Kalo Pothi (The Black Hen/La gallina nera) un film di

Nel corso della cosiddetta guerra civile che ha dilaniato il Nepal per 10 anni, dal 1996 al 2006, contrapponendo l’esercito regolare ai rivoluzionari di ispirazione maoista, Prakash e Kiran sono due ragazzini che l’appartenenza a due diverse caste divide, ma l’amicizia e l’età uniscono. Una gallina bianca, rubata in un campo di grano, diventa la loro speranza. Allevandola, Prakash pensa di poter racimolare quel tanto di denaro per permettere alla sorella Bijuli almeno gli studi. Ma la gallina passa inaspettatamente di mano e servirà dell’ingegno per farla tornare ai piccoli proprietari.

Le galline appartengono all’immaginario delle fiabe. Famosa è quella che faceva uova d’oro. Ma quel chiocciare nelle aie è stato il verso che ha accompagnato il gioco di schiere di bambini, in tante fette rurali del mondo. Anche inerpicandosi su per le vette del Nepal, in quegli sperduti villaggi aggrappati ad una terra ricca di reminiscenze ancestrali e depositaria di infauste tragedie, naturali e civili, le galline e i bambini hanno il loro teatro in cui scorrazzare. Lo sanno bene Kiran e Prakash, che la diversa appartenenza alle caste divide, ma unisce la spensieratezza dell’adolescenza e una gallina prima bianca e poi nera. Min Bahadur Bham cala questo perdersi e ritrovarsi di gente, animali, oggetti e natura nella ferocia della guerra, che nemmeno la forza della religione e del mito riesce a circoscrivere. Ai bambini, purtroppo, non resta che sognare.

Min Bahadur Bham è un giovane regista emergente, diplomato in letteratura nepalese, cinema, filosofia buddhista e scienze politiche. Il suo cortometraggio The Flute (2012) ha fatto storia nel suo paese, essendo stato il primo film nepalese presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. Ha partecipato al Berlinale Talent Campus e all’Asian Film Academy nel 2013, vincendo anche l’Outstanding Fellow Award del Busan International Film Festival. Kalo Pothi è la sua opera prima e il primo lungometraggio nepalese presentato a Venezia.

La recensione di Mariella Cruciani