Venezia74 – L’ordine delle cose, un film di Andrea Segre

Si sa che la realtà,  in questo mondo sempre più  globale e veloce,  oltre a superare spesso la fantasia quasi sempre la precede, rendendola una copia sbiadita e tardiva, come una notizia stampata sul giornale dell’indomani. Non è dunque così frequente – né è un merito da poco – che un film “di finzione” riesca a raccontare la realtà praticamente in tempo reale,  credibilmente,  con piena aderenza ai fatti e alle loro dinamiche, svelando anche quelle meno visibili e più contraddittorie.

E’ quanto accade con L’ordine delle cose di Andrea Segre, presentato a Venezia come evento speciale della Mostra e  in sala  dal 7 settembre grazie a Parthénos. Pur essendo un progetto al quale Segre lavorava da tempo insieme a Marco Pettenello (sceneggiatore degli ultimi film di Mazzacurati), il racconto degli eventi al centro della trama –  la gestione politica ed economica dei flussi migratori, i rapporti tra il nostro paese e la Libia – illuminano puntualmente scenari per molti versi ancora caratterizzati da trame e zone oscure, come le cronache recenti hanno  dimostrato. Ad accompagnare l’uscita del film vi è anche il sito-blog  www.lordinedellecose.it che accoglie, tra l’altro, un pamphlet con riflessioni ad ampio spettro di Igiaba Scego, Luigi Manconi, Ilvo Diamanti, Andrea Baranes, Pietro Massarotto. Facile del resto immaginare, come per tanti altri film di Andrea Segre, una circuitazione non solo commerciale,  ma anche in ambiti educativi e sociali (non a caso il film gode del patrocinio di Amnesty International e del Naga).

In molti, tra gli amanti del cinema d’autore, conoscono bene il lavoro di  Andrea Segre. Dal canto suo, il quarantunenne regista veneto conosce bene le storie e le geografie del mondo, tanto sul piano artistico che umano (si pensi ai suoi tanti viaggi e diari “fuori rotta” o alle esperienze dei laboratori di cinema “partecipato” prodotti da ZaLab che in questi anni hanno fatto incrociare gli sguardi degli italiani e degli “stranieri”). Ai drammi, ma anche alle speranze, dei cosiddetti migranti Segre ha  dedicato una parte preponderante della sua già vasta filmografia di documentarista: tra i titoli, firmati a volte a più mani con altri registi e spesso pluripremiati, ricordiamo Come un uomo sulla terra (2008), Il sangue verde (2010), Mare chiuso (2012), Come il peso dell’acqua (2014), sino al recente Ibi (2017, presentato allo scorso Festival di Locarno). Dell’incontro-scontro tra il nostro mondo e quello di persone di cultura diversa si occupavano poi anche i suoi due precedenti lungometraggi di finzione, quel piccolo gioiello che è Io sono Li (2011, Premio Lux Europa, venduto in oltre trenta paesi) e il poetico La prima neve (2013), girati rispettivamente a Chioggia e in un’alta valle del Trentino.

A differenza di quei due film, Segre sceglie qui di seguire il punto di vista di un italiano. Non un cittadino qualunque, razzista o “buonista” che sia, bensì quello di  Claudio Rinaldi (Paolo Pierobon), un funzionario del Ministero dell’Interno,  ben inserito anche nell’ambiente dei servizi, et pour cause, essendo  specializzato in  missioni internazionali contro l’immigrazione irregolare. Missioni sicuramente ben retribuite, a giudicare dalla sua bella e confortevole casa, tra le villette a schiera nella periferia residenziale di Padova. Una moglie elegante e discreta (Valentina Carnelutti)  e una figlia adolescente compongono il quadretto familiare. Peccato che il marito e padre Rinaldi sia spesso in “viaggio d’affari”.

Questa volta la missione si annuncia assai complessa, destinazione l’inferno della Libia, con il suo caos sociale e istituzionale e  i tanti e diversi attori sul terreno.   L’obiettivo comunque è chiaro: “occorre ridurre gli sbarchi”, come gli ricorda il mellifluo sottosegretario Grigoletto (Roberto Citran) prima della partenza. Occorre proprio il suo bagaglio di competenze e di abilità negoziali. E’ uno tosto, Rinaldi. Ma forse, anche rispetto alla continua evoluzione dello scenario,  potrebbe imparare qualcosa dai colleghi italiani che da tempo stanno sul campo (ma comodamente alloggiati in un resort di lusso), guidati da una vecchia volpe come Coiazzi (Giuseppe Battiston, come sempre bene in parte), e senza dimenticare l’autista e tuttofare Terranova (un convincente Fabrizio Ferracane).

