Uno sguardo sul Festival di Cannes

Nouvelle Vague dell’amore

CANNES. L’amore di qualche cosa, qualcosa dell’amore. Nello stesso giorno Jean Luc Godard e David Lynch in concorso con due film prodotti da Alain Sarde, uno dei più prolifici produttori francesi.
“Ti amo e ti ho, ma più ti ho e meno ho bisogno di rivederti” dice il ragazzo alla compagna Eglantine.
E la struttura del film di Godard si snoda precisa, in due capitoli – il presente in bianco e nero, il passato a colori – con tre coppie, ragazzi, adulti, vecchi. L’incontro, la passione fisica, gli scontri e la separazione, la riconciliazione.

Godard si è messo lì come un pittore, quattro anni e mezzo, per il suo “Elogio dell’amore”, un amore con la “R” maiuscola di resistenza e la “M” maiuscola di memoria. Per la “a” minuscola di amore bisogna guardare insieme (a Cannes è stato presentato al mercato, in Francia è uscito questo inverno), “Dopo la riconciliazione” di Anne Marie Mieville, sua compagna. Un prologo, un complemento necessario all’elogio dell’amore godardiano, che JL ha interpretato come attore nei tre mesi di iato del suo film.

Godard e le resistenze della memoria, Lynch e la memoria inceppata nelle nelle illusioni del tempo in “Mulholland Dr.”. JLG 70 anni di (R)esistenza alla felicità. Perché la felicità non è una cosa, è un pensiero”, dice Jean Luc-Robert in “Dopo la riconciliazione”. Il suo sguardo obliquo nella carrellata finale del film è un’ostinazione coatta, un imprecisabile motore contro. “Gli uomini rubano e le donne sentono”.
A Hollywood, contro l’Hollywood delle majors, si cercano remake, si porta la memoria delle liste di Schindler a incassi miliardari (mentre la vera vedova Schindler fa la fame in Argentina- ricorda Godard), e se Godard facesse un remake vorrebbe sicuramente fare “Dames du bois de Boulogne”, scena per scena il film di Bresson con altri attori.
“Gli uomini sono crudeli, hanno un buco nero nel cuore” dice Robert-Godard in “Dopo la riconciliazione”.
Prima di tutto è venuto il titolo, “elogio dell’amore”, con una “vague idea”, una storia d’amore e il tempo, da forzare, manovrare “decronologicamente” .

Sulla passione, sull’incontro dei corpi – come il ginocchio, la schiena, il collo di BB allo specchio, nello sguardo, sotto la mano di Piccoli nel “Disprezzo” – la parola amorosa diventa cinema: “è come lo zoom, quando ti stai avvicinando bisogna tornare indietro”. E’ faticoso, doloroso, necessario. E’ la vicinanza-distanza dell’amore, o della tecnica-cinema. Se in “Dopo la riconciliazione” (che è film autobiografico, impudico: la giovane attrice alter ego Mievilliano prende in giro Robert dicendo: “smetti di fare l’intelligente per essere sexy”) la relazione d’amore (adulta, ragazzina, senza tempo) è come lo zoom, in “Eloge de l’amour” si può scegliere tra “amore cortese e Courtney Love”, o decidere di fare un film all’americana, “Champ contro Champ”, l’odiata battaglia tra campo e controcampo, interpretabile da Adrienne Champ e Ludovic Champ.
Anche Lynch, nel suo film più lynchiano, ha forzato il tempo e le sue illusioni di memoria per raccontare una storia d’amore e di cinema. Ma questa è un’altra storia… a suivre.

Le magnifiche televisioni

CANNES. “Mulholland Dr.” Un magnifico film che sarebbe potuto essere una magnifica serie televisiva. Come Godard, ma da da casa sua, David Lynch denuncia Hollywood che non gli permette più di fare cinema. Hollywood della scritta in collina, quella noir di James Ellroy, con rosse, fatali Rite. Una love story nella città dei sogni. Ovvero come fare una Twin Peaks a Los Angeles, perdendo l’anima e anche i sensi.
“Mulholland Dr.” È prodotto da Tony Krantz, che ha alle spalle una decina d’anni di lavoro con la Imagine di Ron Howard e Brian Grazer, la società che l’ex Richie Cunningham ha portato al successo con serie multipremiate come “Sports Night”, “Felicity” e “The PJ’s”. La montatrice è Mary Sweeney, che aveva già lavorato alle serie di Lynch, “Twin Peaks”, “On the air” e “Hotel Room”. Rita è una donna lynchiana che ha perso la memoria (una Lara Flynn Boyle versione “Lost Highway”), Betty una Laura Palmer con diario sinaptico invece che scritto.

