Sull’attualità di Jean Renoir: una retrospettiva critica

Dopo aver riscoperto in Italia numerosi cineasti “dimenticati” come Ophuls, Duvivier, Melville, Clouzot, Becker, Bresson, Cavalier, Malle, Sautet, Pialat, etc…, il festival fiorentino France Cinéma ha celebrato quest’anno Jean Renoir con una retrospettiva (che ha visitato altre quattro città italiane – Roma, Genova, Milano, Torino) e la pubblicazione di un importante volume critico sotto la direzione di Roger Viry-Babel, Claude Gauteur, Aldo Tassone; tra gli apporti più originali una ricca ed esaustiva biografia, un saggio su Renoir scrittore, un intervento rivoluzionario su “come Renoir è diventato Le Patron” a cura di Antoine De Baecque, un ex redattore dei “Cahiers du Cinéma”, una sorta di revisione del mito Renoir fatta dall’interno, alcune interviste con collaboratori del regista (Françoise Arnoul) e cineasti contemporanei (Chabrol, Monicelli, Bellocchio, Jacquot, Thomas).

Su Renoir, consacrato Re Sole dai giovani critici / futuri registi della Nouvelle Vague, come su i suoi due maestri Chaplin e Stroheim, è difficile dire qualcosa di nuovo. Di Renoir è stata celebrata la generosità, l’umanità, la sensualità (ereditata dal padre pittore), il gusto per la sperimentazione e l’improvvisazione, la modernità (la profondità di campo, i deliziosi piani sequenza), la capacità di fondere impressionismo e naturalismo, commedia e dramma (La règle du jeu)… Nell’esaltazione delle qualità del Patron si è sottovalutato un po’ troppo l’apporto fondamentale dei suoi collaboratori (Jacques Becker, per esempio, a cui Renoir “avrebbe rubato” il soggetto di Le crime de monsieur Lange…), dei suoi sceneggiatori, degli scrittori di cui ha adattato le opere (almeno quindici film di Renoir sono di ispirazione letteraria). Quanto alla sua eccelsa capacità nel dirigere gli attori, come spiegare le interpretazioni sconcertanti di una Catherine Hessling (insopportabile in Nana), di una Nora Gregor, la protagonista femminile di La règle du jeu?
Rivedendo in ordine cronologico i suoi quaranta film, si rileva un fatto indiscutibile: Renoir è un genio stranamente discontinuo, che alterna opere eccezionali, film stimolanti (a tratti irrisolti) e film deludenti. Già Georges Charensol denunciava questa ” terrible inégalité”, che i biografi parigini tendono a dimenticare. Quanti capolavori ha veramente realizzato Renoir? A nostro modesto parere (certe domande vanno pur poste una volta o l’altra, e una retrospettiva non accademica è l’occasione giusta) i capolavori di Renoir si ridurrebbero a sette/otto titoli: La règle du jeuLa bête humainePartie de campagneLa grande illusionLe crime de monsieur LangeToni… Aggiungiamo altri sei titoli variamente interessanti: il delizioso Tire au flanc (1928), La chienneBouduL’étang tragiqueLe journal d’une femme de chambreLe carrosse d’orFrench cancan

Che dire degli altri venticinque film? Una decina rientra nella categoria delle opere “irrisolte”: Nana, il declamatissimo La nuit du carrefourMadame BovaryLes bas-fondsLa Marseillaise, gli americani Salut à la FranceLa femme sur la plageLe fleuve (un film “filosofico” o un prevedibile melò?). Quanto ai cinque realizzati dopo French cancan (1954), in Italia è molto difficile capire l’entusiasmo che hanno suscitato negli anni ’50 presso i critici dei “Cahiers du cinéma” ; come consigliava già Claude Sautet, su molti di quei film sarebbe meglio “stendere un velo pietoso”.
Il titolo di “Patron” è dunque legato a poco più di una dozzina di film. Ma Duvivier, Clair, Grémillon, Becker ne hanno realizzati altrettanti, se non di più… Qual è dunque la specificità di Renoir che spinge tanti critici parigini a considerarlo l’unico “Patron” del cinema francese? Mistero. Perché la critica francese è a tal punto “monoteista”? (L’espressione è di Claude Chabrol.) Tanto per fare un esempio, in Italia, da sempre Rossellini, Visconti, De Sica, Antonioni, Fellini vengono messi tutti sullo stesso piano; nessun “Patron”, nessun primus inter pares.

