CINEMA E TERRORISMO: UN REPERTORIO STORICO, A FUTURA MEMORIA (Terza parte)

E siamo finalmente agli anni Ottanta, con una prima lista di film che, in gran parte, potremmo definire d’autore e che soprattutto ripropongono dal basso, cioè dalla vita della gente comune, impegnata o meno nella lotta armata, i dilemmi di cui si è scritto. Il primo titolo importante, Maledetti vi amerò (1980), è anche l’esordio di Marco Tullio Giordana, già citato nelle prime righe di questo scritto. La pellicola, premiata con Il Pardo d’oro a Locarno, è la storia di un reduce della contestazione – Svitol (un grande Flavio Bucci) è il suo soprannome – che, un anno dopo l’uccisione di Moro, torna in Italia dopo essere stato in Sud America per diverso tempo. Lo si potrebbe definire un militante al confine tra la contestazione extraparlamentare e la tentazione della lotta armata. Questo aspetto si può dedurre dall’incontro con i suoi ex compagni, in prevalenza reduci da Lotta Continua e da altri gruppi e ormai divisi, nella loro vita sociale, tra depressione estrema e celebrazione ludica dei piaceri della vita, quasi sempre attraverso la droga. Svitol, che non è mai stato tentato dalla lotta armata, ma forse era un simpatizzante, non si ritrova in nessuno di questi gruppi che sopravvivono alla sconfitta dell’utopia. E inoltre, convocato in questura per un semplice controllo, finisce per fare amicizia con un commissario di pubblica sicurezza. Tra i due s’instaura un rapporto che può ricordare uno dei racconti più belli di Conrad, Il compagno segreto (1910), con diverso e opposto finale: il “reduce” di Giordana ha in mente l’espiazione di una colpa (il delitto Moro) di cui si sente responsabile morale per i suoi trascorsi politici. Sicché, una mattina, all’alba, dopo aver dato appuntamento al commissario, fa finta di estrarre una pistola – che non ha – e viene ucciso dal suo “compagno segreto”. Quarant’anni dopo, si può ancora rivedere quel film come un’inedita e forse “fantasiosa” testimonianza di un cruento pentimento che, se dovessimo generalizzare la vicenda, non ci fu affatto.

Il secondo film di Giordana, La caduta degli angeli ribelli, esce appena un anno dopo, viene clamorosamente contestato alla Mostra del cinema di Venezia e successivamente programmato nelle sale senza grandi clamori e, soprattutto, senza alcun successo. Gli angeli ribelli del titolo sono quelli raffigurati in un quadro di Brueghel il Vecchio e il significato sta appunto nell’“angelo” Vittorio Mezzogiorno che vaga per l’Italia con accanto una donna incontrata in autostrada e con la quale ha un rapporto affettivo. L’uomo è braccato dalla polizia e dai suoi ex compagni e finisce per essere ucciso a Palermo, consegnandosi volontariamente ai suoi carnefici. Entrambi i film sono i primi che inseriscono il terrorismo in un contesto sociale e culturale non già legato ai generi (dal noir al poliziesco), ma alla vita quotidiana degli italiani. Con questi due titoli, dunque, s’inaugura un filone drammaturgico che ha introiettato gli anni di piombo, ancora esistenti, nel panorama sociale e culturale nazionale. Altri film, negli stessi anni, seguiranno questa strada. Il primo, La festa perduta (1981) di Pier Giuseppe Murgia, fu premiato al festival di San Sebastián, ma fu programmato nelle sale italiane con scarsi incassi. È un film corale che racconta semplicemente il passaggio alla lotta armata di quattro ragazzi, contestatori della prima ora, che progressivamente creano un gruppo di fuoco per attaccare le sedi delle istituzioni. Invece La tragedia di un uomo ridicolo (1981) di Bernardo Bertolucci inserisce per la prima volta il tema del terrorismo nell’ambito della gente comune. Il protagonista, infatti, è un industriale caseario dell’Emilia-Romagna, già in crisi con la sua azienda, il cui figlio è stato rapito dai terroristi. La richiesta dei rapitori è di un miliardo e il tramite per trattare è proprio la ragazza del giovane rapito. Ma la trama sempre più ingarbugliata, con l’intervento di polizia e carabinieri, si scioglie solo con la ricomparsa del figlio, che presumibilmente ha organizzato, assieme ad altri complici e alla sua ragazza, il finto rapimento per spodestare il padre dall’azienda. Difficile da catalogare in un genere o sottogenere (come d’altronde anche altri titoli citati), la pellicola di Bertolucci, che forse occhieggia a Caro papà di Risi, fa comunque parte della stessa serie descritta prima: il terrorismo come qualcosa di inspiegabile che entra nella vita delle persone comuni.

