Tutti gli italiani vogliono andare a Cannes

Chissà perché, ogni tanto Francia e Italia tornano a beccarsi. Come si conviene tra Paesi cugini: nel football   (transeat), nella politica (ci mancava solo la guerra di Libia a scatenare il patetico narcisismo di certi  politici soprattutto nostrani), ma anche nella cultura, nel cinema in particolare. In passato ci si era inventati un’assurda “querelle” tra la Mostra di Venezia (nata per prima nel lontano 1934) e il Festival di Cannes (creato nel 1946), ma poi il buon senso ha finito per prevalere; almeno nel cinema i nostri paesi sembra stiano ritrovando una certa solidarietà, dopo la magica stagione delle coproduzioni. 

«Contrapporre Venezia e Cannes è ridicolo, oltreché dannoso; più festival ci sono e meglio è per tutti», ci confidano i fratelli Taviani, frequentatori abituali di Cannes a partire da Allonsanfan (1974).  «Maurice Bessy non lo aveva voluto in concorso, preferendo un film di Celentano, e così Allonsanfan finì  alla Quinzaine; però il film piacque e, tre anni dopo, Padre padrone vinceva  la palma d’oro; in seguito La notte di san Lorenzo otterrà il “grand prix spécial”.»

Cannes insomma  ha portato fortuna a Paolo e Vittorio Taviani:  «Diciamo che la Croisette ci ha amati e noi abbiamo ricambiato questa simpatia. Aggiungeremmo che tutto questo – e non è piaggeria – lo dobbiamo anche alla cordialità e all’intelligenza di un’alta  personalità come  Gilles Jacob».
Per i Taviani non ha senso parlare di  rivalità tra queste due manifestazioni. «Venezia e Cannes sono due festival prestigiosi, ciascuno ha una  sua funzione, debbono quindi poter continuare a coesistere armoniosamente. In passato Venezia ha svolto un suo prezioso ruolo diciamo più spiccatamente artistico. Un premio alla Mostra  dà prestigio, però non assicura un avvenire mondiale a un film; in questo mondo della globalizzazione si deve pensare anche al mercato, e grazie alla sua eco internazionale Cannes offre la possibilità di vendere il film  in più paesi. Una maggior quantità di film da vedere, e per gli autori un mercato mondiale: è quindi perfettamente normale che tutti gli italiani oggi preferiscano andare a Cannes».

I fratelli di San Miniato si ripromettono di poter tornare ancora sulla Croisette in futuro, naturalmente fuori concorso, magari con il coraggioso film “sperimentale” (tra teatro e cinema) cui stanno segretamente lavorando e che li riporta allo spirito battagliero dei loro esordi nei lontani anni sessanta. (Protagonisti del progetto, intitolato Dalle sbarre al palcoscenico, un gruppo di ergastolani romani che preparano uno spettacolo teatrale, nella fattispecie il Giulio Cesare di William Shakespeare, un’occasione per toccare certi temi forti come libertà, tirannia, inganno.) «Alla nostra età un film totalmente sperimentale ce lo possiamo anche  permettere!» Ai maestri Paolo e Vittorio i nostri migliori auguri!

Se si percorre la lista dei palmarès di Cannes e Venezia dal dopoguerra ad oggi si fanno alcune scoperte davvero interessanti. A Cannes, gli Usa dominano la graduatoria dei premi con ben 20 palme d’oro, seguono Francia e Italia con 11, una parità singolare su cui varrebbe la pena riflettere (però  nei “Prix de la Mise en Scène” Francia batte Italia 12 a 2). Alla Mostra di  Venezia situazione totalmente capovolta: l’Italia è in testa con ben 18 leoni d’oro, segue la Francia con 12, gli americani si ritrovano distanziati in terza posizione con 8! Strano che non si sia sottolineato questo dettaglio interessante.

Le sorprese – a nostro favore! – riguardano anche la qualità assoluta dei film “palmati” nelle due competizioni. Cannes ha il grandissimo merito di aver invitato e ricompensato praticamente tutti i grandi cineasti italiani del dopoguerra: in ordine cronologico, Rossellini, De Sica, Castellani, Fellini, Visconti, Antonioni, Germi, Rosi, Petri, i Taviani, Olmi, Moretti hanno ottenuto la palma; premi minori sono andati a Ferreri, Pasolini, Scola, Bellocchio, Amelio, Tornatore, Benigni, e recentemente a Garrone e Sorrentino (complimenti a Thierry Frémaux per averlo scoperto e imposto).

