Saving Mr. Banks un film di

Film che rischia di essere troppo agiografico nei confronti di Walt Disney di cui nel 2016 si ricorderà il cinquantesimo della sua morte; è diviso in due parti che dialogano con sapienza tra loro ma che hanno livelli di interesse nettamente differenti. La sceneggiatura si occupa di Pamela Travers da bambina e verso i sessant’anni, quando giunge a Hollywood per salvare la SUA Mary Poppins dalle grinfie del produttore miliardario ma, nello stesso tempo, conscia che da quell’accordo potrà ottenere una tranquillità economica che ormai non ha più da tempo.

Sicuramente, quando nel film è coinvolto in prima persona il creatore del mondo fatato in cui vivono e hanno vissuto milioni da bambini di tutte le età, l’attento ufficio immagine disneyano ha detto la sua, trasformando il suo fondatore in una persona perfetta che, per questo, risulta a tratti antipatica e meno funzionale degli altri personaggi.

Mai uno scatto di nervi, sempre presente il tema del padre perfetto che da venti anni cerca di rendere realtà una promessa fatta alle figlie appassionate lettrici delle magiche avventura della governante, attento a non offendere Pamela e disposto ad offrirle ciò che vuole compreso il suo orgoglio, sempre pronto a scattare sull’attenti di fronte ad una donna che attraverso il libro racconta le emozioni e la vita della sua non sempre felice famiglia.

In questa maniera, poco si viene a scoprire di Walt anche se molto si dice della sua popolarità anche attraverso le immagini che lo ritraggono mentre distribuisce bigliettini in cui c’è stampato il suo autografo, bagni di folla allegramente vocianti che lo ringraziano per quello che ha fatto. Non è un buon servizio alla sua immagine, suona falso, come creato più con la fantasia che seguendo i fatti realmente accaduti.

Disney forse era anche un sognatore ma, soprattutto, un accorto uomo d’affari che era riuscito a circondarsi di persone affidabili che gli avevano permesso di dare vita in maniera concreta alle sue idee. Molti dei personaggi che la gente pensa creati da lui, in realtà nascono da un lavoro d’equipe o per merito di un autore in particolare che ha saputo stare nell’ombra per non togliere luce all’astro che rendeva fiabesco un progetto che non era altro se non una bene oliata impresa finanziaria che si occupava, invece che d’auto o quant’altro, di sogni.

Pamela Lyndon Travers, nata in Australia col nome di Helen Lyndon Goff, è stata una donna infelice che ha cercato attraverso la scrittura di dominare i fantasmi che hanno ridotto la sua esistenza a un insieme di frustranti situazioni. Aveva iniziato lavorando come attrice ma aveva abbandonato questa attività non appena il successo ottenuto dal suo personaggio la aveva costretta a dedicarsi completamente a lui arricchendola finanziariamente ma privandola dei suoi sogni artistici.

Una madre instabilmente emotiva, un padre affettuosissimo ma privo di carattere, sorelle minori che dipendevano completamente da lei, il tentativo di capire se stessa e gli altri anche attraverso lo studio della filosofia zen, del buddhismo e degli Indiani d’America. Aveva scritto Mary Poppins poco più che adolescente per alleviare le pene dei propri fratelli sempre tristi per lo stato depressivo in cui versava la loro madre ma era riuscito a trovare un editore solo nel 1934 quando ormai era trentacinquenne. Parte del successo era legato alle bellissime illustrazioni create da Mary Shepard.

Affidato il progetto del film nel 2010 a John Lee Hancock, poco noto regista e sceneggiatore che opera prevalentemente sia in televisione che al cinema con prodotti per famiglie, è stato sviluppato come i classici prodotti Disney anni ’50 e ’60 con una certa ridondanza fiabesca che priva di vero interesse la vicenda ma che suona accattivante per il pubblico che sta volentieri al gioco di un biografico in cui poco è raccontato di quanto realmente accaduto. Per dare una patina di veridicità a quanto narrato, durante i titoli di coda si fanno ascoltare parte delle registrazioni volute dall’autrice durante le snervanti sedute di sceneggiatura a Hollywood, ma questo è solo un piccolo trucco per traghettare come vero quanto narrato.

Le sceneggiatrici televisive Kelly Marcel e Sue Smith, ambedue con esperienze anche nel musical, hanno avuto il compito di creare un prodotto adatto a tutti, previsto per successivi passaggi nel Disney Chanel e nei programmi per ragazzi della BBC. La scrittura è attenta e convincente nell’ambito dei limiti creativi loro posti e riesce a raccontare momenti drammatici con piacevole lievità senza mai fare mancare le tonalità rosa della commedia. Alcuni personaggi sono inventati di sana pianta o sovradimensionati come l’autista della limousine che sopporta le sfuriate della scrittrice e che la impietosisce dicendole di avere una figlia diversamente abile, altri tenuti celati per evitare di rendere meno appetibile questa storia più o meno vera. Grazie alla scelta di buoni interpreti, tutto funziona al meglio.

Emma Thompson vive con bravura gli isterismi di Pamela Travers caricandola di piccole manie anglosassoni che si pongono perfettamente in contrasto con la realtà più chiassosa degli States, porta al livello di antipatia il suo personaggio per poi farlo risalire velocemente nel gradimento del pubblico con il mestiere che le permette di essere credibile anche come Tata Matilda.

Tom Hanks appare di meno proprio perché Walt Disney aleggia già su tutti, viene nominato con rispetto e non serve che dica molte battute per divenire il protagonista della vicenda. Non si impegna più del dovuto anche perché lo sviluppo drammaturgico è molto limitato con momenti della sua vita raccontati ma non visti, con un padre severo che lo faceva massacrare di lavoro a otto anni che serve a Walt per contrapporlo a quello di Pamela. Cerca di trovare con la donna comprensione e complicità, aiutata anche dalla fedelissima segretaria.

Colin Farrell, ben supportato dalla sceneggiatura, rende convincente e indispensabile il padre della scrittrice, uomo di grande bontà ma che non riesce a gestire la propria vita di adulto trascinando la famiglia in continue nuove delusioni: vive nel suo mondo di fiaba in cui Pamela (a quei tempi ancora Helen) è la principessa preferita, ma non riesce a tenersi un lavoro per molto tempo perché rissoso ed incostante. La morte forse cercata con l’uso del alcol crea attorno a lui un alone di umanità che lo rende un buono nonostante la sua carica distruttiva. La scrittrice lo idolatra e non lo vede se non per quello che avrebbe voluto fare, non per la sua vita priva di certezze se non l’amore per i suoi cari.

Paul Giamatti, ottimo caratterista prezioso in tanti film, impersona l’autista della limousine che è a disposizione della Thompson. Buono il lavoro iniziale che lo presenta solo attraverso gli occhi dello specchietto retrovisore per poi farlo conoscere come unico, vero amico che Pamela incontra negli Stati Uniti. Il personaggio serve per fare da trait d’union tra le varie situazioni descritte o viste che coinvolgono l’apparentemente viziata e isterica scrittrice in quelle intense due settimane lontano dalla ormai sua Inghilterra. Sempre sorridente, è l’unico che la capisce nella sua infelicità anche perché convive col dolore di avere una figlia disabile. Nella realtà storica non era stato così importante ma, ovviamente, è lecito inventare per creare empatia col pubblico.