Continuando nell’elenco, un po’ frettolosamente, ecco di nuovo Damiano Damiani che racconta in una serie televisiva, Parole e sangue (1982), il percorso ribellistico di un giovane che finisce per sequestrare un magistrato, dopo essere stato assunto come autista. Ben costruito e ben recitato (da segnalare Paolo Bonacelli e Roberto Herlitzka come protagonisti), conferma la tendenza del cinema degli anni Ottanta a personalizzare gli anni di piombo in categorie professionali molto precise. Allo stesso modo, ma in una maniera più raffinata e quasi nostalgica di un passato felice che forse non è mai esistito, in Tre fratelli (1981) di Francesco Rosi, ispirato ad un racconto di Platonov, durante la riunione di famiglia, nel Meridione, in occasione della morte della madre dei tre protagonisti, il confronto tra passato e presente mostra non solo le memorie del padre (Charles Vanel), ma anche i dilemmi dei figli, in qualche modo contrapposti o affiancati: il magistrato (Philippe Noiret) che ha paura delle BR; l’insegnante di un istituto carcerario di Napoli (Vittorio Mezzogiorno) che sogna di ripulire la città, assieme ai suoi ragazzi, da tutte le sue bruttezze; e, infine, l’operaio che lavora a Torino (Michele Placido) e sembra quasi “esposto” al contagio del terrorismo.

Ma il film più significativo di quella stagione che personalizza le esperienze della lotta armata e le fa interagire con il mondo di chi, fortunatamente, non aveva saltato il fosso è certamente Colpire al cuore (1982) di Gianni Amelio, suo primo film per le sale, dopo una lunga esperienza televisiva e documentaristica. È la storia di un docente universitario (Jean-Louis Trintignant), il cui figlio quindicenne, che sta temporaneamente col padre, riconosce in un giovane terrorista ucciso in uno scontro con la polizia un allievo del genitore, che spesso era ospite della famiglia. Così, il ragazzo denuncia alla polizia questo fatto, dapprima senza pensare alle conseguenze, poi, quando il padre ospita la compagna del terrorista, interpretata da Laura Morante, decide di denunciare anche il genitore. Facilmente si potrebbe trovare in questo film – da inserire tra i migliori in assoluto sul rapporto tra la società civile, “normalizzata” dopo la contestazione, e il terrorismo rosso – la conferma di un distacco dell’opinione pubblica dai fatti di sangue e, nello stesso tempo, di un fronte largo di acquiescenza, se non di ambiguità, nei confronti delle azioni terroristiche di sinistra. Spesso il termine usato per definire questo atteggiamento era “compagni che sbagliano”. Questo almeno fino ai primi anni Ottanta e certamente fino all’omicidio del sindacalista Guido Rossa a Genova, che denunciò un collega di cui aveva scoperto l’affiliazione alle BR. Ma dietro questa sinistra che non voleva vedere la realtà c’era anche, di nuovo, l’atteggiamento intellettuale definito dalla celebre frase già citata, rimasta galleggiante e senza un vero padre, “né con lo stato, né con le BR”. Al di sotto di questo atteggiamento, ancora riferibile all’universo di sinistra, c’era anche un’opinione pubblica non schierata ma sommersa, la cui paura era semplicemente il caos e le difficoltà dovute alle misure di sorveglianza e di vigilanza prescritte da tanti provvedimenti: uno per tutti, l’obbligo di denunciare in questura l’affitto di un appartamento o il semplice cambio di