CINEMA E TERRORISMO: UN REPERTORIO STORICO, A FUTURA MEMORIA (Seconda parte)

Archiviato il “caso Moro”, ci sono ovviamente altri film dedicati al terrorismo di sinistra e, inaspettatamente, tra cinema e televisione, non sono pochi. Chi scrive ha spulciato non solo le sue recensioni di critico quotidianista – benedetta la memoria dei computer – dalla fine degli anni Ottanta al 2015 ma anche, come ormai fanno tutti, consultato Internet e Wikipedia, nonché YouTube e, come già scritto nell’introduzione, anche i due volumi che hanno, in qualche modo, schedato principalmente i film sul terrorismo “rosso”. Se questa mia ricerca è credibile ma certo anche imperfetta, arriviamo a poco meno di 50 opere tra cinema e televisione, dove sono appunto approdate quelle che oggi sono definite miniserie, tra cui, non a caso, anche quella di Bellocchio, che sarà programmata in autunno.

Giusto per provare a delineare uno spazio temporale più o meno preciso a quegli avvenimenti, si può partire con un film testimoniale in qualche modo opposto alle confessioni dei brigatisti di Sogni infranti di Bellocchio: il contestatissimo documentario Il sol dell’avvenire (2008) di Gianfranco Pannone e Giovanni Fasanella, poco visto, molto criticato perché «fa parlare i brigatisti e non le vittime ancora in vita o i parenti degli uccisi», però utilissimo per una ricostruzione degli esordi del terrorismo di sinistra e, in particolare, delle Brigate Rosse. Cronologicamente, il punto di partenza è il 1969 e i protagonisti, nelle colline che circondano Reggio Emilia, sono ancora catalogabili, prima di scegliere la lotta armata, come i possibili rappresentanti di quella generazione che esprimeva l’insoddisfazione per la politica pseudoriformista del PCI, che non a caso, nel 1969, aveva provocato la contestazione interna del gruppo “Il Manifesto”, poi radiato dal partito e diventato forza politica autonoma con tanto di organo di stampa abbastanza diffuso, anche oggi, soprattutto nelle grandi città. Invece questi giovani scalpitanti – il più celebre è Alberto Franceschini, in libertà dopo vent’anni di carcere – daranno vita, nel 1972, dopo l’incontro con Renato Curcio e Mara Cagol, alle vere e proprie Brigate Rosse.

Il film è ispirato ad un libro del 2005, Che cosa sono le BR di Giovanni Fasanella e Alberto Franceschini, e prende le mosse dalle riunioni di un gruppo di Reggio Emilia, battezzato Sinistra Proletaria, in cui vi sono non solo dei dissidenti dal Partito Comunista ma anche gruppi di anarchici. È da queste riunioni che, entro pochi mesi, uscirà fuori uno dei primi nuclei che già inventarono il nome Brigate Rosse. Il documentario fu poi firmato, l’anno dopo, anche da Gianfranco Pannone, senza più l’apporto di Francheschini, e trovò un’accoglienza più che polemica, forse giustificata dall’ambientazione contemporanea, in collina, tra cibi e ricordi, che pare rievocare non già una terribile scia di sangue ma un convegno di boy-scout. E dunque, in qualche modo, le polemiche che seguirono alla presentazione pubblica del film, che arrivò nelle sale d’essai e non passò mai in tv ma fu comunque distribuito in DVD, sono assolutamente comprensibili.

Occorre infatti mettere in conto l’eccesso di centralità e di protagonismo mediatico che le vicende personali di alcuni protagonisti della lotta armata mostrano in continuazione, sia pure per necessità di sopravvivenza e che, anche oggi, sembrano inaccettabili per una larga parte dell’opinione pubblica. Ma poiché viviamo nella società dello spettacolo, ci dobbiamo adattare a questo e altro, pur trovando deplorevole che siano più visibili i carnefici delle vittime. D’altro canto, nessuno ha mai pensato di censurare le storie riguardanti i serial killer o i mafiosi (l’ultimo caso, anche questo molto discusso, fu la bella produzione televisiva Il capo dei capi, trasmessa da Mediaset nel 2007), solo perché mettono in primo piano degli assassini, rischiando di trasformarli in eroi mediatici. E, soprattutto, il racconto degli “anni di piombo” (così come quello riguardante la mafia) è talmente lacunoso e spesso rimosso dalla storia del paese, che persino le biografie dei terroristi mai pentiti potranno essere utili a capire la “lucida follia” di migliaia di giovani che, per quasi vent’anni, rischiarono di mettere in scacco l’Italia.

