Shakespeare, l’utopia e le belle bandiere. Intervista a Paolo e Vittorio Taviani

Pubblichiamo la seconda parte dell’intervista che Paolo e Vittorio Taviani hanno rilasciato a Piero Spila e Bruno Torri per il n.66/67  (aprile – settembre 2012) di CineCritica.

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[…] La dimensione della memoria ritorna spesso nei vostri film.

La memoria, non la nostalgia. La nostalgia è di una persona che non si riconosce nel presente e si rifugia quindi in un passato che presume idilliaco. Crediamo che per riuscire a capire quello che siamo oggi dovremmo  ricordare quello che siamo stati ieri. Forse solo così è possibile immaginarci nel futuro. Ci viene a mente una frase di Kaos: “Impara a guardare le cose anche con gli occhi di quelli che non le vedono più. Ne proverai dolore,  certo… ma quel dolore te le renderà più sacre e più belle”.

Un altro elemento espressivo fondamentale del vostro cinema è la musica, molti vostri film sono impensabili senza la presenza della colonna musicale. Sappiamo che la musica è una vostra passione giovanile, che poi avete sviluppato con il cinema.

Pensiamo che il cinema sia anche l’erede del grande patrimonio musicale del nostro paese. Molti nostri film sono nati proprio ascoltando certe musiche, in forma quasi ossessiva. Sotto il segno dello scorpione, ad esempio, nasce sotto l’influsso della Sagra della primavera. Quando abbiamo presentato il film in un festival a Bruxelles, la sera siamo andati a cena con il regista André Delvaux, che era un notevole musicologo. A metà della cena allontanò il piatto e sulla tovaglia tracciò un diagramma musicale: “Questo è il ritmo della narrazione del vostro film, assomiglia molto a quello della Sagra della primavera. Siamo rimasti colpiti: nel film non c’è una nota di Strawinsky. Pagammo noi quella cena a Delvaux, nonostante le sue proteste: era il nostro ringraziamento per averci confermato che quella musica si era fatta cinema. Altri nostri film hanno strutture musicali ancora più evidenti, certamente Allonsanfan che si rifà al melodramma. Per San Michele aveva un gallo alcuni  hanno ricordato la struttura di un  quartetto. Niente di programmato, ve lo assicuriamo.

La musica è già presente nel progetto del film o arriva dopo?

Dipende, certe volte la musica è già nella nostra testa, anzi certe sequenze si risolvono proprio attraverso la musica, come invenzione visiva. In Padre padrone, attraverso la storia di Gavino Ledda abbiamo raccontato soprattutto il passaggio dal silenzio al suono, e molte sequenze le abbiamo risolte proprio sottolineando questo aspetto. Quando il protagonista va a fare il militare e si prepara a sostenere l’esame, per riuscire a studiare deve isolarsi il più possibile dall’ambiente e noi abbiamo reso muta la colonna sonora, azzerando le voci dei compagni  che scherzano e fanno chiasso. Quando invece Gavino decide di smettere di studiare riemergono i suoni, i rumori dell’ambiente. E durante la scena della processione, i giovani pastori portano il carro del santo e ai lati i vecchi patriarchi cantano gli antichi cori gregoriani della tradizione sarda. I giovani, che sognano di emigrare in Germania, come per sfida, cominciano a cantare una canzone tedesca, che per loro rappresenta il desiderio di andare via, fuggire dall’isola e trovare una nuova realtà. Abbiamo costruito tutta la sequenza di quest’incontro-scontro dei due mondi attraverso l’alternarsi del canto dei giovani con quello dei patriarchi: da una parte la fuga e la libertà, dall’altra la conservazione. Pensavamo di montare i primi  piani dei due gruppi, ma poi, in moviola, abbiamo deciso per una sola inquadratura in campo lungo, dove non si vedono più le facce dei vecchi e dei giovani, ma si sente solo il suono dei loro canti, che cercano di sopraffarsi. Finchè la voce dei giovani annulla quella dei vecchi.

Dopo Kaos, avete girato Good Morning Babilonia, Il sole anche di notte, tratto da un racconto di Tolstoj, Fiorile, Le affinità elettive da Goethe, Tu ridi, tutte opere più che dignitose, molto professionali, che però non sembrano avere la stessa felicità espressiva, l’urgenza comunicativa dei film precedenti. E’ così?

– A voi il giudizio critico di cui prendiamo atto, però teniamo a dire che sono film in cui abbiamo creduto.  Poi magari il risultato si è rivelato contraddittorio. In particolare amiamo Le affinità elettive. Nel romanzo di Goethe ci ha sempre colpito il contrasto tra la forza costruttrice dell’uomo e la forza della natura che può distruggerla. Nel film abbiamo cercato di rappresentare questo dramma come sempre a modo nostro, non per caso è ambientato in Toscana, non in Germania.