abitazione. Insomma, i controlli sulla libertà personale – anche se blandi – portavano ad una reazione che, ovviamente, non simpatizzava con il terrorismo ma neanche con l’ordine pubblico. Dopotutto, i bersagli delle BR e degli altri gruppi erano facilmente rubricabili in categorie che nulla avevano a che fare con l’esistenza della gente comune. E proprio questa gente comune, anche se non era schierata a sinistra, si ricordava che le stragi dei terroristi neri dei primi anni Settanta avevano provocato centinaia di morti e migliaia di feriti. E, soprattutto, i responsabili di quelle stragi, anche quando erano stati portati in giudizio e condannati, raramente avevano varcato le porte del carcere. Unica eccezione, l’attentato del 1980 alla stazione di Bologna, che provocò 85 morti e centinaia di feriti, i cui colpevoli – almeno secondo la sentenza, criticata da gran parte dell’opinione pubblica perché non ci fu una vera indagine sui mandanti – sono ancora in carcere.

Invece Segreti segreti (1985) diGiuseppe Bertolucci mostra uno scenario di riferimento, se non familiare – come in La tragedia di un uomo ridicolo e Colpire al cuore – comunque amicale e, segnatamente, legato ad un’identità generazionale precisa. Racconta, infatti, di un terzetto di brigatisti, guidati da una donna, Laura, che a Venezia uccide un giudice. Uno dei tre mostra indecisione nel momento dell’agguato e la donna lo elimina. Il prologo, molto efficace, si sviluppa successivamente in tanti frammenti drammaturgici che mostrano sia il lutto e le indagini della sorella del terrorista ucciso, sia le crisi di coscienza e i rifugi familiari di coloro che hanno organizzato l’attentato e la loro paura di essere scoperti, come difatti avverrà con un ulteriore cedimento psicologico e una successiva confessione, che permetterà di arrestare anche i complici, prima della loro fuga in Francia. Diversamente dal film di Amelio, qui la crisi generazionale è molto più profonda, segnata da un antiborghesismo contraddittorio: terroristi e società civile appartengono infatti alla stessa cerchia sociale. E appunto altri titoli si orientano sulla stessa lunghezza d’onda, ad esempio Il ragazzo di Ebalus (1984) di Giuseppe Schito e Nucleo Zero (1984), serie televisiva di Carlo Lizzani – autore che, precocemente, nel 1977, aveva firmato Kleinoff Hotel, un mediocre film sul terrorismo tedesco –, ispirata al romanzo omonimo di Luce d’Eramo che, dopo aver ceduto i diritti di trasposizione, ebbe una feroce polemica con il regista e con la stessa Rai. Nel film di Schito, uno studente si avvicina ai gruppi terroristici ma presto si spaventa per ciò che vede e, dopo essersi allontanato dalla militanza attiva, viene braccato sia dai suoi ex compagni che dalla polizia. “Nucleo Zeroè invece il nome di un gruppo terroristico specializzato in audaci rapine, i cui proventi serviranno per organizzare attentati. La loro attività è sostenuta da alcuni insospettabili che fanno una vita apparentemente normale, il che li mette a contatto con i “bersagli” dei terroristi. Dopo la loro sconfitta, diciamo militare, il processo successivo vede padre e figlio assumere la difesa dei terroristi e, proprio per la contiguità amicale tra gli avvocati e gli accusati, si riprende il tema con il quale si è aperto questo capitolo: il rapporto ambiguo tra la società civile e la lotta armata.

