Tanna, dalla SIC 2015 finalmente nelle sale italiane

“Due tribù. Un amore” recita il pressbook di Tanna, opera prima di Martin Butler e Bentley Dean, documentaristi australiani di successo. Nel 2013, uno dei due registi decide di trascorrere un periodo di tempo immerso in una cultura “altra” e sceglie il villaggio Yakel, sull’isola di Tanna, nel cuore del Pacifico.

Nasce da questa esperienza l’idea di avventurarsi nel cinema di finzione restando, però, fedeli ad un approccio e ad uno stile non invasivi. – Doveva essere un lavoro “scritto” e interpretato dagli abitanti dell’isola. Volevamo che fosse il “loro” film – hanno dichiarato gli autori.

La storia narrata è semplice e prende spunto da una canzone su due amanti che, all’interno della società tribale, hanno il coraggio di sfidare la cultura tradizionale, opponendosi all’antica legge dei matrimoni combinati.

Una ragazza di nome Wawa, nonostante sia stata promessa in sposa ad un altro uomo come parte di un accordo di pace, si innamora di Dain, il nipote del capo tribù. I due innamorati decidono di fuggire e di resistere, fino alle estreme conseguenze, alle pressioni della comunità.

Il soggetto del film è, evidentemente,  la ripresa di un tema universale che, da Giulietta e Romeo, è stato elaborato e trattato in mille modi. Qui, non c’è alcuna sorpresa e tutto si svolge in maniera prevedibile.

La pellicola potrebbe destare interesse da un altro punto di vista, se considerata come ricerca antropologico-etnografica, ma sorgono altri problemi.

Secondo la teoria dell’etnocentrismo critico di De Martino, nessuno può venire fuori dal sistema culturale a cui appartiene e mettersi, davvero, nei panni dell’altro. La soluzione che De Martino suggerisce è assumere il proprio etnocentrismo, essere consapevoli di sé, per poi percorrere il cammino della conoscenza dell’altro come una continua messa in crisi di sé stessi, alla luce di quello che si è capito dell’altro. Solo a questo punto, si può discutere, secondo i propri valori, ciò che si è compreso degli altri.

Riportando il tutto al film, fatta salva la buona fede dei due autori che hanno vissuto per sette mesi insieme con la tribù Yakel, bisogna ammettere che spesso, durante la visione, si ha la sensazione di trovarsi di fronte alla riproposizione del mito del “buon selvaggio”.

Anche le immagini, esotiche e fiammeggianti, aumentano la distanza, impedendoci di entrare nell’intimità di un mondo che, “guidato” dai due registi, rischia di smarrire naturalezza e identità.

Tanna la scheda: crediti, cast e sinossi