Se parliamo di momenti particolarmente riusciti ricordo anche la sequenza di Tu ridi con Lello Arena che si abbandona alla danza. Qui siamo di nuovo di fronte al vostro cinema più alto e Arena è bravissimo. Ma a proposito di Arena, non abbiamo ancora parlato di attori, che nei vostri film funzionano sempre molto bene.

– Noi amiamo gli attori, che alcune volte consideriamo quasi coautori dei film. E’ stato così con Lello Arena come voi ricordate, così con Gian Maria Volonté. Un altro esempio è Giulio Brogi. In San Michele aveva un gallo, un film che avevamo preparato per due anni e tutto era chiaro e definito. Il protagonista è un rivoluzionario che, dopo dieci anni d’isolamento in carcere viene trasferito in un’altra prigione nella laguna veneta. Durante il trasferimento svolto su barche incontra i rappresentanti di una nuova generazione di rivoluzionari che rifiutano la sua linea  politica. Parlammo con Brogi: comprese quello che avevamo immaginato, ma recitando portò al personaggio qualcosa in più, una strana malinconia, che evidentemente corrispondeva ad un particolare momento della sua vita. E’ qualcosa che rimane nel suo sguardo, in certi suoi gesti, e che getta un’ombra dolcissima e dolente sul personaggio. Ecco, noi pensiamo che l’attore cinematografico non debba essere solo bravo, ma deve anche sorprenderci, magari regalando al film qualcosa di felicemente imprevisto.

I vostri film sono sempre molto ricchi dal punto di vista espressivo, in essi si colgono spesso delle citazioni d’autore. Ad esempio il finale di San Michele aveva un gallo, con la barca e il suicidio, ricorda il finale di Paisà…

No. Il finale di Paisà è stato uno dei motivi per cui abbiamo deciso di fare il cinema, ma girando quella scena non ci abbiamo proprio pensato. Le citazioni, quando ci sono, riguardano soprattutto i testi. Ultimamente girando per Cesare deve morire la scena in cui Bruto e Cassio parlano alla vigilia della battaglia dicendo che vorrebbero già essere al giorno seguente per sapere com’è andata, ci siamo accorti che anche Giulio Brogi la mormorava in  San Michele aveva un gallo. Inconsapevolmente avevamo fatto parlare il nostro personaggio con le parole di Shakespeare.

Come è nata l’idea di utilizzare il Giulio Cesare di Shakespeare nel vostro ultimo film?

La storia l’abbiamo ormai raccontata molte volte, avevamo altri progetti, scrivevamo altre cose, nel frattempo una nostra amica, Daniela Bendoni, continuava a invitarci a vedere certi spettacoli teatrali che si mettevano in scena nel carcere di Rebibbia. Alla fine abbiamo deciso di andarci, pensando in cuor nostro di incontrare una bella filodrammatica, e invece siamo rimasti letteralmente folgorati dallo spettacolo. Quella sera si rappresentava l’Inferno di Dante, in particolare l’episodio di Paolo e Francesca. Ad un certo punto l’attore, un uomo di 40 anni, prima di cominciare a leggere i versi, fece un breve discorso al pubblico. Disse pressappoco: devo dirvi che probabilmente solo noi abbiamo capito questi versi fino in fondo, voi no, voi vi siete solo avvicinati, perché il dolore e la sofferenza di Paolo e Francesca sono l’inferno e noi qui siamo all’inferno. E ha continuato: l’amore impossibile tra questi due personaggi è l’amore impossibile che viviamo noi separati dalle nostre donne, dai nostri figli; molte donne ti dicono “ti aspetto” e allora per noi comincia l’angoscia a pensare a quel sacrificio di anni, a quelle rinunce; altre, invece, ti dicono “non ce la faccio, ti lascio”, e allora ecco il disprezzo e la gelosia; e poi la disperazione di Paolo e Francesca è quando guardi la tua donna da dietro un vetro, senza poterla toccare. Ha recitato i versi di Dante in dialetto napoletano. Noi siamo toscani: l’ibrido poteva turbarci, invece no: quei versi ci hanno commosso quasi come la prima volta che li abbiamo sentiti. Siamo tornati e abbiamo visto altri spettacoli, La tempesta, Amleto. Ci siamo resi conto che Shakespeare evoca sentimenti azioni come l’omicidio, la sopraffazione, l’amicizia, il tradimento che appartengono anche al passato oscuro dei nostri detenuti.  Una forte emozione. Abbiamo deciso di raccontarla con la macchina da presa. Un documentario? Si…no. L’idea si trasformava continuamente. Ci ha guidato l’intuizione di girare tutto il film all’interno del carcere: nelle celle, nei cubicoli dove i reclusi vanno a prendere l’aria, nel campo da gioco e solo per il finale salgono sul palcoscenico.  Abbiamo affrontato questo lavoro con l’incoscienza e la ribalderia con cui abbiamo affrontato i nostri primi film, quando ancora ci misuravamo con la scoperta della macchina da presa.

