Venezia ride

In modo totalmente opposto a quello che prevedeva la dissennata politica dell’(ex) ministro Galan, alla Biennale e alla “Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica” di Venezia i problemi sono stati risolti nel migliore dei modi. Dopo la meritata riconferma del presidente Paolo Baratta, il C.d.A. dell’istituzione lagunare ha deliberato – all’unanimità – la nomina di Alberto Barbera alla direzione della Mostra stessa. Va subito detto che Barbera ha tutti i titoli per ricoprire questo incarico, anche perché aveva già dimostrato di saperlo fare, e bene, nel triennio 1998/2000, quando presidente della Biennale era, per la prima volta, lo stesso Baratta: il che indica, tra l’altro, che a Venezia è ora possibile operare in un clima più favorevole, più disteso e compartecipe. E subito occorre aggiungere che le prime dichiarazioni programmatiche del nuovo direttore vanno, a nostro avviso, nella direzione giusta. Nelle interviste sinora rilasciate, infatti, Barbera ha indicato per la “sua” manifestazione tre linee guida sulle quali vogliamo soffermarci rapidamente per sottolinearne la giustezza. Queste linee guida possiamo sintetizzarle in pochissime parole (usate dallo stesso Barbera) cariche di implicazioni: qualità; snellimento; “attività permanenti”. La qualità, che interpretata riduttivamente potrebbe fermarsi a un significato scontato, è indice, invece, di un impegno preciso seppure di non facile, né tantomeno automatica, attuazione, in quanto comporta la ricerca, l’individuazione e la proposta di film dotati di valenza estetica e spessore culturale, e quindi l’esclusione di quelli che non raramente vengono inseriti nei “cartelloni” dei festival per motivi di scomposta cinefilia (quella che trova il suo limite estremo nel culto dei cosiddetti film spazzatura), per malintese considerazioni sociologistiche o, peggio ancora, per fare un favore a qualcuno o un dispetto a qualcun altro. Non solo: qualità significa anche caratterizzazione coerente e distinzione ragionata delle diverse sezioni e, insieme, collocazione dei film scelti in quelle più pertinenti e negli orari più confacenti. La qualità, inoltre, non si manifesta soltanto nella scelta dei film, ma anche, in determinati casi, nell’accompagnarli con un adeguato corredo critico-conoscitivo; per fare un solo esempio: una retrospettiva di qualità, a qualsiasi aspetto del cinema sia dedicata (un autore, una corrente espressiva, un periodo storico, ecc.), dovrebbe sempre prevedere, assieme alla presentazione dei film più appropriati, un libro-catalogo che contribuisca a far meglio capire e approfondire sia l’aspetto cinematografico fatto oggetto di analisi, sia i film stessi che in modi diversi lo rappresentano. La seconda parola è direttamente collegata alla precedente, poiché tanto la qualità che lo snellimento richiedono l’applicazione di criteri selettivi rigorosi e il rifiuto di programmi pletorici, confusi, infarciti di titoli. Le selettività, che di per sé presuppone una maggiore assunzione di responsabilità, può diventare un vero e proprio valore, in quanto, evidenzia che un festival, quando davvero intende istituirsi come una “mostra internazionale d’arte cinematografica”, non deve ambire ad essere rappresentativo di tutto il cinema, ma solo, e sarebbe già moltissimo, del cinema migliore. Inoltre, lo snellimento del programma, frutto appunto di una selezione accurata, ha come conseguenza positiva un altro importante vantaggio, quello di consentire una visione meno affannata e dunque più attenta dei film selezionati, a beneficio, oltre che di questi, di chi li deve vedere e, ancor più, di chi li deve (immediatamente) criticare. Per quanto riguarda infine le “attività permanenti”, non si può che essere molto soddisfatti della loro riproposta, non solo e non tanto perché sono state per anni un dettato statutario troppo disatteso, quanto, e soprattutto, perché consentono alla Mostra e alla Biennale di manifestarsi come istituzioni capaci di risultare, anche, produttrici di cultura, non limitando la propria presenza alla sola, e temporanea, fase espositiva, ma progettando e realizzando iniziative di più ampio respiro, eventualmente anche in sedi decentrate, eventualmente anche in collaborazione con partner (italiani e stranieri) motivati da analoghe finalità, e dimostrando così di saper assolvere compiutamente i compiti statutari che, appunto, comprendono, testualmente, le “attività permanenti di studio, di ricerca e di documentazione”. Attività che, peraltro, possono trovare nella stessa Mostra del cinema spunti operativi e occasioni di verifica, e che, pur senza essere mitizzate, vanno tuttavia colte come ulteriori opportunità per qualificare maggiormente la Biennale e la Mostra stessa sul piano culturale. Il fatto che  Barbera ne abbia parlato e le abbia inserite nelle cose da fare afferma la sua volontà di non limitarsi all’ordinaria amministrazione, ma di tentare anche strade nuove, aperte a nuovi percorsi operativi e creativi.

Con riferimento a quanto sopra esposto, si può dunque affermare che, almeno al momento, Venezia ride, mentre con altrettanta convinzione si può pure affermare, riferendoci al Festival Internazionale del Cinema, che Roma piange. E piangerà ancora per un bel po’, visto la palude in cui la manifestazione è stata portata dal duo Alemanno/Polverini, bravissimi in prevaricazioni e violazioni delle regole, quanto maldestri nella conduzione politica (a proposito: perché questa non la lasciano, vista la materia in discussione, agli assessori alla Cultura della Giunta comunale e della Giunta regionale?). Il risultato sinora conseguito, insieme penoso e comico, è il seguente: dopo la giusta opposizione di Gianluigi Rondi al tentativo di scavalcarlo, c’è ora il rischio che la nomina del nuovo direttore slitti sino a giugno, riducendo così gravemente i tempi organizzativi della manifestazione e lasciando in lista di attesa i due attuali candidati direttori: quando arriverà la nomina, saranno entrambi piuttosto spossati, e quello finalmente designato sarà costretto, per di più, a lavorare in condizioni assai svantaggiate.