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Radio America un film di

robert_altman-radio_america-locandina-md“Quando qualcuno ti chiede da dove vieni e tu rispondi “Minnesota”, quello fa “Oh” e poi fa una pausa mentre cerca un’idea da associare al Minnesota, e infine dice “Fa freddo laggiù, non è vero?”. I midllewestern come Garrison Keillor hanno il vezzo di presentarsi come provinciali ai loro stessi connazionali, ovvero ambasciatori di un’America rurale e lontana dove non sono mai tramontati i cow boy, le case nelle praterie, le mamme che preparano torte squisite… Eppure, A Prairie Home Companion, il programma radiofonico di cui è autore e che conduce dal 1974, va in onda tuttora con enorme successo proprio da St. Paul, Minne-sota, trasmesso dalla radio pubblica sull’intero territorio nazionale, oltre che all’estero. E’ a base di musica folk, country, jazz, intervallata da scenette comiche, monologhi, spot pubbli-citari veri e inventati. Keillor ha pure scritto una dozzina di libri e fa parte dell’American A-cademy of Arts & Letters. Dunque, non è proprio uno sconosciuto, come non lo è l’America che racconta.

Il nostro però è uno straripante story teller, un costruttore di miti, e ha avuto l’idea di coinvolgere un altro provinciale,Robert Altman di Kansas City, per realizzare un film sul suo spettacolo radiofonico live, immaginando – per scaramanzia? – che fosse l’ultimo prima della definitiva chiusura. L’incontro tra i due era forse fatale, visto le molte attitudini che hanno in comune (oltre alla provenienza geografica): la ruvidezza, l’ironia pungente, la versatilità, l’irriverenza. Altman ha girato il film come un backstage del programma, con Keil-lor che interpreta se stesso, i veri musicisti e cantanti della radio, mescolati a personaggi di finzione affidati a divi del calibro di Meryl Streep e Lily Tomlin (rispettivamente Yolanda e Rhonda Johnson), Woody Harrelson e John C. Reilly (Lefty e Dusty), Kevin Kline (Guy Noir), e Tommy Lee Jones che veste i panni di un “tagliatore di teste” texano venuto a chiu-dere il teatro che da oltre trent’anni ospita lo spettacolo.

Naturalmente, com’è nello stile di Altman, Radio America è un film corale, narrato per frammenti e giustapposizioni, tessuto con il filo delle canzoni (tra cui le classiche e struggenti Red River Valley e In the Sweet By and By), girato con piani-sequenza in cui i movi-menti degli attori e quelli della macchina da presa compongono sofisticate e splendide core-ografie. L’impresa poteva finire nell’auto-celebrazione, ma se ne astiene grazie allo spirito caustico dei due autori, anche se siamo lontani dall’asprezza di Nashville (1975), il capolavoro di Altman che attorno al festival di musica country faceva precipitare le laceranti contraddi-zioni della società americana. In Radio America c’è in fondo la dolce malinconia della morte, incarnata da Virginia Madsen in impermeabile bianco, fantasma di una giovane donna che accompagna al trapasso un vecchio cantante, e ascolta rapita le storie di un’America che non c’è più. Provocatoriamente nostalgici e provinciali, ma totalmente post-moderni, Altman e Keillor evocano un mondo che può continuare a vivere solo come mito, purché non si prenda troppo sul serio. Lo spettacolo radiofonico e il film sono luoghi dell’immaginario che depositano memorie stralunate, quelle di artisti feriti dalla vita (come nel caso della famiglia Johnson), di cow boy irriverenti e sboccati, di improbabili ditte locali che si fanno pubblicità, di un addetto alla sicurezza che è la parodia perfetta (anche grazie all’interpretazione keato-niana di Kevin Kline) del detective hard boiled… A quest’ultimo, icona dell’immaginario ur-bano, è paradossalmente affidato il ruolo di narratore, che apre e chiude il film in un tipico ristorante di provincia, mentre tutto il resto è immerso nella scena senza tempo dello spetta-colo radiofonico. No place like home.

Antonio Medici

Altman, la leggerezza dello stile
di Piero Spila

Trent’anni dopo Nashville tutti i nodi sono ormai venuti al pettine, gli entusiasmi si sono sopiti da tempo e gli allarmi, evidenti già allora, si sono trasformati in sconfitte reali. L’America dei buoni sentimenti e della cultura folk and country è uno spettacolo che va in scena stancamente ogni sera, grazie a una Radio di provincia che sopravvive a se stessa, sulle ali del rimpianto e della distrazione reciproca. Gli ascoltatori si sintonizzano sulla trasmissione per abitudine e i protagonisti dello spettacolo entrano ed escono dalla finzione quasi senza soluzione di continuità. Ma è ormai solo questione di giorni, perché tra le quinte del teatro si aggirano un Angelo della Morte, più o meno puntuale all’appuntamento, e un “tagliatore di teste” venuto dalla capitale per mettere fine alla baracca.

Radio America di Robert Altman, solo in apparenza è un omaggio benevolo all’America che fu, di sicuro c’è nel film lo spirito acre di certi “reduci” di stagioni fiammeggianti (disfatti ma non sconfitti), c’è Edward Hopper come sfondo e un po’ di Dashiell Hammett come controcanto autoironico, più realisticamente è la presa d’atto di una sconfitta segnata in partenza. Il mondo è cambiato in maniera travolgente, ma a ben guardare i valori di fondo sono sempre gli stessi, solo che c’è più ferocia e meno ipocrisia, e si conclude una finzione che non è più utile a nessuno: l’America della provincia profonda, della tradizione e del disincanto, delle canzoni dedicate alla mamma, ai pascoli verdi e ai cieli incontaminati (che poi è la stessa America del Klu Klux Klan e dei genocidi degli indiani) ha lasciato il campo all’America dello show-business e delle multinazionali.

Il finale del film è affidato all’intera troupe che intona per l’ultima volta “Red River Valley”, un cavallo di battaglia di Johnny Cash, ma le gru sono già in azione e a posto del teatro sorgerà presto un’ennesima banca. Se le vittime sono quelle che vediamo andare in scena non c’è motivo di dolersene. Robert Altman, a volte, sembra credere davvero a certi valori e a certe nostalgie, ma a ben guardare dissemina il film di veleni e di chiari segnali in controtendenza: la poetessa in erba che sa mettere in versi solo i suicidi ci mette poco a trasformarsi in una yuppie d’assalto, e l’omaggio a Scott Fitzgerald (che nessuno sembra conoscere) è reso in fondo all’unico artista di St. Paul che ha avuto il coraggio di prendere il largo a suo tempo.

Da sottolineare la solita maestria di Altman che con leggerezza di stile (e tre macchine da presa in linea) ha messo in scena, praticamente in tempo reale (quasi la durata dell’intero programma radiofonico) e in unico ambiente (il palcoscenico e alcuni camerini), gli incroci, le evoluzioni e i “numeri” di circa trenta personaggi, che cantano, piangono e talvolta muoiono. Nel film si muovono gli interpreti reali della trasmissione radiofonica A Prairie Home Companion (fra tutti da segnalare Garrison Keillor, padrone di casa dai tempi comici strepitosi) insieme a un gruppo di attori altmaniani in stato di grazia: da Lily Tomlin a Tommy Lee Jones, dalla troppo compiaciuta Meryl Streep all’istrionico Kevin Kline, in un’azzeccata imitazione di un Bogart rivisto alla maniera dell’ispettore Clouseau.

Piero Spila