Altri tre titoli degli anni Ottanta, invece, appartengono al cinema di genere, ovvero a storie che riguardano il terrorismo in maniera diretta. Il primo, Gli invisibili (1988) di Pasquale Squitieri, è la storia di un operaio che diventa un militante della lotta armata. Dopo la sua cattura, gli viene promesso uno sconto di pena che lo farà uscire dal carcere. Ma lui rifiuta e finisce nel gorgo delle carceri speciali, quasi cancellando – in un vortice che sfiora la pazzia – la sua vita passata. Invece Fuga senza fine (1984) di Giannandrea Pecorelli, film piuttosto originale, benché poco visto, racconta la vicenda di un trentenne, Giorgio, che è stato amico di diversi militanti della lotta armata senza mai essere tentato dal saltare il fosso. La polizia è sulle sue tracce, proprio per le sue passate amicizie. E così inizia a scappare, anche se non sa bene da cosa. Un film piuttosto curioso , non esaltante – anzi piuttosto modesto, nonostante le ambizioni autoriali – è Hotel Colonial (1987) di Cinzia Th. Torrini. Il protagonista Marco viene avvertito telefonicamente dalla cognata che Luca, suo fratello, scomparso da tempo in Colombia dopo essere sfuggito ad una condanna per terrorismo, è morto suicida. Però il morto, come apprende Marco una volta arrivato nel paese latinoamericano, non è suo fratello e dunque non gli resta che cercare di rintracciarlo, scoprendo che ha cambiato identità ed è diventato un uomo d’affari. E, ancora, Marco Leto gira A proposito di quella strana ragazza (1989), che racconta della misteriosa identità di Giovanna, ospitata dall’ex suocero, il quale non sa dei suoi trascorsi di militante di un gruppo terroristico, accusato di aver ucciso un magistrato. Invece, Paolo Grassini e Italo Spinelli realizzano Roma-Paris-Barcelona (1989), dove si narra la storia di Renato, esule a Parigi dopo il 1977 e i fatti di Bologna e poi di Padova. Ha ottenuto il riconoscimento di rifugiato politico, ma due suoi ex compagni lo trascinano fino a Barcellona, facendolo ripiombare nella paura di essere scoperto come un militante della lotta armata. Anche un regista della generazione degli anni Sessanta, Florestano Vancini, si cimenta, nel 1990, in una serie televisiva Rai sugli anni di piombo: Il giudice istruttore, composta da quattro episodi con altrettanti casi giudiziari. Solo il primo episodio, però, è legato al terrorismo di sinistra. Racconta infatti l’arresto di tre terroristi padovani, accusati dell’uccisione di un magistrato, e la scrupolosa indagine di un giudice istruttore che non si fida delle confessioni affrettate e delle testimonianze oculari di comodo. Ai tempi del grande cinema di genere, sarebbe potuto diventare un grande film, ma oggi è a malapena ricordato come un buon lavoro seriale per la tv. In quel periodo, appare anche Donne armate (1991), ultimo film di Sergio Corbucci. Considerata la carriera del regista, maestro di molti generi popolari, dal western alla commedia, quest’ultima sua opera è un tentativo abbastanza riuscito di serializzare il terrorismo: insomma è un vero e proprio noir, sulla fuga di una terrorista durante un trasferimento di carcere, dopo aver ucciso il poliziotto di scorta. La responsabile del trasferimento riuscirà a rintracciarla, scoprendo che anche nella polizia ci sono delle infiltrazioni terroristiche. Infine,Una fredda mattina di maggio (1990) di Vittorio Sindoni ricostruisce l’uccisione del giornalista Walter Tobagi, ennesimo punto di svolta della lotta armata, ormai frammentata in tanti gruppi autonomi, che sembrano seguire una sorta di logica da giustizieri non dei nemici di classe ma, semplicemente, di chi ha idee opposte alle loro e le fa circolare sui grandi giornali nazionali.

