Un cinema resistente

Si è conclusa nei giorni scorsi a Milano l’edizione 2010 (edizione del trentennale, dedicata a Corso Salani) di Filmmaker: un programma ricco e articolato, lungo due settimane,  nel segno di un cinema lontano dalle logiche mainstream, capace di ibridare sempre più linguaggi e formati, e di sperimentare nuove modalità produttive e distributive. L’omonima associazione promuove infatti uno dei più longevi e importanti festival di cinema indipendente del nostro paese, ed è da tempo anche impegnata, oltre che nella ricerca internazionale, nel sostegno alla produzione di nuovi progetti sul territorio milanese e lombardo.

Quello che giunge a Filmmaker è per lo più un cinema, come si usava e osava dire sino a non molto tempo fa, “militante”; è anche un cinema difficilmente visibile, censurato dal mercato e che, a volte, quel mercato rifiuta,  ma che pulsa  e resiste, nutrendosi quotidianamente dei drammi reali  della società, della politica, del costume, oggi assai spesso ricorrenti, in virtù dei ben noti processi globali, in Italia come nel resto del mondo.

Vogliamo qui fare cenno a due di queste opere, a nostro avviso paradigmatiche,  anche per le rigorose scelte formali,  ed entrambe di difficile se non impossibile fruizione in Italia al di fuori dei circuiti specializzati. Un chiaro esempio di cinema militante –che a Milano ha tra l’altro ricevuto il Primo premio della giuria del concorso internazionale- è certamente “Qu’ils reposent en revolte (Des figures de guerres)” del cineasta -documentarista e attivista politico francese- Sylvain George, autore totale nonchè produttore in prima persona di numerosi film-saggio poetici, politici e sperimentali sui temi dell’immigrazione e di “ciné-tracts” al servizio dei collettivi informali o dei sans-papiers, come anche di film più personali, ma sempre ispirati dalle dinamiche dell’ingiustizia sociale. Filmato lungo un periodo di quasi tre anni (luglio 2007-gennaio 2010), il film (presente anche al TFF) ci rivela le condizioni di vita dei migranti clandestini a Calais che sperano di poter raggiungere il suolo britannico (evocando così, almeno per l’ambientazione, una recente opera di fiction, pure assai intensa, come “Welcome” di Philippe Lioret, un altro regista francese, assai meno giovane ma anch’egli da sempre attento alle tematiche sociali). Ma in Sylvain George la narrazione è guidata soprattutto dallo stile, a cominciare dalla scelta dei codici sonori e di un bianco e nero che se da un lato evoca l’estetica dei filmati d’archivio dall’altro conferisce al presente spessore simbolico e metaforico (valga per tutte la sequenza in cui i clandestini si bruciano i polpastrelli per cancellare le impronte digitali). Braccati come animali da poliziotti segugi, gli immigrati appaiono nel film quali “puri corpi”, denudati e privati di tutto, in primo luogo del loro diritti, in una guerra non dichiarata ma che ancora una volta, sia pure tacitamente, presuppone la mancanza di umanità del nemico, qui in fondo solo “straniero” (quello straniero che tanto ci “perturba”, freudianamente, per dirla col filosofo-cinefilo Umberto Curi che al tema ha dedicato un recente saggio edito da Raffaello Cortina).

Per la cronaca poi, il secondo premio del concorso e il premio della giuria giovani sono andati a due personalissime e riuscite opere italiane (già inserite nel bel programma veneziano delle “Giornate degli autori”): “Cielo senza terra”, di Giovanni Maderna e Sara Pozzoli) e “La vita al tempo della morte della morte” di Andrea Caccia (un viaggio, anch’esso assai perturbante, sulla diversità della malattia, per di più nel suo stadio “terminale”).

Questioni di forma, ma ancora come espressione di una poetica e visione del mondo, anche nel ritorno di Maresco alla regia (dopo la traumatica separazione con Daniele Ciprì) con “Io sono Tony Scott ovvero come l’Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz”, accolto con successo a Locarno e  presentato da Filmmaker in anteprima italiana. Il fluido alternarsi del b&n e del colore è chiara marca autoriale che indica un duplice livello espressivo per raccontare un altro viaggio, attraverso il tempo e lo spazio, dagli States anni ’40 all’Italia (e alla Sicilia) tra gli anni ’80 e il 2007, tra memoria e oblio, nostalgia e invettiva, ricostruzione storica (con supporto di rare teche televisive, statunitensi e di mamma Rai) e docu-fiction del presente (nella fattispecie, l’Italia ai tempi del berlusconismo). Il viaggio di Anthony Joseph Sciacca (in arte Tony Scott) è autobiograficamente (e in modo esplicito sin dal titolo) anche quello di  Franco Maresco in quel cinema nostrano che (con Ciprì) aveva provato a “inguaiare” (dopo la televisione), venendone poi prontamente  bandito. Del resto, “Io sono Tony Scott” spiega bene come l’ignoranza e la superficialità (contagiose) che allignano da tempo nel nostro paese, riescano a cancellare o svilire uomini e artisti, magari facendo leva sulle loro  contraddizioni, inquietudini, ossessioni, nostalgie: quelle che spinsero Scott negli  anni ’80 a tornare in patria (e che, forse specularmente, hanno legato Maresco indissolubilmente alla Sicilia) dopo aver suonato con  i grandi mostri sacri del jazz e aver portato quella musica in Oriente a mescolare sonorità in avanguardistici esperimenti di fusion e world music. Un film che è davvero come un “doppio sogno”: da un lato il ritratto amorevole -e anche mitizzato- di un’epoca –quella del grande jazz dei Charlie Parker e Billie Holliday- cui fa da specchio grottescamente deformato quello arrabbiato –ma assai realistico- sul nostro tempo,  in cui Tony Scott, anche per ragioni economiche, dovette adattarsi a concerti di paese, tristi comparsate in offensivi talk show televisivi e financo a particine in film di infima qualità, sino all’amarissimo (e supremamente “cinico”) finale siciliano, dove, uno sparuto corteo funebre accompagna  le sue spoglie verso una tomba provvisoria, “presa a prestito” da lontani parenti.

E, sempre a proposito di cinema che forse vedremo (ma forse no), segnaliamo che  il film di apertura di questa edizione di Filmmaker doveva essere il documentario “MafiaMilano”, poi ritirato per contrasti tra il regista Bruno Oliviero e lo sceneggiatore, il giornalista Gianni Barbacetto, sulla decisione di nominare o meno i politici lombardi coinvolti in varie inchieste penali.