Venezia74 -Barbiana ’65. La lezione di Don Milani e Il tentato suicidio nell’adolescenza

Barbiana ’65. La lezione di Don Milani, di Alessandro G.A. D’Alessandro

Cinquanta anni dalla morte di Don Lorenzo Milani, quasi cinquanta anni dal ’68. La lezione, forse ancora da comprendere, del sacerdote toscano e quella, ancora ben viva e operante nonostante i recenti problemi di salute,  di Ermanno Olmi. Qua a Venezia, due film – che nascono entrambi da materiali inediti –   ci riportano a quella Italia, assai lontana nel tempo, e disegnano una trama sottile che lega l’impronta spirituale e pedagogica della scuola di Barbiana e quella di un maestro di cinema, in senso non solo artistico ma anche professionale,  quale è Olmi.

Sia Barbiana ’65. La lezione di Don Milani (programma “Proiezioni speciali”)  che Il tentato suicidio nell’adolescenza, opera sin qui sconosciuta della vastissima filmografia di Olmi (evento speciale delle “Giornate degli Autori”),  riemergono dal ritrovamento (cui va dato merito all’Istituto Luce Cinecittà e ad altre istituzioni, come La Fondazione Don Milani e la Fondazione Micheletti) di materiali che erano stati entrambi oggetto di una censura non “ufficiale”,  dunque ancora più pericolosa.

Il regista Alessandro G.A. D’Alessandro recupera, restaura e arricchisce di preziose testimonianze e materiali d’archivio un filmato straordinario del padre Angelo  D’Alessandro (docente al Centro Sperimentale di Cinematografia, l’unico ad essere invitato da Don Milani  a filmare tutti i momenti più significativi della vita nella sua “scuola popolare” per ragazzi). Girato nel dicembre del 1965, alla morte di Milani (nel giugno 1967), questi trentotto minuti resteranno sepolti per decenni nei cassetti della RAI: troppo scomodo ancora il suo magistero del quale si occupavano e preoccupavano allora soprattutto  i tribunali dello Stato italiano  e le gerarchie ecclesiastiche (il processo per la celebre lettera ai capellani militari toscani sul tema dell’obiezione di coscienza al servizio militare, vide la condanna in appello dell’editore della rivista “Rinascita” che l’aveva coraggiosamente pubblicata integralmente, e l’estinzione del reato di “apologia di reato” a seguito della sua morte, sopraggiunta pochi mesi prima). Il film di Olmi – la cui datazione va secondo i ricercatori-archivisti al 1968 (quindi tra il cortometraggio “La cotta” e la serie “Racconti di amori giovani” prodotta dalla Rai) – era stato invece commissionato dalla casa farmaceutica  Sandoz (il cui nome compare con evidenza all’inizio e alla fine del film), ma semplicemente  non vide mai la luce. Anche qua, troppo scomodo dovette risultare – sul finire del boom industriale – il tema del crescente aumento dei suicidi giovanili (1.400 giovani entro i 25 anni nel periodo 1963-67) e soprattutto lo svolgimento del regista (che, oltre ad aver già siglato alcuni dei suoi primi capolavori, era allora il più autorevole esponente del “cinema industriale” italiano). Con l’aiuto del dottor Carlo Lorenzo Cazzullo e della sua illuminata  équipe di psichiatria del Policlinico di Milano,  Olmi traduce infatti il linguaggio medico spesso oscuro in una serie di dati e di commenti che rivelano i fattori-chiave di interpretazione del fenomeno,  ovvero l’incidenza quasi esclusiva dei suicidi giovanili nei grandi centri urbani come Milano e Torino e tra le classi più povere, in particolare tra gli immigrati meridionali e le donne immigrate sole. Mancata integrazione e isolamento sociale, carenze affettive, fragilità caratteriali. Il suicidio, insomma, come patologia che si situa al confine tra contesto sociale e familiare e dimensione individuale. Eppure Olmi non rinuncia al suo tocco e ai suoi sguardi che rendono poetici i grigi interni ed esterni milanesi, senza contare quel montaggio vorticoso iniziale scene di gioco, di balli, di lavoro, di baci – che hanno per protagonisti i giovani e che è “una specie di felicissima  sintesi di tutto il miglior Olmi giovanile, prima che le porte dell’ambulanza si spalanchino”, come scrive Tatti Sanguineti nel pressbook.

Se quel fenomeno evoca anche l’attualità della globalizzazione, ovvero le patologie psichiche di cui soffrono tanti migranti, specie se donne e ragazzi soli,  incredibilmente attuale si conferma, e per molti versi,  l’insegnamento e l’azione pratica di Don Milani: Don Luigi Ciotti che nella sua appassionata testimonianza nel film ricorda le tante “Barbiane” che oggi mancano in Africa, Asia, America Latina, o nel nostro Mediterraneo. In quella sperduta frazione di montagna del Mugello dove la curia di Firenze, dopo le esperienze della scuola per gli operai di Calenzano,  lo aveva già destinato dalla fine del ’54 (“se scrivete come scrivo io non farete mai carriera” dice ai suoi ragazzi con quella sua notoria ironia e autoironia), l’insegnamento di Don Milani si fondava sulla Costituzione italiana (e su quella virtuosa miscela di differenti culture politiche che l’aveva forgiata) prima ancora che sul Vangelo. Voleva creare “cittadini sovrani”, che conoscessero le parole per poter comprendere poi anche la Parola, che sapessero leggere tutti i quotidiani (e smontarne le menzogne), che sviluppassero più di ogni altra cosa, il senso critico e il dubbio, allenando l’ascolto dell’altro nell’esercizio della “scrittura collettiva”. E’ un mondo cartaceo quello che queste immagini ci restituiscono, un ordito di appunti (i “fogliolini”, come li chiamava lui), giornali, riviste, libri. Una cultura esclusivamente analogica, e forse per questo più concreta e duratura.   Ma insegnava anche la geografia, per capire la Storia, e le lingue straniere (financo a un ragazzino che per la scuola italiana era solo un ritardato): lo vediamo spiegare minuziosamente mappe e carte geografiche di mondi lontani (l’Africa, persino la Palestina), e per questo faceva costruire ai suoi ragazzi il mappamondo.

Come dice Adele Corradi, sua insegnante e braccio destro negli ultimi anni della scuola, ormai consapevole della gravità della sua malattia,  dopo anni di  attacchi e vessazioni da parte di vescovi e generali, dopo tanti processi,   Don Milani decide di  lasciare un documento filmato della sua esperienza. E, rompendo con il suo stile discreto,  agisce come primattore e come co-regista, fa ripetere persino qualche scena “per favorire il montaggio”.

Sacerdoti,  cardinali, il Papa, la Chiesa, oggi.  Figlio della borghesia, come era anche il cardinale Martini, Don Milani si considerava prete solo per i poveri (“il vescovo si salva da sé”). Il silenzio di Francesco davanti alla sua tomba, nel giugno scorso, ha detto che Don Milani era nel giusto, ma certo era troppo avanti per i suoi tempi. Anche la Chiesa, negli anni a noi più vicini e dopo tanti cambiamenti nel mondo e anche in Vaticano,  avrebbe visto il magistero di figure speciali come Martini, al quale proprio Ermanno Olmi ha di recente dedicato il suo documentario “Vedete, sono uno di voi”.