Così, se anche oggi dovessimo dare ragione agli “ultras” del silenzio, in qualche modo imposto agli ex terroristi e comune ad un ampio fronte dell’opinione pubblica, di destra, di centro e di sinistra, è certo che Il sol dell’avvenire potrebbe essere paradossalmente consigliato a qualche professore per utilizzarlo nelle scuole superiori come documento storico sul nostro recente passato. La base documentaria del film è legata non a caso al concetto di “microstoria”: poiché le due città che fecero da incubatrici ai primi atti alle BR furono Trento e Reggio Emilia, Fasanella e Pannone si fanno raccontare dai protagonisti del dissenso, non ancora armato, il clima e l’escalation politica di alcuni giovani reggiani, poi diventati, purtroppo, molti famosi.

Gli intervistati sono infatti, oltre a Alberto Franceschini, Roberto Ognibene (trent’anni di prigione interamente scontati), Loris Paroli (sedici anni di prigione, ora pittore), Paolo Rozzi e Annibale Viappiani, amici dei tre ma entrambi militanti, prima del PCI ed ora del Partito Democratico, e dunque totalmente estranei alla lotta armata. A questo quintetto si aggiungono le preziose testimonianze di Adelmo Cervi, nipote di papà Cervi e simbolo vivente della Resistenza reggiana, e Corrado Corghi, ex dirigente della Democrazia Cristiana, poi leader dei cattolici del dissenso, e “mediatore”, purtroppo non riuscito, in storici sequestri brigatisti, tra cui quello di Aldo Moro.

I cinque protagonisti sono stati, in qualche modo, convocati a Reggio dagli autori, sicché il cuore del racconto è una sorta di viaggio nel tempo, attraverso un ormai mitizzato “Appartamento” (questo era il nome del covo in cui nasceva la sinistra non allineata degli anni Sessanta) o la trattoria fuori porta (“il ristorante delle BR”, dice con un sorriso la proprietaria), ma soprattutto i ricordi di discussioni e manifestazioni di piazza in cui progressivamente s’intravedeva quello che sarebbe diventato il nemico principale. Paradossalmente questo nemico era il Partito Comunista, garante della democrazia italiana nel dopoguerra (lo ricorda Paolo Rozzi, affermando che senza la sicurezza che dava il PCI, loro non avrebbero mai potuto esprimere liberamente idee eretiche), che a Reggio e in provincia contava il 74 per cento dei voti elettorali. Ma già da metà degli anni Sessanta, nelle province rosse, il PCI veniva individuato, da parte dei futuri contestatori, come il partito dell’immobilismo e dell’integrazione borghese: in una parola tutto ciò che l’idealismo e l’approssimazione del ’68, ma soprattutto del ’77, avrebbe poi identificato come nuova borghesia.

Fuori dalle memorie individuali (a torto criticate: il bello del film sta nell’osservare “gli uomini delle Brigate Rosse”, come avrebbe detto Paolo VI, e non inesistenti fantasmi), il tema è dunque quello dell’album di famiglia – così scrisse Rossana Rossanda in tempi insospettabili – ed è facile riandare agli omicidi politici, gli stessi raccontati da Giampaolo Pansa, nel triangolo rosso, nei primi anni del dopoguerra e all’idea di una Resistenza tradita dall’accettazione del sistema democristiano, decretato da libere elezioni. Insomma, è anche da una certa mitologia che ha inizio l’avventura delle BR, alla cui realizzazione manca ancora la scintilla movimentista degli anni Sessanta e Settanta.

Considerando, poi, la presenza di Corrado Corghi, che è stato quasi un “estremista di centro”, si potrebbe aggiungere al contesto una certa idea cristiana (Curcio aveva, non a caso, radici cattoliche), da lotta di liberazione latinoamericana, che aveva già un suo mito: Camillo Torres, prete e guerrigliero, come si poteva leggere in un volumetto pubblicato da Feltrinelli nel 1971. Ma per esplorare interamente tutte le piste ci sarebbe voluto un altro film. Questo comunque è già abbastanza interessante e la sua genesi, raccontata da Giovanni Fasanella in un extra presente nel DVD, riguarda appunto il bisogno di capire la “follia”, del resto confessata apertamente dai protagonisti, in voce («se fossimo arrivati al potere, avremmo fatto peggio di Pol Pot») e in volto, nel finale indimenticabile in cui Loris Paroli, che pure dichiara di non essere stato un terrorista («i terroristi fanno saltare treni e ponti, compiono le stragi») ma un esponente della lotta armata, ricorda tra le lacrime e il silenzio degli altri quattro la sua partecipazione all’uccisione per strangolamento, nel carcere di Torino, di un loro compagno pentito che, intrappolato dai suoi ex amici e sodali, riuscì a dire semplicemente: «fate presto e non fatemi troppo male». La sequenza vale l’intero film.