Intanto, però, a cavallo tra il 1989 e il 1990, Sergio Zavoli curò e diresse una delle trasmissioni più importanti della storia della televisione italiana: La notte della Repubblica. In onda in seconda serata, si sviluppò in diciotto puntate, ognuna delle quali dedicata ad uno o più eventi cruciali della recente storia “terroristica” che visse – e che purtroppo ancora viveva – l’Italia. Non per caso l’esordio fu dedicato, il 12 dicembre del 1989, alla strage di Piazza Fontana, nel ventesimo anniversario dell’avvenimento che inaugurò la stagione dello stragismo di destra e filofascista. In alternanza, le altre puntate – e sempre con testimoni autorevoli, anche se spesso reticenti – furono dedicate sia al terrorismo nero che a quello rosso. Ovviamente, non ci soffermeremo su questa trasmissione, ormai passata alla storia e, fortunatamente, visibile integralmente su RaiPlay, se non per sottolineare un’importanza mediatica che i film che abbiamo citato e quelli successivi non ebbero mai sul piano del dibattito politico nazionale.

Tornando al lungo elenco dei film – e siamo già negli anni Novanta –, si può citare un bel film di genere firmato da Cristina Comencini, La fine è nota (1993), un vero e proprio giallo, che vede una donna, profuga jugoslava, liberarsi del primo misterioso marito, un terrorista che si è rifatto vivo, buttandolo giù da un attico dove la protagonista vive con il suo secondo marito, ignaro del passato della moglie. Però, la parte più interessante della pellicola ricostruisce la vita travagliata della vittima, cioè del terrorista. Insomma, ancora una storia di uomini “dispersi” di quel periodo che, con qualche esitazione, possiamo già considerare un dopoguerra. Più semplice Il caso Dozier (1993) di Carlo Lizzani, quasi un instant movie, trasmesso nel 1994 da Rai Uno, dedicato al sequestro e alla successiva liberazione manu militari dell’alto ufficiale della Nato rapito a Verona da un gruppo delle Brigate Rosse, ormai al lumicino. Quell’episodio è considerato tuttora, anche nel saggio già citato di Monica Galfré, il punto di partenza per la progressiva disfatta del terrorismo. Invece, nel film di Lucio Lunerti Il tempo del ritorno (1993) si racconta il destino diverso e quasi opposto di due amici, Luca e Giovanni, che appunto negli anni di piombo finiscono per scegliere strade diverse: la prima, quella di Luca, legata ad un lavoro di documentarista televisivo e la seconda, inevitabilmente, che si conclude con l’adesione alla lotta armata.

E ancora,Caccia alle mosche (1993) di Angelo Longoni è una sorta di noir travestito da film di impegno civile. Racconta la storia di Rocco che, dopo essere sfuggito alla caccia delle forze dell’ordine, sembra aver trovato pace nella sua compagna Anna. Ma la sua salvezza dura poco, visto che sulle sue tracce ci sono sia un amico, geloso del suo rapporto con Anna, sia un killer inviato dai suoi ex compagni. E siamo arrivati a La seconda volta (1995) di Mimmo Calopresti, prodotto e interpretato da Nanni Moretti, che assieme a Colpire al cuore è uno dei film più interessanti e più riusciti sulla lunga durata degli anni di piombo. Ispirato al ferimento del famoso architetto Sergio Lenci, progettista di carceri moderne, racconta liberamente – cioè senza soffermarsi sulla biografia reale – la storia di un professore universitario torinese che incontra, per caso, la donna che dodici anni prima gli ha sparato come “nemico di classe”. Di quell’episodio l’uomo porta ancora il dolore fisico (ha il proiettile nella testa, come il vero Lenci), ma soprattutto esistenziale. E non ci mette niente a seguirla, a cercare di incontrarla e di farsi raccontare il perché di quel gesto, come se dovesse vendicarsi con le parole, o comunque trovare finalmente una ragione a quel che è accaduto tanto tempo prima.