Se l’Italia deve essere molto grata al festival della Croisette, la Francia paradossalmente  non  può dire lo stesso per quanto riguarda la sua produzione nazionale. Curiosamente nel palmarès francese di Cannes mancano fior di registi: accanto a cineasti del livello di Clouzot, Becker, Buñuel, Pialat, Demy, Costa Gavras, Lelouch, sono stati impalmati spesso cineasti discutibili come Delannoy, Clément, Camus, Colpi e più recentemente  Cantet (gli ultimi tre chi se li ricorda più?). Le giurie di Cannes hanno di fatto ignorato cineasti francesi importanti come Resnais, Rohmer, Godard, Malle, Varda, che saranno ricuperati e impalmati invece – vedi caso –  proprio da Venezia. (Davvero interessante il caso Louis Malle: con ben due leoni d’oro e tre altri premi minori  l’autore di Arrivederci ragazzi è di fatto il cineasta francese più amato dalle giurie veneziane. Paradossalmente sono stati gli italiani a segnalare ai cugini d’oltralpe l’importanza di questo signor Autore da loro tuttora sottovalutato!) La Mostra ha anche il merito di aver segnalato un altro francese ignorato da Cannes, il compianto Claude Chabrol. Non va dimenticato che l’attenzione della Mostra veneziana verso Parigi risale agli anni Trenta: proprio a Venezia vennero lanciati internazionalmente Autori del livello di  Renoir, Duvivier, Carné.

In definitiva, prove alla mano, si può affermare che i selezionatori e le giurie della Mostra si sono rivelati più attenti e lungimiranti di quelli di Cannes. Quante palme d’oro discutibili sono state assegnate sulla Croisette! Perché due anni fu un’opera maggiore come Vincere! di Bellocchio è stata totalmente ignorata dalla giuria cannense che ha preferito impalmare un complicato teorema animistico orientale di cui nessuno si ricorda più? Analogo discorso si potrebbe fare  anche per l’anno in corso: l’inventiva modernità dell’ultimo Sorrentino non meritava forse un premio della giuria  ben più – vogliate scusarmi – dei (didascalici) fratelli Dardenne e del turco Nuri Ceylan?

Succedono cose davvero strane nelle giurie, tanto più quando per compiacere i media ci si ostina, a Cannes soprattutto, a scegliere come presidenti delle “vedettes”, americane specialmente: vedi il caso recente di Tim Burton e De Niro. Però lo scorso anno anche i veneziani l’hanno combinata bella eleggendo a presidente della giuria un vanesio globetrotter (il sopravvalutatissimo Tarantino) che osò impalmare un’autentica inezia firmata però da un’amica personale che porta un nome tanto illustre  (Sophie Coppola).

Venezia meglio di Cannes dunque? Nei palmarès sicuramente. Se mi fosse consentito dare qualche “Consiglio per gli acquisti”, direi che i francesi hanno sicuramente qualcosa da imparare ai veneziani: ad essere meno sciovinisti (troppi film di casa in concorso),  a scegliere meglio le giurie  (cominciando dai presidenti), a controllare l’invadenza della mondanità galoppante.  Già nei pacifici anni cinquanta, quando ancora non imperava la patetica logica dell’alienante tappeto rosso,  il grande André Bazin si augurava che Cannes «s’occupasse un pò meno di mondanità, patriottismo, diplomazia, e un pò più di cinema»!  Parole sagge, da meditare: negli ultimi anni la Croisette è stata letteralmente “occupata” dalle case di moda,  il Tappeto Rosso sta diventando una patetica sagra delle vanità che ben poco ha a che vedere con la cultura.  A loro volta i veneziani avrebbero interesse a imparare almeno dai colleghi francesi una maggior apertura internazionale (meno provincialismo) e una migliore organizzazione. E se, per un anno, Cannes e Venezia si scambiassero i gruppi dirigenti?