Dopo questa sorta di introduzione, si può tornare alla cronaca di quegli anni: il 1972 fu infatti l’anno di nascita e di prematura morte delle prime BR. Renato Curcio e Alberto Franceschini vennero arrestati nel 1974. Curcio riuscì ad evadere e fu ripreso l’anno dopo in un conflitto a fuoco in cui fu uccisa la sua compagna, Mara Cagol. Ma al di là della cronaca, e fino al sequestro Moro, il tema del terrorismo “rosso” era in qualche modo sommerso e quasi negato come fosse una provocazione del potere e del vero terrorismo che aveva provocato, a partire dal 1969, con la bomba di piazza Fontana e quelle sui treni e quindi a Brescia, durante un comizio sindacale, vere e proprie stragi di centinaia di cittadini inermi.

Persino nell’estrema sinistra extraparlamentare, cioè nei numerosi partitini filomaoisti o movimentisti come Lotta Continua, Movimento Lavoratori per il Socialismo o il già citato Servire il Popolo, si dubitava dell’esistenza di gruppi armati dell’estrema sinistra, anche se poi, a partire dagli anni Ottanta, quando ebbe inizio la fase discendente del terrorismo rosso, si comincerà a capire che il fenomeno era stato ed era ancora rilevantissimo, visto che poteva contare proprio sull’ampio bacino dell’estrema sinistra “legalitaria”, che alla fine del decennio ebbe persino una rappresentanza parlamentare, sia pure di estrema minoranza.

Nel frattempo, anche a causa della disgregazione progressiva della sinistra extraparlamentare (nel 1975 si scioglie infatti Lotta Continua, il più numeroso e rappresentativo di quei movimenti), quella che era stata definita sbrigativamente “Contestazione studentesca e/o giovanile” avrà due diverse e conflittuali eredità storiche: da un lato una nuova generazione che alimenterà le Brigate Rosse e gli altri movimenti armati, dall’altra i movimenti femministi, capaci di mettere in crisi quella che potremmo chiamare “la borghesia” maschile. Dopo la due giorni del settembre del 1977, a Bologna, ovvero la grande e in qualche modo “terrorizzante” – sia pure senza alcun incidente – assemblea generale dell’estrema sinistra, sempre in bilico tra legalità e clandestinità, la lotta armata esplose in maniera incontrollabile, con gruppi che non sempre erano legati alla vecchia organizzazione delle Brigate Rosse, in crisi irreversibile proprio dopo il sequestro Moro.

Il risultato fu un crescendo di morti e feriti nelle città italiane – in prevalenza, non a caso, magistrati che si occupavano attivamente del fenomeno –, ma anche una risposta più organizzata dello stato e delle sue istituzioni repressive. Eppure, per capire il clima politico dell’epoca e soprattutto l’umore di un’opinione pubblica disorientata, anche e soprattutto quella intellettuale appartenente alla sinistra “senza se e senza ma”, si deve ricordare che, proprio durante e dopo il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, ci furono intellettuali – pochi fortunatamente – che coniarono lo slogan “né con lo stato, né con le BR”. Ne seguì un’interminabile discussione pubblica, che aggravò certamente il clima del paese.

Tornando ai film – nei quali spesso queste discussioni ripropongono contraddittoriamente le atmosfere ambigue di quelle discussioni intellettuali –, poiché chi scrive è obbligato almeno ad elencare la lunga lista di pellicole o miniserie televisive, aprirà la serie un inaspettato e curioso film di Dino Risi del 1973, Mordi e fuggi, transitato qualche anno fa in tv e, personalmente, mai visto prima. La storia è semplice e può essere associata ai film polizieschi ma anche in qualche modo politici di Carlo Lizzani, apparsi negli anni Sessanta: Svegliati e uccidi (1966) e Banditi a Milano (1968). In quelle pellicole, infatti, c’era già una visione “politica” della criminalità metropolitana: una sorta di rivolta anarchica contro la ricchezza della classe al potere. Ma senza nessuna rivendicazione esplicita di questa vaga eversione.

Anche nel film di Risi, infatti, i tre anarchici, che rapinano una banca, uccidono un poliziotto e prendono in ostaggio il dirigente di un importante gruppo farmaceutico (l’attore è Marcello Mastroianni) che, assieme alla sua amante, sta andando in vacanza nel fine settimana, non hanno alcun obiettivo politico. Semplicemente, per il rilascio dei loro prigionieri, chiedono 100 milioni. Il lungo inseguimento, che rappresenta l’essenza narrativa della pellicola, si conclude però con l’uccisione dei tre sequestratori e con la liberazione degli ostaggi.