Moretti (che nel suo film del 1985 La messa è finita aveva già “ospitato” tra i suoi caratteristi “scoppiati” e fuori registro un suo amico e coetaneo, processato per atti di terrorismo e poi assolto) si è ritagliato il ruolo del professore ferito nell’anima e nel corpo e, in qualche modo, ha finito per “vampirizzare” il film, soprattutto con i suoi lunghi monologhi mentre fa ginnastica che, inevitabilmente, fanno procedere La seconda volta su due binari che non sempre s’incontrano: da una parte un film di suspense, per l’atteso faccia a faccia tra vittima e carnefice; dall’altra, la solitudine della vittima, legittimamente durissima sul piano politico e giustificata non solo dal caso personale ma da un’abbondanza di citazioni da libri scritti da ex terroristi (proprio queste scene accesero la miccia delle polemiche). Il film è ricco di una pietas che accomuna vittime e carnefici, però senza mai mischiare le carte delle ragioni e dei torti. Il “come eravamo” del terrorismo rosso prosegue con La mia generazione (1996) di Wilma Labate, vero e proprio viaggio dalla Sicilia al Nord, in un furgone carcerario. All’ex brigatista Claudio Braccio, condannato a trent’anni di reclusione, viene offerta la possibilità di vedere la sua compagna, anch’essa detenuta. Ma il viaggio è una sorta di trappola psicologica per indurlo a denunciare altri suoi compagni. Sicché, il protagonista (Claudio Amendola), chiede di tornare alla sua solitudine carceraria. E ancora, con Vite in sospeso (1998) di Marco Turco – programmato solo su Rai Due – si affronta per la prima volta il problema dei “fuoriusciti” ricercati in Italia e rifugiatisi in Francia (e tuttora presenti), dove ottennero una sorta di asilo politico. Lo spunto iniziale del film è la visita di un giovane – che non ha vissuto gli anni di piombo principalmente per ragioni di età – al fratellastro che non vede da dieci anni. Dopo questo esordio, si prosegue con la descrizione di una vita sospesa, nella quale domina anche e soprattutto l’incapacità di capire ciò che è successo in Italia a partire dal Sessantotto. In qualche modo, il film replica gli interrogativi del film di Calopresti già citato, che rimangono tuttora, al di là delle ricostruzioni memoriali e filmiche, senza risposta o con giustificazioni impossibili e parziali: “erano tempi diversi”, “credevano di cambiare il mondo”, e così via.

E siamo al nuovo secolo con Riconciliati (2001) di Rosalia Polizzi, la cui trama racconta di un gruppo di amici che s’incontrano dopo tanto tempo, in occasione dell’uscita dal carcere di un compagno, accusato dell’uccisione di un giudice negli anni Ottanta. In gioventù, il gruppo faceva parte dell’estrema sinistra e Roberto, l’ex terrorista, immagina che proprio tra i suoi amici si nasconda chi l’ha denunciato. Cenni agli anni di piombo sono riscontrabili anche nel fortunato film televisivo – ma passato anche nelle sale d’essai – La meglio gioventù (2003) di Marco Tullio Giordana, ritratto generazionale il cui punto di partenza è l’impegno dei giovani durante l’alluvione di Firenze, e quello d’arrivo le grandi conquiste sociali, prime tra tutte la chiusura degli ospedali psichiatrici. Anche il film di Guido Chiesa Lavorare con lentezza (2004) è in qualche modo legato alla fine dell’emergenza terroristica, sostituita però da una deriva generazionale, il cui segno più visibile è la diffusione della controcultura della droga. Invece, Guido che sfidò le Brigate Rosse (2007) di Giuseppe Ferrara – che, come si è scritto, aveva firmato il primo film, cronachistico, sul Caso Moro – è di nuovo un’opera militante sull’omicidio del sindacalista genovese Guido Rossa. Il film, pur non essendo di alto livello formale, è comunque l’unico che affronta un problema cruciale, sul quale ci si è già soffermati brevemente: una sorta di acquiescenza, per paura o per disinteresse, all’infiltrazione delle BR e di altri gruppi terroristici nella cosiddetta società civile e, dunque, anche nelle fabbriche. Però, nel film e, fortunatamente anche nella realtà, quell’omicidio segnò la fine di ogni neutralità da parte della classe operaia: era stato ucciso uno di loro, in prima linea nel difendere i loro diritti. Non a caso, le ricostruzioni saggistiche sugli anni di piombo indicano in quel delitto il punto di svolta che segnò il destino delle Brigate Rosse e degli altri gruppi armati. Non poteva esserci, a quel punto, nessuna neutralità. Progressivamente, a partire dalla metà del primo decennio del nuovo secolo – con il terrorismo rosso che sempre di più si allontanava dalla cronaca italiana – i film “introiettano” il tema generale, o talvolta degli episodi reali ricostruiti, in una sorta di cinema di genere, quasi mai di buon livello e capace di imporsi anche commercialmente.

