Se 100 film vi sembran pochi

Cento film che hanno cambiato la nostra vita e popolato la nostra memoria nazionale, 100 film da salvare, restaurare e far circolare nelle scuole sulla falsariga di quanto si è fatto e si fa in altri paesi europei. Bene. Un’iniziativa ambiziosa ed encomiabile partita dalle Giornate degli Autori dell’ultima Mostra veneziana e messa in atto da un gruppo di “commissari” coordinati da Fabio Ferzetti. Ma anche un’iniziativa ad alto rischio, perché 100 film sono tanti ma non sufficienti da non costringere a scelte difficili (talvolta azzardate) e a rinunce dolorose (spesso incomprensibili). Tanto più che la scelta è delimitata da un arco temporale lungo 36 anni, dal 1942, inizio della guerra (anno di realizzazione di Quattro passi tra le nuvole), al 1978, omicidio di Aldo Moro, che comprende, tra l’altro, gli “esaltanti” anni Sessanta in cui il cinema italiano era davvero il migliore del mondo e sfornava capolavori memorabili a getto continuo. Selezione non facile dunque, comprensibili i dubbi, le “mani avanti” e tutte le giustificazioni possibili, ma il risultato finale lascia lo stesso a bocca aperta. Non per la qualità dei 100 titoli selezionati (troppo facile il giochino di elencare esclusioni e promozioni), ma soprattutto perché non si capiscono i criteri che hanno guidato il lavoro di chi ha operato le scelte.

Se il criterio era (come sembra di capire e come era forse giusto che fosse) la rappresentatività, allora il risultato è certamente negativo, perché accanto agli autori già universalmente riconosciuti (Fellini con 7 film, Visconti con 6, De Sica con 5), o sottostimati (un solo film per Soldati, Zurlini, Taviani, ecc) o viceversa sovrastimati (Steno con 2 film, alla pari di Olmi o Blasetti), o francamente sconcertanti (come il Salce di Fantozzi, comunque popolarissimo e il cui “salvataggio” è quindi perlomeno pleonastico, ma anche il De Filippo diNapoletani a Milano o il Brass di Chi lavora è perduto), ci sono assenze troppo gravi per non essere rimarcate: nessun film a ricordare il cinema di Sergio Leone o Dario Argento, niente Carmelo Bene di Nostra Signora dei turchi (autentico film evento che segnò la fine degli anni Sessanta), niente Nanni Loy di Le quattro giornate di Napoli (film corale tra i migliori tra quelli dedicati alla Resistenza) e così via. Anche il criterio della popolarità non sembra sufficiente a giustificare certe opzioni a favore di autori come Risi: perché un film minore come Poveri ma belli o baciati dal successo come I mostri, e dimenticare, ad esempio, un film sfortunato e meritevole come Il giovedì?

Ancora più negativo il giudizio dal punto di vista critico, anche se è quello di cui chiaramente (e inspiegabilmente) si è meno tenuto conto. Infatti, se si decide di inserire un solo film di Castellani, allora perché Due soldi di speranza e tralasciare l’innovativo e coraggioso Sotto il sole di Roma? E perché nella filmografia di Bernardo Bertolucci (presente con soli due film) dimenticare Prima della rivoluzione, il film che in assoluto collegava di più il nostro cinema d’autore alla nouvelle vague francese o Ultimo tango a Parigi (il film condannato addirittura al rogo, e dunque più meritevole di essere “salvato” e fatto circolare).
Ma l’elenco delle dimenticanze sarebbe lungo e anche inutile se non servisse a indicare un rischio ancora più grave. Paradossalmente un’iniziativa come questa, con tutte le buone intenzioni che la motivano, alla fine può diventare ancora più crudele degli effetti provocati dalla dimenticanza e dall’incuria, perché può significare la condanna, stavolta davvero definitiva, per decine e decine di film italiani meritevoli e dimenticati. Se questi film non riescono neppure ad entrare nei “100 film da salvare” e additati all’attenzione e all’intervento dei pubblici poteri, allora che destino li aspetterà?