Il film è cresciuto via via, confrontandoci con i carcerati, con la loro realtà di ieri e di oggi, spiando le loro reazioni. “Uomini d’onore” sono Bruto e Antonio e uomini d’onore sono i nostri attori. Un’esperienza artistica inquietante con uomini che quando recitano le loro battute hanno la verità negli occhi, e quando parlano di Cesare ucciso sanno cosa vuol dire uccidere.

L’Orso d’oro al Festival di Berlino per molti è arrivato inatteso.

Quando ci hanno detto che il presidente della giuria sarebbe stato Mike Leigh, il grande regista inglese che per di più ha esordito in teatro proprio con una regia di Giulio Cesare, abbiamo fatto un soprassalto… Invece Mike Leigh quando ci siamo incontrati nella serata finale ci ha detto che, secondo lui, tra i tanti film ispirati al “Giulio Cesare” il nostro è quello che più si è avvicinato all’anima di Shakespeare. Detto da un regista shakespeariano è un bell’apprezzamento. Immodestamente abbiamo voluto credergli.

Come avete già detto, è possibile trovare qualche affinità tra Cesare deve morire e Padre padrone. Sono due storie che hanno in comune il tema del riscatto umano conquistato attraverso una lotta dura e grazie alla cultura, in un film attraverso l’acquisizione e la conoscenza del linguaggio, nell’altro con la scoperta del teatro. A parte questo, Cesare deve morire si distacca però molto dai vostri film precedenti, sembra davvero imparagonabile. C’è, come sempre, una presenza forte, creativa, della regia, nell’uso degli spazi, nelle cadenze del parlato e dei silenzi, nel ritmo narrativo, nella scelta alternata del colore e del bianco e nero, ma allo stesso tempo è come se voi vi foste abbandonati completamente a quel mondo per lasciarlo esprimere il più liberamente possibile. Scegliendo di rispettare al massimo la fisicità dei luoghi e dei corpi, addirittura del clima ambientale. Dopo cinque anni di silenzio, una grande prova di originalità e vigore espressivo, sia per l’opzione  tematica sia  per la resa estetica.

Come abbiamo detto sopra prendiamo atto, questa volta con gratitudine, del giudizio critico. Vogliamo solo annotare che per La notte di san Lorenzo ci sono voluti sette anni di lavoro, qui solo ventidue giorni di riprese.

Avete improvvisato molto?

Nei mesi di preparazione alle riprese ci siamo incontrati con i detenuti. Mentre ci avvicinavamo al testo teatrale abbiamo ascoltato certi particolari racconti sulla loro vita e su quella dei compagni di cella, prima fuori del carcere e poi dentro il carcere. Racconti che mostravano alcune volte assonanze o dissonanze con quanto stavamo provando. Fatti di vita, sentimenti, azioni che abbiamo sentito il bisogno di inserire nel nostro racconto cinematografico. Insieme a loro li abbiamo rielaborati e a loro li abbiamo affidati perché li traducessero nel loro dialetto.

Come è stata la collaborazione con Fabio Cavalli

– Ricordiamo che Fabio Cavalli è un regista teatrale di talento, che ha dedicato gran parte della sua vita al teatro in carcere, alla cultura dei detenuti, alla scoperta del loro possibile talento. Ha collaborato con noi fin dai primi giorni con entusiasmo giovanile, ha spiegato ai suoi-nostri attori che con l’inizio delle riprese i direttori saremmo stati noi due e che lui avrebbe recitato insieme a loro. Ha collaborato alla sceneggiatura e alla traduzione del testo nei vari dialetti degli interpreti ed ha realizzato la messinscena finale sul palcoscenico. Con inventiva. Ora sta provando sul palcoscenico di Rebibbia il “suo” Giulio Cesare.

Nanni Moretti nella conferenza stampa di presentazione del film, distribuito in Italia dalla Sacher, ha detto che a Berlino l’Orso d’oro lo hanno vinto Paolo e Vittorio Taviani, non il cinema italiano. Che ne pensate?

– Di Nanni vogliamo dire solo questo: che è un distributore coraggioso, oltre a essere quel grande autore che è, e un nostro vero amico