Poco visto e non troppo interessante – nonché narrativamente balbettante – è Concorso di colpa (2004) di Claudio Fragasso che racconta le indagini di un magistrato intenzionato a riaprire un’inchiesta sull’omicidio del nipote, militante di estrema destra. Ancora più banale è Arrivederci amore, ciao (2006) di Michele Soavi, tratto dall’omonimo romanzo di Massimo Carlotto, le cui traversie personali però – fu condannato per un omicidio nel 1976 e, dopo innumerevoli processi e una fuga in Messico, graziato – non si sovrappongono alla trama. Romanzo e film non ricostruiscono, infatti, la vicenda autobiografica ma prendono spunto dal ritorno a casa di un ex terrorista (Alessio Boni), che si rifà una vita normale e borghese con un’escalation delittuosa. Si può aggiungere, senza addentrarci nella trama, che il film è il primo e forse l’unico che racconta, in sintesi estrema, gli anni di piombo ricorrendo al sottogenere poliziesco. Un documentario di Igor Mendolia, Anni spietati – Una città e il terrorismo: Torino 1969-1982 (2008), riporta invece la lunga serie dei ferimenti e dei delitti alla cronaca storica, utilissima, mentre una miniserie televisiva andata in onda su Rai Uno in tre puntate, Gli anni spezzati (2014) di Graziano Diana, ricostruisce tre episodi emblematici e piuttosto noti, accaduti tra il 1972 e il 1979. Il primo episodio, Il commissario, è incentrato sulla vita di Luigi Calabresi, ucciso a Milano il 17 maggio 1972. Il secondo episodio, Il giudice, racconta il sequestro del magistrato Mario Sossi, ostaggio per mesi a Genova delle BR e poi rilasciato il 18 aprile 1974. Il terzo episodio, dal titolo L’ingegnere, ha per protagonista un ipotetico dirigente, Giorgio Venuti, che viene anch’esso sequestrato per qualche ora, dopo l’irruzione dei brigatisti nella Scuola di Amministrazione Aziendale di Torino. I primi due episodi confermano che gli esordi del terrorismo rosso nascondono ancora molti misteri irrisolti.