Sei anni dopo, con Caro papà – che vinse un premio a Cannes e ai David di Donatello – Risi ripesca e aggiorna il Gassman del Sorpasso (1962) o anche di In nome del popolo italiano (1971), ovvero il simbolo negativo del “boom”, per fargli interpretare il ruolo di un uomo d’affari, ex “resistente” antifascista negli anni della guerra e tuttora orgoglioso della sua appartenenza alla sinistra. Nella sua vita privata, però, Albino Millozza, il protagonista, ha una doppia vita: una casa a Ginevra, dove vive la moglie Giulia, più o meno abbandonata, al punto da minacciare continuamente il suicidio, ed un’altra casa a Roma, dove vive con l’amante, quasi una seconda moglie, benché già sposata. Una figlia, Costanza, a sua volta, fa parte di una “comune”, fuma spinelli e conta di trasferirsi in India. Invece, Marco, l’altro figlio, è dichiaratamente di estrema sinistra, quasi contiguo ad un gruppo terrorista.

Durante un viaggio di lavoro a Montreal, Millozza, dopo essere stato avvertito dal figlio di non lasciare la stanza d’albergo, non crede al possibile attentato, ma proprio mentre esce per strada viene colpito da un colpo di pistola alla schiena, sparato da un giovane sconosciuto. Paralizzato, il protagonista è costretto a ricevere in clinica la visita di moglie, amante e socio, dai quali si sente lontanissimo. Una volta tornato a casa, ritrova Marco che tra, pentimento e affetto, sembra l’unico rimasto a versare qualche lacrima per lui. Citando il Morandini, si potrebbe affermare che «le convenzioni della commedia italiana mal si addicono al tema del terrorismo». Si può aggiungere che il film è stato prodotto e distribuito un anno dopo il caso Moro, quando ormai l’esistenza delle Brigate Rosse era purtroppo accertata al di là di ogni dubbio.

Si possono citare pochi altri film del decennio nei quali aleggia lo spettro del terrorismo: il primo è Cadaveri eccellenti (1976) di Francesco Rosi, rubricabile nell’ambito non già del terrorismo ma di un clima da “golpe” cileno che, spesso, veniva evocato nelle frange più destrorse della politica italiana. L’altro è Io ho paura (1977) di Damiano Damiani, che racconta la vita difficile di un magistrato (Erland Josephson), “esposto” ai possibili attentati da parte dell’eversione di destra e di sinistra, protetto da un poliziotto (Gian Maria Volonté) che, cosciente del pericolo, non vede l’ora di lasciare quell’incarico. Ciò che avverrà, purtroppo, solo con l’assassinio del magistrato. Infine, Caro Michele (1976) di Mario Monicelli, per il quale vale la pena di spendere qualche riga in più.

Il regista, che nel 1973 aveva firmato un film, Vogliamo i colonnelli, già citato in apertura di questo saggio, fortemente caricaturale sul Golpe Borghese, vero o finto, del 1971, spiega la scelta di trasporre sullo schermo, nel 1976, Caro Michele – romanzo epistolare di Natalia Ginzburg, pubblicato tre anni prima – in ragione della biografia del protagonista, scappato a Londra per sfuggire ad una possibile accusa di militanza terroristica. Secondo il regista, quella scelta estremista, poi la fuga e la morte anonima e misteriosa del ragazzo sono una spia del malessere giovanile, facile preda della violenza politica. Sempre Monicelli aggiunge che la provenienza del protagonista da un ceto medio agiato lo fa diventare il simbolo di una decadenza generale della condizione borghese, pilastro della società fino a qualche anno prima.

Al di là del personaggio quasi invisibile di Michele, nel film sono infatti attualissime, sia pure solo sul piano privato, le prime aperte contestazioni femministe, non ancora politiche ma piuttosto comportamentali, d’altronde favorite da nuove e importanti leggi: il divorzio, l’aborto legale, il nuovo diritto di famiglia. In qualche modo, raccordandosi alla temperie politica e comportamentale del ventennio Sessanta/Settanta, Monicelli mette in scena una sorta di tormento psicologico che ha segnato la sua generazione e certamente anche quella di Natalia Ginzburg. Se vogliamo, possiamo anche confrontare i due film dei maestri della commedia (appunto Risi e Monicelli) come delle variazioni su un medesimo tema: il disagio o l’aperta contestazione dei figli che in Caro Michele si muove ancora ai limiti della tentazione eversiva e in Risi salta il fosso per aderire alla lotta armata, anche contro i padri.

Infine, si può citare, come epitaffio degli anni Settanta, l’ultimo film di Elio Petri, Buone notizie (1979), la cui trama beckettiana/kafkiana è ambientata in una Roma devastata dalla sporcizia, reale e umana, ma anche dalle “cattive notizie” della criminalità politica – di destra o di sinistra, questo non è spiegato – che incombe sulla società italiana, malata come i protagonisti del film. Si può anche aggiungere che questo titolo è l’unico che fa interagire – sia pure in maniera puramente evocativa – il fenomeno del terrorismo con la paura della realtà che incombe sui protagonisti. Quasi astratto, ma comunque curioso e forse unico nel tracciare le coordinate di un mondo che sta esplodendo.