“Mulholland Dr.” sarebbe stata una serie tv magnifica – e doveva esserlo in realtà, quando poi la produzione per la serie è saltata, Lynch ha ricomposto tutto in un film, girando un nuovo finale. Una strada sulle colline dove avviene un incidente quasi mortale, una sopravvissuta che non ricorda chi è, e una giovane biondina di provincia che atterra a Los Angeles col sorriso beato di chi sogna il cinema. Due donne, o forse una sola, un’indagine pericolosa che mette a rischio la vita, o forse la vita è già perduta.
Il cinema del set di “Mulholland Dr.” è come la tv anni ’50 della sua serie “On the air”, quella che Lynch scrisse e diresse e che la ABC cancellò dopo soli tre episodi mandati in onda nel 1992.
Gli anni ’50 televisivi erano condizionati dalla ripresa in diretta, prima della diffusione dell’Ampex. Il catastrofico successo che Lynch metteva in scena nel “Lester Guy Show” era un’accozzaglia di freaks: dal produttore slavo con parrucchino stile marmotta, ai gemelli stantuffini – siamesi che attraversano lo studio facendo ciuff ciuff – al conduttore, attore di Broadway in declino, al magico tecnico del suono Blinky (non cieco ma solo afflitto da una rara sindrome che raddoppia, mischia e aggiunge immagini alle scene che passano davanti ai suoi occhi). Per Lynch gli anni d’oro della tv non sono benevole sitcom familiari (metà calda di una schizoide realtà in guerra fredda), ma l’esaltazione di una commedia dell’ “assurdità”.

Ma quello di Lynch in “On the Air” era anche un lavoro filologico di archeologia della tv, quando la televisione non si faceva a Los Angeles ma a New York. Gli anni ’50 hanno rappresentato uno splendido esempio di doppio polo: due culture a confronto, le due coste una contro l’altra. Nel momento di crisi di Hollywood, la televisione in diretta newyorkese era un luogo di vera sperimentazione e di rinnovamento. Solo che dopo un po’, tutto questo fermento e il bagaglio tecnico acquisito tornarono a trasferirsi sulla West Coast (e infatti il prototipo delle serie moderne, la sitcom I LOVE LUCY (con Lucille Ball) è girato a Hollywood).
“On the Air” era televisione che rifletteva il cinema – rivoluzionaria proprio come la tv in diretta prodotta a New York, quando il regista John Frankenheimer faceva vera e propria sperimentazione senza censure politiche nella serie antologica drammatica “Playhouse 90”, e come lui facevano Sidney Lumet o Martin Ritt: era una sorta di “carta bianca” che la tv si era presa in quegli anni maccartisti. Oggi, continua a essere la tv, quella indipendente delle cable, a spingere su nuove frontiere, mentre il cinema hollywoodiano perde terreno ( in Francia gli incassi e la visibilità del cinema statunitense è sceso a minimi storici, con il prodotto francese, europeo quasi al 50 per cento di share del mercato: si veda il successo clamoroso del film di Jeunet “Le fabuleux destin d’Amélie Poulain”. HBO (la tv via cavo statunitense che manda in onda e produce serie cult come “I Sopranos” o “Sex and the City” ) sta svolgendo un ruolo trainante anche per il cinema. Nelle proiezioni del mercato a Cannes si poteva vedere “Stranger Inside” (HBO films), di Cheryl Dunye, già regista del bel “The Waternmelon Woman”. Sguardo autentico e drammatico su una prigione femminile, dove una giovane afro-americana (Yolonda Ross, al suo debutto) va in cerca della madre che non ha mai visto, condannata all’ergastolo. Una storia di manipolazione, e di ricerca di sé.