WHITE SHADOW (Ombra bianca) un film di

In Tanzania dal 2008 gli albini sono dei perseguitati. Medici “stregoni” offrono ingenti somme per comprarsi parti del corpo degli albini per crearne pozioni magiche. Dal 2008 al 2010 si sono consumati oltre 200 omicidi ispirati a questo tipo di stregoneria. Questa è la storia di Alias, un ragazzino albino che dopo aver assistito all’assassinio del padre viene mandato dalla madre in città, nella casa dello zio Kosmos, a cercare rifugio. Vendendo occhiali da sole, dvd e cellulari, il ragazzo non tarderà a provare sulla propria “pelle” le difficoltà della vita e dell’essere diverso.

Un berretto, un lenzuolo nero in testa, lunghi guantoni sulle mani. Coperto da capo a piedi, Alias si nasconde: in quel segmento del continente nero non c’è spazio per la pelle candida. La sua vita deve tradursi in un’ombra bianca. “Gli albini non muoiono, semplicemente scompaiono”, giustifica un detto diffuso in Tanzania dove la barbarie omicida sugli albini non accenna ad arrestarsi. Un rituale efferato quanto misterioso che riesce a imporsi tra le contraddizioni di un’Africa intimamente caotica. Con macchina a mano, inquietudini sonore, tagli di luci abbacinanti a spaccare oscurità che odorano di eterno, Noaz Deshe penetra il Caos di qualcosa che non pretende di “comprendere” bensì “osservare” mettendosi in gioco fino in fondo. E dunque assume il punto di vista frammentato di Alias, da ombra vagante a sintomo di una diversità che disturba, un essere umano nutrito dalla volontà ferrea di vivere, di resistere oltre il non-senso di cui è testimone e possibile vittima. White Shadow è un debutto di straordinaria potenza.

Noaz Deshe, artista e filmmaker, vive tra Berlino e Los Angeles. Ha composto la colonna sonora di Frontier Blues, film d’esordio del regista iraniano Babak Jalali. La sua graphic novel We Never Meet Again è in attesa di pubblicazione. White Shadow è la sua opera prima.

Note critiche di Mariella Cruciani

Amalia Signorelli, antropologa culturale e allieva di De Martino ha spiegato, in più di un’occasione pubblica, cos’è la ricerca antropologica e come soggettività e oggettività debbano fondersi insieme. Secondo la teoria dell’etnocentrismo critico di De Martino, nessuno di noi può venire fuori dal sistema culturale a cui appartiene e mettersi nei panni altrui: la soluzione che De Martino suggerisce è assumere il proprio etnocentrismo, essere consapevoli di cosa si pensa, per poi percorrere il cammino della conoscenza dell’altro come una continua messa in discussione di se stessi alla luce di quello che si è capito dell’altro. Solo a questo punto si è guadagnato il diritto di mettere in discussione quello che si è compreso degli altri alla luce dei propri valori.

Questa premessa metodologica è essenziale per affrontare la visione, e la critica, di un film difficile e tetro come White Shadow di Noaz Deshe, regista apolide nato a Jaffa ma che vive tra la Germania e gli Stati Uniti. L’ombra bianca del titolo è Alias (Hamis Bazili), un ragazzino albino costretto a nascondersi e a fuggire, perché in Tanzania chi è “candido” è perseguitato e ucciso da medici-stregoni che utilizzano le parti del corpo degli albini per farne pozioni magiche. Il regista ha detto di “aver scoperto un reportage della  Bbc in cui si raccontava di un medico-stregone che cercava di vendere ad una giornalista inglese parti del corpo di un albino, ripreso da una videocamera nascosta” Da qui è nata l’idea del film che mostra un mondo surreale, primordiale, di una violenza disumana.

Il problema che White Shadow crea a chi guarda è proprio questo: la Tanzania e i suoi abitanti vengono rappresentati esclusivamente  come un universo barbarico e privo di ragione, vittima di miti tribali e rituali ancestrali. Noaz Deshe ha dichiarato di aver assunto il punto di vista frammentato di Alias per osservare il non-senso della realtà ma lo spettatore del film non riesce mai a sentire l’empatia o, semplicemente, la “pietas” del regista nei confronti del protagonista. Contrariamente a quanto auspicato da De Martino, Deshe non sembra compiere un percorso di conoscenza da sé verso l’altro ma ostentare, fin dall’inizio, un’implicita superiorità culturale che compromette l’intero progetto. L’intento di denunciare la barbarie è annullato e sopraffatto dallo sguardo estremo e visionario adottato che conduce alla perdita di confini tra realtà e finzione. In questo contesto, anche la storia di formazione del piccolo Alias, con la sua ferrea volontà di sopravvivere, si perde, schiacciata dall’oscurità e dal caos che caratterizzano, stando al regista, questo segmento del continente nero. La macchina a mano contribuisce ad aumentare l’effetto straniante, accresciuto ulteriormente da inquietudini sonore: riesce difficile non avvertire una sorta di oscuro ed inquietante compiacimento, uno sguardo quasi sadico nel portare sullo schermo un’umanità crudele ed efferata, priva di qualsivoglia sentimento o motivazione. Un’umanità difficile da credere.

(Mariella Cruciani)