Era un po’ questo il senso dell’invito suggerito dalla retrospettiva Renoir di France Cinéma 2001; nel concetto di rivisitare c’è anche quello di rivedere, riaggiornare. Qualcuno ha rimproverato al direttore di France Cinéma di aver voluto fare una retrospettiva “revisionista”… France Cinéma 2001 non intendeva affatto detronizzare il Patron, semmai riposizionarlo nella cinematografia francese “accanto” e non sopra altri moschettieri (Duvivier, Becker, Grémillon, Clair) che certa critica francese ha ingiustamente sottovalutato, nell’intento forse di elevare un monumento a Jean Renoir Le Patron. Mai monumenti non si addicono al carattere cordiale dell’autore di French cancan.
L’invito a riumanizzare Jean Renoir è stato accolto con favore dalla stampa italiana (La Repubblica, Il Corriere della sera, l’Espresso, La Stampa, Il Mattino, Il Piccolo, La Nuova Venezia etc) e da due quotidiani francesi (Le Figaro, Libératon, che dedica alla retrospettiva fiorentina un’intera pagina, il 16 novembre). “La retrospettiva fiorentina dedicata a Jean Renoir – ha scritto Valerio Caprara su Il Mattino, 7 novembre – non si limita ad assecondare le idee ricevute dai cinefili talebani, ma cerca spigliatamente di delineare un profilo più nitido e meno mitico dell’artista. Come dovrebbe verificarsi per qualsiasi omaggio, critico non solo in via cerimoniale, France Cinéma sta semplicemente dimostrando che non tutti i film di Renoir sono capolavori e che i ragazzacci della Nouvelle Vague esagerarono nell’esaltare il suo inarrivabile primato”.
“Continua a pesare su Renoir la tradizione di una mummificazione franco-parigina, operata dai “Cahiers” negli anni ’50, come un ariete destinato ad abbattere le cittadelle del cinema francese dominante dell’epoca, giudicato accademico, reazionario, nullo, o le tre cose insieme. Questa santificazione ha portato a eccessi incomprensibili”, scrive Gérard Lefort su Libération. “Ma oggi questa posizione radicale sembra superata. Entrando nel “dibattito”, la retrospettiva di Firenze ha scosso l’albero per far cadere alcuni preconcetti e far circolare aria fresca tra i rami di un cineasta perlomeno singolare. Come sottolineava il direttore del festival: se Renoir è un genio, lo era però in maniera assai discontinua”. Ad esempio di questa discontinuità Lefort citava La Marseillaise, definendolo addirittura “un film sovietico”. (Tra gli aspetti intriganti della personalità di Renoir figura sicuramente la sua capacità camaleontica di “flirtare” con le idee e le ideologie del momento; uno dei suoi aficionados ha ipotizzato – a Firenze, in privato – l’eventualità che Renoir, se fosse rimasto nella Francia occupata, sarebbe diventato petainista pur di continuare a girare dei film.)
“La proposta rispettosamente “revisionista” di France Cinéma 2001 fatica ancora a trovare consensi tra i critici parigini della vecchia-guardia”, faceva rilevare Michel Ciment al termine della tavola rotonda fiorentina. Le due pagine apparse su Libération e Le Figaro rimangono per ora delle splendide eccezioni. Sarebbe molto interessante continuare il dibattito in occasione di un bel ciclo televisivo, ma: perché non continuarlo sulle riviste specializzate? In ogni caso su Renoir si avrà modo di ritornare in occasione dell'”omaggio critico” che France Cinéma dedicherà alla Nouvelle Vague, nel novembre 2002: furono proprio Truffaut, Rohmer, Godard, Chabrol e soci a scegliere Renoir come unico Santo Patrono del moderno cinema francese.