Con Rinaldi e il suo seguito (c’è anche un suo omologo francese che si ritirerà ben presto dalla scena) entriamo in un girone infernale libico. Un breve piano-sequenza basta a Segre per illustrare il clima di estrema violenza e promiscuità di uno dei tanti centri di detenzione per migranti (a essere evocato nel film è uno dei 34 centri “ufficiali” esistenti in Libia secondo le organizzazioni internazionali). Sono le “fabbriche della sofferenza”, per dirla con le parole della presidentessa internazionale di Medici Senza Frontiere, che la politica securitaria dell’Europa  rischia di far prosperare.

“Questa è la puzza dell’Africa” dice sornione, alla fine della visita, il capo-carceriere locale. Serve denaro, che come è noto non olet,  per “rendere strategico quel centro” e tramutare la puzza in un odore politicamente accettabile. Questo dei soldi – chiesti ossessivamente dalle diverse autorità libiche incontrate da Rinaldi  e da lui promessi a nome del governo italiano e, forse un po’ più  spavaldamente, dell’Europa –  diventerà il tormentone narrativo del film. Soldi promessi a volte con evidente attitudine “neocoloniale” (“solo se fate i bravi” dirà al capo della guardia costiera).

Ma questa è solo una faccia del film. L’altra è rappresentata dall’incontro umano con Swada (Yusra Warsama) che, durante l’ispezione, affida a Rinaldi una micro-scheda per computer con dentro la sua storia e alcuni riferimenti di parenti in Italia. Swada è una giovane donna somala, che cerca di attraversare il mare per raggiungere il marito nella lontana Finlandia. Il contatto umano è l’elemento imprevisto che irrompe sulla scena e porta squilibrio nell’ordine delle cose. Il dilemma per l’uomo e il funzionario si pone subito chiaramente, tra il dover portare a termine efficacemente la missione (nonostante lo stesso ministro, in un curioso cameo di Fausto Russo Alesi, con la sua impazienza crei più ostacoli che altro) o aiutare un essere umano, con tanto di nome e cognome, rischiando di compromettere la missione, il sereno tran-tran familiare e, in definitiva,  anche la sua carriera.

Peraltro, nella narrazione parallela (impaginata dal montaggio di Benni Atria) della dimensione pubblica e privata del personaggio Rinaldi, anche il film risente, a nostro avviso, di qualche limite e squilibrio. Se nel suo versante più politico il racconto delle vicende e dei personaggi è sempre preciso e incisivo, sul versante familiare la forza narrativa del film viene attenuata da situazioni e dialoghi a volte un po’ incolori. Quanto al conflitto interiore del protagonista, se la sua risoluzione risulta sul piano drammaturgico un po’ affrettata, la prova di Paolo Pierobon, che  pure aderisce assai bene alla maschera pubblica del funzionario, avrebbe richiesto una gamma espressiva più articolata per rappresentarlo.

L’ordine delle cose costituisce di sicuro uno snodo decisivo nel cinema “di finzione” di Andrea Segre. Pur non avendo come sua ragion d’essere il successo al box-office, forse l’autore, consapevole di essere un cineasta e anche un riferimento culturale, ha inteso chiamare a sé un pubblico più ampio. In quest’ottica, crediamo che il film centrerà lo scopo, ponendosi comunque come buon esempio di un cinema necessario, che rinnova la sua funzione primaria:  quella di istanza collettiva,  che sa farci emozionare e al tempo stesso conoscere il nostro tempo, e in esso ri-conoscere noi stessi e l’altro da noi.

Sinossi

Corrado è un alto funzionario del Ministero degli Interni italiano specializzato in missioni internazionali contro l’immigrazione irregolare. Il Governo italiano lo sceglie per affrontare una delle spine nel fianco delle frontiere europee: i viaggi illegali dalla Libia verso l’Italia. La missione di Corrado è molto complessa. In Libia, insieme a colleghi italiani e francesi, si muove tra stanze del potere, porti e centri di detenzione per migranti. La sua tensione è alta, ma lo diventa ancor di più quando infrange una delle principali regole di autodifesa di chi lavora al contrasto dell’immigrazione, mai conoscere nessun migrante, considerarli solo numeri. Corrado, invece, incontra Swada, una donna somala che sta cercando di scappare dalla detenzione libica e di attraversare il mare per raggiungere il marito in Europa.