LAS NIÑAS QUISPE (The Quispe Girls/Le ragazze Quispe) un film di

Le sorelle Justa, Lucia e Luciana Quispe conducono una vita solitaria sull’altopiano cileno allevando capre. Un visitatore porta loro notizia di una nuova legge che potrebbe stravolgere il loro stile di vita: questo fatto le porterà a mettere in discussione la loro stessa esistenza e le trascinerà inesorabilmente verso una fine tragica. Basato su una vicenda realmente accaduta nel 1974.

La vita povera e dignitosa di tre sorelle sulle montagne del nord del Cile, allevando capre che conoscono a una a una. Un luogo isolatissimo, dove arrivano le voci delle leggi introdotte dalla giunta Pinochet e transita un timoroso fuggiasco dai capelli lunghi. Il lavoro duro e paziente, la semplicità, la consapevolezza, la rassegnata accettazione del loro destino, misero come quello del padre minatore o della sorella Maria morta a causa dell’inverno gelido. Il piccolo universo è travolto da eventi che accadono lontanissimo e dei quali giunge solo l’eco. Il tentativo di proteggersi da parte di queste donne, pervase da una spiritualità ancestrale, mentre la paura cresce. Un racconto essenziale, scarno, partecipe. Un film che è insieme un dramma intimo e un western, calato in una natura forte e impotente. Tre donne che avevano rinunciato a tutto, anche all’amore, che decidono di non arrendersi alla dittatura e all’incombente fine del loro mondo e si ribellano in un gesto folle e lucidissimo. Cinema di silenzi, di pochi dialoghi ripetuti come una litania, senza musiche, con un crescendo drammaturgico implacabile e un finale che non si cancella. Un esordio maturo, rigoroso e consapevole.

Sebastián Sepúlveda, dopo 18 anni vissuti tra Europa e Sud America, ritorna in Cile nel 1990 per studiare Storia. In seguito studia montaggio a San Antonio de los Baños a Cuba e sceneggiatura alla Fémis di Parigi. Oltre a lavorare come sceneggiatore e montatore, nel 2008 dirige il documentario El Arenal. Las niñas Quispe è la sua opera prima.

Note critiche di Mariella Cruciani

L’opera prima del cileno Sebastian Sepulveda, Las ninas Quispe, è un film dalla trama scarna, essenziale, con pochi dialoghi: le protagoniste sono tre sorelle che, siamo nel 1974, trascorrono una vita isolata e solitaria, allevando capre sull’altopiano cileno. A differenza di Noaz Deshe, Sepulveda dimostra di avere una spiccata tensione antropologica e documenta con la giusta distanza il mondo ascetico e primitivo rappresentato dalle tre donne. Justa (Digna Quispe), Lucia (Catalina Saavedra) e Luciana (Francisca Gavilan) lavorano duramente e pazientemente, accettando con semplicità la fatica quotidiana. Sepulveda non fa nessuna concessione allo spettatore: si limita a riprendere con rispetto e partecipazione dolente e misurata un’esistenza sempre uguale. Nel film non ci sono musiche , non accade, finale a parte, niente e la monotonia è rotta solo dai racconti intorno al fuoco, anch’essi sempre uguali. Vediamo le sorelle fare il formaggio e sembra di essere di fronte ad un documentario di De Seta mentre i silenzi estenuanti fanno pensare al cinema di Straub e Huillet. Sepulveda chiede a chi guarda una grande dose di “pazienza”, nell’accezione etimologica del termine cioè la capacità di soffrire,di partecipare, di prendere parte alla difficile esistenza delle tre donne. Sull’altopiano non succede mai nulla ma arriva l’eco delle leggi introdotte dalla giunta Pinochet, leggi che potrebbero stravolgere il loro stile di vita. Di fronte a questa minaccia proveniente dall’esterno, si acuiscono le tensioni sotterranee tra le sorelle finché Luciana, la più giovane, si ammala e la storia si avvia ad una tragica conclusione. Basato su una vicenda realmente accaduta (“Si diceva che i  militari avessero ucciso le tre sorelle perché aiutavano i ribelli a passare in Argentina mentre, per me, la morte è stata una loro decisione” – ha detto il regista),il film sfiora un argomento delicato e sensibile come quello della dittatura ma si sofferma, soprattutto, sulla femminilità e sul sacrificio di essa che le sorelle compiono. In tal senso, le tre donne costituiscono un campionario di infelicità: Justa è stata violentata a 17 anni, Lucia crea una sorta di rudimentale allarme per difendersi da un timoroso fuggiasco che vuole raggiungere l’Argentina mentre Luciana conserva ancora, contro ogni evidenza, il desiderio e la speranza di realizzarsi come donna e come essere umano. Un film lento e inesorabile che rispecchia perfettamente, con i suoi ritmi e le sue scelte rigorose, l’interiorità sofferta e bloccata delle protagoniste: un esordio ambizioso e maturo di un regista già consapevole.

(Mariella Cruciani)