica che rilancia (e produce, attraverso il lavoro del marché) l’immaginario cinematografico, lo certifica, assegnando un marchio di qualità – variabile – riconoscibile in tutto il mondo. Lescure, fondatore di Canal+ e vicino alle posizioni del presidente Hollande (lontani i tempi in cui il festival prendeva posizione contro André Malraux e la decisione di rimuovere dal proprio incarico Henri Langlois…), è sembrato da subito più interessato agli sponsor che ai titoli in gara, utilizzando il termine “novità” per una cerimonia di chiusura più spettacolare, con tanto di canti e balli, e non per il nuovo che avanza nel panorama della settima arte.

Di quest’ultimo, a dirla tutta, non è sembrato preoccuparsi particolarmente neanche Thierry Frémaux. A dispetto del giudizio sulle scelte della giuria, sono quelle operate in fase di selezione a segnare in maniera incontrovertibile la direzione che ha deciso di prendere il festival. L’invasione francese della Croisette, con ben cinque film a concorrere per la Palma d’Oro, era stato lo squillo di tromba iniziale. Al di là del dato strettamente numerico (a Venezia nessun direttore rischierebbe una scelta simile, pena la defenestrazione mediatica), i singoli titoli appaiono più puntuali della più ligia delle punteggiature. Stephane Brizé, Maïwenn, Valérie Donzelli, Guillaume Nicloux, nomi di secondo piano tesi a sottendere la più enunciata delle ipotesi: il cinema francese è rinato, e deve tornare a occupare il centro del proscenio europeo e internazionale. Solo Jacques Audiard, unica reale Palma possibile in questa cerchia, “difendeva” gli interessi del cinema del passato più o meno recente, pur rappresentando una posizione istituzionale rispetto agli anarchismi (estetici o produttivi) di Philippe Garrel e Arnaud Desplechin, non a caso abbandonati al loro destino alla Quinzaine. Frémaux ha composto un programma fin troppo matematico: nessuna eversione è stata accettata nel concorso, dominato solo da nomi riconosciuti, eccezion fatta per l’esordiente László Nemes, cresciuto in ogni caso all’ombra della Cinéfondation e di Béla Tarr. Arroccato sulle proprie posizioni, il delegato generale ha sposato una supposta linea a favore del cinema “popolare” ignorandone i confini, apparentemente incapace di leggere il mondo che lo circonda. Anche i tre orientali del concorso, che hanno segnato alcune delle poche vette esaltanti (Hou Hsiao-hsien con The Assassin, Jia Zhangke con Mountains May Depart e Hirokazu Kore-eda con Our Little Sister) sono delle solide certezze sulla Croisette. Con Un certain regard in cui è stato relegato tutto ciò che non si riusciva a maneggiare o giungeva da zone del terzo mondo (cinematografico), il festival ha mostrato uno sguardo sfocato, del tutto disattento al “nuovo”, logorato da schemi mentali che anno dopo anno tendono alla sclerotizzazione – e continua a rimanere incomprensibile, o forse fin troppo comprensibile, la scelta di posizionare nel secondo concorso i film di Apichatpong Weerasethakul e Corneliu Porumboiu.

Ne ha beneficiato in parte la Quinzaine, che dopo aver rubato la scena nel 2014 con la selezione di Isao Takahata, John Boorman e Bruno Dumont, si è ripetuta quest’anno presentando al pubblico del Marriott, oltre ai già citati Desplechin e Garrel, il monumentale As mil e uma noites di Miguel Gomes, tra le poche opere dell’edizione 2015 pronte a ragionare in maniera dialettica sui vari livelli, di senso e produttivi, del cinema e della politica di oggi.

In un festival di sogni proibiti, o quantomeno recisi (e si è lasciata volutamente fuori qualsiasi speculazione sulla pattuglia italiana) e normalizzati, è mancato anche il solito salvifico baccagliare dei tipi della Troma. Non c’è stata l’abituale manifestazione pro-indie davanti alle porte del Palais al grido di “We Are Troma!”, nessuno ha osato alzare la voce sul mormorio rituale di chi implora per una invitation, strepita dietro una (presunta) star, si mette in fila sperando in un ingresso in sala. Tutti ligi alle regole e ai dettami del rituale, come in un sacrario.