STOCKHOLM ÖSTRA (Stoccolma Est) – Film apertura – Fuori Concorso 26a Settimana Internazionale della Critica un film di

Johan vive assieme alla moglie alla periferia orientale di Stoccolma, dove abita Anna con il marito e la figlia di nove anni. Non si conoscono, ma un incidente stradale che vedrà coinvolto Johan e causerà la morte della bambina sconvolgerà completamente le loro vite e ne condizionerà inesorabilmente il futuro, al di là di ogni prevedibile sviluppo.

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La recensione di Mariella Cruciani

“Ho sempre voluto fare un film in cui l’amore non fosse la ricompensa dell’eroe, ma il conflitto centrale dell’intera storia. In cui l’amore è una forza che cura, ma anche potenzialmente distruttiva”. Con queste parole, il regista svedese Simon Kaijser da Silva ha introdotto il suo Stockholm Ostra, storia dell’elaborazione di un lutto e di un senso di colpa vinto dall’amore.
La prima parte del film ricorda molto “La stanza del figlio” di Moretti: Anna (Iben Hjejle) e suo marito vivono serenamente insieme finché il dolore, causato dalla morte della piccola Tove in un incidente, irrompe nelle loro vite. La coppia reagisce diversamente alla perdita: lei sente il bisogno di ricordare e di parlare della bambina mentre il marito pensa che la nascita di un altro figlio possa aiutarli a ricominciare. Johan (Mikael Persbrandt), l’uomo che ha involontariamente causato la morte della piccola, intravede Anna al pronto soccorso e, senza svelare la sua identità, entra, pian piano, nella vita della donna, condizionandone, imprevedibilmente, gli sviluppi. Come ha spiegato lo stesso regista: “A differenza di quanto avviene in un thriller, dove viene ristabilita, alla fine, la situazione iniziale, una storia d’amore permette di rompere con il passato e di abbracciare il cambiamento”.

Stockholm Ostra parla proprio di questo: di come l’amore esponga a rischi e sofferenze ma possa anche, se glielo permettiamo, condurre ad un’esistenza nuova. La vicenda si svolge nel corso di un anno, al termine del quale, nella notte di Natale, Anna capisce di voler, nonostante tutto, ritornare a vivere proprio con Johan. Il film è costruito sui sentimenti dei personaggi e poggia sulla interpretazione degli attori: la sceneggiatura, solida e ben scritta, è estrema come estreme sono le situazioni rappresentate. Ciò nonostante, la pellicola funziona e convince perché gli interpreti non esibiscono, o calcano, gli stati d’animo ma li rendono come filtrandoli (“A volte, meno è meglio” – ha detto Mikael Persbrandt/Johan).

Mariella Cruciani

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La tragedia più grande è quella di sopravvivere ai propri figli. Il dolore è tale da avere la sensazione di non riuscire nemmeno a percepirsi. Quando a tratti ci si scopre ancora vivi si vorrebbe annegare nell’oblìo, ma l’esistenza per quanto crudele prosegue. È quanto accade a Anna e al marito che perdono la figlia in un incidente d’auto. La sofferenza non sempre però accomuna, anzi più è straziante più è capace di amplificare qualsiasi distonia e di far sprofondare ognuno nel proprio isolamento, creando distanze e generando fastidi. E poi ci sono i sensi di colpa di Johan, l’uomo che involontariamente ha causato la morte della bambina e che nel vedere il volto terreo di Anna mentre esce dal pronto soccorso sente di dover fare qualcosa per lei. Ma cosa? Come si può provare a superare tutto ciò? Il tempo può lenire, ma non basta a dare la forza per andare avanti. Simon Kaijser da Silva realizza il suo primo film dopo un apprendistato televisivo dal quale non si è lasciato condizionare negativamente nel passaggio al grande schermo. La linearità è la sua forza. Ogni aspetto del film è apparentemente semplice, ma in realtà molto curato a cominciare da una sceneggiatura ben strutturata che ruota intorno alla necessità dei protagonisti di ritrovare anche un solo attimo di sospensione, di tregua all’affanno della sofferenza. Lo sviluppo narrativo è calibrato nei minimi dettagli e lo spessore interpretativo degli attori principali fa svettare questo dramma umano raccontato privilegiando i sentimenti, inoltrandosi nel labirinto delle reazioni di persone indelebilmente segnate. Kaijser – come i protagonisti del suo film – riesce a camminare sull’orlo dell’abisso. Accetta il rischio di franare a ogni passo e giunge indenne a firmare un’opera emozionante capace di non dare mai un attimo di tregua allo spettatore.

(Goffredo De Pascale)

Simon Kaijser da Silva è nato a Stoccolma nel 1969. Ha diretto diverse serie TV di successo tra cui De Halvt Dolda (2009) e Gynekologen I Askim (2011). Stockholm Östra è il suo primo lungometraggio di finzione per il cinema.