Venezia74 – Evviva Giuseppe, un film di di Stefano Consiglio

Arrivare dopo, andar via prima, è il destino insondabile della vita. Nato nel 1947, Giuseppe Bertolucci è morto nel 2012, in quella terra salentina, certo diversa dalla nativa emiliana, dove si era trasferito da anni. Era il fratello minore del ben più celebre Bernardo (che è del 1941). Ma, come nota nel film Marco Tullio Giordana minore lo era non tanto in senso anagrafico bensì musicale, come un’altra tonalità – più intima, più malinconica, più ironica anche – inscritta comunque in uno spartito genetico ricchissimo: quello del grande poeta Attilio e di una figura schiva ma altrettanto centrale nella visione del mondo dei due fratelli come la madre NInetta.

Evviva Giuseppe (Venezia Classici-Documentari) di Stefano Consiglio è arrivato invece, secondo le logiche dei palinsesti festivalieri, nel giorno giusto, quello in cui a Venezia si è potuto assistere al nuovo restauro (curato dal laboratorio “L’immagine ritrovata” della Cineteca di Bologna) della grande epopea di Novecento,  di cui Giuseppe Bertolucci fu sceneggiatore insieme a Bernardo – che alla memoria del fratello ha dedicato questo prezioso restauro – e a Franco Arcalli.  Ma quest’anno ricorrono pure i 40 anni dal suo primo film distribuito in sala (preceduto solo da ABCcinema girato sul set di Novecento), quel Berlinguer ti voglio bene del 1977 che fece scoprire agli spettatori di cinema il vulcanico talento di Roberto Benigni (il film traeva spunto dal  monologo teatrale Cioni Mario di Gaspare fu Giulia scritto per Benigni dallo stesso Bertolucci).

Ed evviva dunque anche a questo film, viene da dire. Perché il regista – che è stato  aiuto di Benigni e di Giuseppe Bertolucci  nei primi anni ’80 per poi intraprendere una carriera di documentarista sia in campo televisivo che cinematografico –  ha realizzato un film emozionante – si segnalano il bellissimo e poetico ricordo di Bernardo del giorno della nascita del fratellino e un monologo inedito di Benigni – raffinato nell’impaginazione (già dai bellissimi e originali titoli di testa), e che rende meritatamente giustizia all’autore. In primo luogo al suo genio multiforme che gli permise di essere regista per la televisione, il teatro, l’opera, sceneggiatore al cinema (per Bernardo, ma anche per Benigni e Troisi), e frequentare con naturalezza altri linguaggi tra cui il video  e il monologo teatrale. Ma anche all’azione incisiva che svolse come operatore culturale, in particolare, nel ruolo di Presidente e anima ispiratrice – per ben 15 anni dal 1997 alla fine del 2011 – della Cineteca di Bologna.

Probabilmente il successo non dipende dal destino, ma da tanti fattori, ed è un fatto che i tanti film diretti da  Giuseppe Bertolucci  non conobbero mai grande successo al botteghino Negli ultimi anni della sua vita, consapevole di come il cinema era assediato da  altri linguaggi e immaginari tra cui quello delle nuove serie tv, aveva perso un po’ di fede nelle capacità del mezzo cinematografico e si era riaccostato maggiormente al teatro. Ma proprio quel lungo e fecondo lavoro svolto a Bologna era stato in realtà per lui un altro modo di far cinema (con un team affiatato di specialisti al posto di una troupe), scegliendo, ritrovando, restaurando, programmando film e autori di qualità per tante diverse generazioni e tipologie di pubblico, come ben ricorda Gian Luca Farinelli, direttore della Cineteca bolognese (che nel 2015 gli aveva dedicato un’ampia rassegna e un cofanetto DVD).

Fortunatamente, prima della sua morte, Giuseppe Bertolucci riuscì a editare una bellissima raccolta (“Cose da dire”, Bompiani, 2011) che ripercorre i momenti privati e gli interventi pubblici più significativi di tutta la sua vita sin da giovanissimo, i suoi incontri con personaggi del calibro di  Zavattini, Soldati, Benigni, Fellini, Caproni e Pasolini, il suo lavoro con il fratello e con altri autori. E sono le pagine di questo libro che cuciono il racconto del film di Stefano Consiglio e vengono affidate alla voce e al corpo di grandi interpreti come, tra gli altri, Fabrizio Gifuni.

Accanto ad altre testimonianze significative,  da Nanni Moretti a Lidia Ravera, da Emanuele Trevi ad Aldo Nove,  scorrono le immagini di molti dei suoi film e ci accorgiamo che sono quasi sempre  piene della fisicità dei gesti e degli sguardi di grandi attrici,  pur se di generazioni diverse, da Alida Valli alla Melato, che non sono più con noi, dalla Sandrelli alla Morante (che contribuì a scoprire), a Sonia Bergamasco (ricordiamo solo alcune bellissime scene in b/n alla Stazione Centrale di Milano da Oggetti smarriti del 1980, con la Melato  e una giovanissima Morante). E prima che quelle interpreti,  presenze ripetute e costanti del suo cinema sin dai primi anni ’80, ce lo ricordino con le parole comprendiamo che Giuseppe Bertolucci fu un grande regista di donne, che amò e dalle quali fu amato, e che anche per questo il suo cinema merita di essere ancora di più ricordato e riscoperto.