Una pellicola decisamente diversa rispetto alla varietà dei generi e dei sottogeneri elencati prima è invece La prima linea (2009) di Renato De Maria, il cui personaggio principale è il noto terrorista Sergio Segio, appartenente ad uno degli ultimi gruppi armati, autonomi rispetto alle BR. La vicenda – molto contestata dai protagonisti reali: oltre a Segio, la sua compagna Susanna Ronconi – traccia un percorso che ha inizio più o meno nel 1969, quando l’attenzione dell’opinione pubblica era concentrata soprattutto sulle cosiddette “stragi di stato”, e arriva al 1982: Segio, infatti, con un’azione quasi paramilitare riesce a far evadere la sua compagna dal carcere di Rovigo. Al centro del film c’è però la storia della sua militanza, dapprima politica poi armata, attraverso un nuovo gruppo che avrà sulla coscienza omicidi e “gambizzazioni” di dirigenti di fabbrica. Dopo l’uccisione di un ex compagno che voleva consegnarsi alla polizia, inizia la disgregazione del gruppo. Molti militanti vengono arrestati e collaborano con la giustizia. Anche Ronconi finisce in carcere e Segio decide di uscire dall’organizzazione, ma non prima di aver liberato i compagni dalla prigione. Nel finale la voce fuori campo del protagonista racconta i tristi eventi seguiti all’evasione: il nuovo arresto di Susanna e l’arresto dello stesso Segio, entrambi nel 1982. Lei uscirà dal carcere nel 1998; Segio, condannato all’ergastolo, nel 2004, dopo ventidue anni di detenzione.

Un altro film interessante, ma forse tardivo – visto che si ricollega al tema, già affrontato, dell’estraneità al terrorismo e contemporaneamente ad uno stato nel quale non ci si riconosce – è Il sorteggio (2010) di Giacomo Campiotti, programmato con successo sulla Rai, dopo essere transitato in diversi festival italiani e europei. Tra l’altro è stato scritto da Giovanni Fasanella, autore anche del documentario, di cui si è già scritto, Il sol dell’avvenire. Racconta la vicenda di Tonino (l’interprete è Beppe Fiorello), un operaio della fabbrica Fiat di Mirafiori, totalmente distaccato dalla politica, che viene però sorteggiato come giudice popolare nel primo processo alle Brigate Rosse, che si svolse a Torino nel 1977. Dapprima entusiasta per il fatto di non dover andare in fabbrica, il protagonista, non appena capisce di che cosa si tratta, vorrebbe rinunciare, come hanno già fatto altri giudici popolari sorteggiati. Alla fine accetta, ma sarà proprio un compagno di fabbrica, che lui sospetta essere in combutta con le BR, ad ucciderlo il giorno prima dell’inizio del processo. Invece, Dopo la guerra (2017) di Annarita Zambrano simbolizza le ultime sanguinose imprese di un terrorismo rosso, ormai scomparso come “minaccia” politico-criminale. Ma il fatto raccontato è reale, visto che prende le mosse dall’uccisione, a Bologna, nel 2002, di un consulente del governo, Marco Biagi, da parte di un gruppo di terroristi ancora attivi. Uno di loro fugge in Francia, è accolto come “ospite”, assieme ai tanti “fuoriusciti” del terrorismo italiano ma, poiché il governo italiano ne chiede l’estradizione per un reato specifico e piuttosto grave (omicidio), decide di rifugiarsi in Nicaragua con la figlia adolescente avuta da una nuova compagna francese. E ancora, Padrenostro (2020) di Claudio Noce rievoca, con molta fantasia – volontariamente immessa in una trama drammatico-familiare –, l’attentato ad un funzionario di polizia al quale assiste il figlio del militare, che rimane sconvolto dall’uccisione del terrorista sotto i suoi occhi. Dopo l’esordio, da cinema d’azione, il seguito del racconto è quasi fantastico e misterico, con un adolescente, coetaneo del figlio del poliziotto, che si “materializza” come fosse un fantasma, durante le vacanze in Calabria dei protagonisti, forse cercando la verità sulla morte del padre. Che non verrà mai spiegata. Infine, provvisoriamente ultimo, Ero in guerra ma non lo sapevo (2022) di Fabio Resinaro: un altro film di “cronaca nera” terroristica: la sparatoria in un ristorante nel quale cenava anche il celebre Pierluigi Torregiani, poi ucciso nella sua gioielleria da un commando di terroristi guidato da Cesare Battisti, solo recentemente estradato in Italia dall’Uruguay per scontare l’ergastolo.