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Kakraki (Come gli scampi) un film di

sic_2009-_kakraki-img_5108_1_Mikhail, che ha visto in sogno i funerali di Gogol, è un alto funzionario ministeriale a Mosca. Uomo maturo, morigerato e benestante, con una vita disciplinata dal lavoro, dalla famiglia e da uno spiccato gusto per le scarpe eleganti, approfitta della sua posizione e non esita a farsi corrompere. Un giorno, entrando in una libreria, si innamora a prima vista di Nastia, giovane commessa di origine cinese. Per aiutarla a far operare in Germania la madre malata, si mette nei guai. E in carcere lo attende una triste rivelazione che gli sarà fatale.

Questo sferzante affresco della società russa contemporanea, restituito sotto forma di commedia grottesca, non smette di sorprendere lo spettatore, dal principio alla fine. Al centro degli eventi, paradossali anche quando domina l’elemento sentimentale, c’è la figura e l’opera del grande scrittore russo Gogol, di cui quest’anno ricorre il bicentenario della nascita. Non è un caso, poiché attraverso il richiamo continuo a Gogol in questo film di impianto classico, ma moderno, nichilista e spregiudicato nella sua concezione del mondo, si irride l’improbabile smania di cambiamento nella compagine dell’amministrazione statale. Un universo di piccoli e grandi burocrati avidi e senza qualità la cui deriva morale era stata portata alle estreme conseguenze rappresentative dall’autore de Il cappotto, L’ispettore generale e Le anime morte che molta influenza avrebbe esercitato successivamente su Dostoevskij, Bulgakov e Kafka. Ma il lungometraggio d’esordio di Ilya Demichev rimanda al padre del moderno realismo russo anche attraverso un pungente riferimento alla nomenklatura attuale. Il premier Putin, emblema della nuova Russia condannata in Kakraki ad essere un clone di lunga durata di quella ottocentesca e gogoliana, è nato proprio a Leningrado, la ex San Pietroburgo cui Gogol dedicò i suoi celebri Racconti, tornata a chiamarsi San Pietroburgo dal 1991. Sono i corsi e ricorsi di una storia senza senso e senza scampo cui soccombe il protagonista del film in un grande e indimenticabile finale tragico.

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Recensione

Il titolo del film allude alle aragoste (“Sono come gli scampi, solo più grossi”) che il protagonista , Mikhail (Mikhail Efremov), mangia insieme a Nastia (Olga Sunn), giovane commessa di origine cinese della quale è innamorato. “Come gli scampi” sono, però, anche tutti i personaggi di questo film d’esordio di Ilya Demichev: figure smidollate, dipendenti, indolenti, incapaci di sopravvivere senza il guscio che le protegge. A Mikhail Mikhailovich, maturo funzionario ministeriale a Mosca, il guscio comincia a stare stretto: decide di andare in piscina, anche se non sa nuotare, di imparare una nuova lingua, il cinese, e, soprattutto, nonostante sia già sposato e con un figlio, di abbandonarsi ad una nuova passione. L’antieroe del film, interpretato da un grande attore comico russo, somiglia fisicamente, e per temperamento, al Philippe Noiret di molte opere di Tavernier: in entrambi i casi, si tratta di personaggi potenti e benestanti ma anche sentimentali, ingenui, preda di illusioni facili. Mikhail, nonostante ripeta in continuazione, come l’Oblomov di Goncarov, di mancare di volontà, in realtà, cerca in ogni modo di recuperare almeno una piccola parte della felicità giovanile (“Quando ero all’Università, ero felice. Mi bastava uscire di casa e vedere gli alberi rigogliosi e l’erba verde…”). La voglia di ricominciare da capo lo spinge a mettersi nei guai per aiutare Nastia, suo oggetto del desiderio, a far operare in Germania la madre malata. Mikhail finirà in carcere e, qui, una triste rivelazione lo condurrà ad un tragico epilogo. Una commedia grottesca e amara, ben scritta, ben diretta e con un protagonista eccellente: un ottimo esordio, sotto il nume tutelare del grande autore russo Gogol, la cui figura e la cui opera, sono citate e richiamate dall’inizio (Mikhail sogna i funerali dello scrittore) alla fine (in carcere, Mikhail legge “Il cappotto”) di quest’opera prima originale e coinvolgente.

Mariella Cruciani

Ilya Demichev, 31 anni, moscovita, nato in una famiglia di teatranti, ha prodotto opere sperimentali, compreso un Faust di Goethe. Come poeta ha pubblicato nel 2006 la raccolta Poezia pogranichnikh sostoyanii. Nel 2008 ha firmato la sceneggiatura di Shakhty e nel 2009 quella di Polmetra.

INCONTRO CON ILYA DEMICHEV

di Mariella Cruciani

Ha pensato alla storia del film, partendo da Gogol o viceversa?

Quest’anno è il bicentenario della nascita di Gogol e si pensa che il mio film sia legato a questo, ma non è così. Io amo Gogol e, quando ho cominciato a scrivere il film, ho visto che in questi personaggi, che, ad un certo punto, si separano da te, c’era molto di Gogol. Per quanto riguarda la sequenza del funerale, va detto che è un fatto circondato di leggende: si dice che Gogol fosse stato sepolto vivo o che avesse chiesto di essere sepolto sette giorni dopo la sua morte. Nessuno sa come sono andate davvero le cose! Altro tema del film legato a Gogol è la presenza delle scarpe: Gogol, nelle sue opere, parla spesso di stivali e, anche dopo la sua morte, un calzolaio ne portò un paio, che lui stesso aveva chiesto, e con cui fu sepolto.

Il protagonista del film è, per certi versi, un personaggio “negativo” ma viene rappresentato come un poeta, come un uomo che si innamora. Perché?

E’ vero che lui prende le mazzette ed è un uomo corrotto ma non vedo contraddizioni in lui: riesco a capirlo! E’ importante sapere dove un personaggio va, non cosa fa: per questo, riusciamo a compatirlo.

Il protagonista, però, finisce male…

Dipende da come si valutano le cose: per alcuni, la morte è la fine di tutto, per altri significa l’inizio. Io penso che, per il mio personaggio, la morte sia una via d’uscita: non vedo per lui la possibilità di vivere in armonia.

Come ha lavorato con gli attori?

Il mio metodo era diverso con ognuno di loro: quando lavori con grandi attori, è importante iniziare a lavorare mesi prima dell’inizio delle riprese. Quando un attore vero legge una sceneggiatura, il personaggio entra in lui e ci vuole tempo per far convivere i due. Dopo aver letto la sceneggiatura, abbiamo parlato, tra noi, dei personaggi, della loro vita anteriore e posteriore, per sapere tutto di loro.

Il film è anche una satira della Russia contemporanea, che è rimasta all’Ottocento?

Quando vediamo un film, l’ 80% di quello che vediamo è stato “inventato” dai critici. Quando un regista crea un film, mette dentro tante cose, però, questo avviene inconsapevolmente: il vero cinema nasce più dall’inconscio che non da cose razionali!

Mariella Cruciani