Sassi nello stagno. Un documentario di Luca Gorreri

Samuel Fuller, uno degli ospiti più prestigiosi del Salso Film & TV Festival

Tra la fine degli anni Settanta e buona parte degli Ottanta andò in scena a Salsomaggiore Terme una specie di miracolo, un festival cinematografico come all’epoca non se ne facevano neppure all’estero, sia per ricchezza, qualità e spregiudicatezza delle proposte, sia per il rapporto costi/benefici che non sarebbe più stato eguagliato. Con un budget ridottissimo e con poche persone a lavorarci intorno, il Salso Film & TV Festival era un punto di riferimento per chiunque nel mondo stava realizzando nel cinema qualcosa di espressivamente spregiudicato e nuovo. Capitava quindi che in una città termale, famosa fino allora per  ospitare il concorso di Miss Italia, circolassero registi come Wim Wenders e Jim Jarmush, Pedro Almodovar e Otar Ioseliani, Jean-Luc Godard e Bernardo Bertolucci. E, a chiudere il programma, retrospettive preziose e accuratissime dedicate a maestri hollywoodiani in odore di eresia come Samuel Fuller o Nicolas Ray, registi classici come Mike Powell o provocatoriamente sperimentali come Kenneth Anger. Un Festival in cui l’attenzione ai film era almeno pari a quella per chi lo frequentava e dove, per pochi giorni all’anno, poteva riunirsi una comunità che parlava la stessa lingua e, a volte, vedeva trasformare i propri sogni in progetti concreti. Un’occasione fortunata per le condizioni in cui si era venuta a creare, un’avventura che se fatta crescere e consolidare poteva dare risultati ancora migliori, e che invece trovò una rapida e irrimediabile fine, per l’ottusità dei burocrati, la distanza di chi si sentiva estraneo a quella vitalità, l’indifferenza di un paese che non ha mai saputo dare valore a chi cerca strade nuove piuttosto che il facile consenso.

A ripercorrere i fasti e la crisi del Salso Film & TV Festival ci pensa un bel documentario di Luca Gorreri, Sassi nello stagno. Con una esplicita metafora i sassi sono quelli lanciati nell’acqua stagnante di un certo modo di fare politica culturale nel nostro paese (la ritualità dei festival, la vanagloria degli assessori che vogliono soprattutto divismo e glamour, le cattive abitudini del pubblico, la colpevole distrazione degli organi di informazione). I cerchi nell’acqua via via si allargano, ad un certo punto sembrano farcela per poi  sparire, l’acqua torna ad essere immobile.

Gorreri, che all’epoca del Festival era poco più di un bambino, ha fatto per il suo documentario una lunga e paziente ricerca (il materiale di repertorio è poco e a Salsomaggiore c’è poca voglia di ricordare), ha fatto parlare i protagonisti – Adriano Aprà, il direttore del festival, Patrizia Pistagnesi e Luciano Recchia, i suoi collaboratori – e poi una serie di testimoni di ieri e di oggi: politici, amministratori, intellettuali locali che ricordano un evento ormai lontano e concluso, con la tipica rassegnazione di chi pensa che in fondo non poteva che finire così. A confermarlo, purtroppo, è il ricordo dedicato a Marco Melani, cinéphile e organizzatore nel frattempo scomparso, la vera anima del festival con la sua straripante vitalità e la sua voglia di andare sempre oltre finché fosse stato possibile. Marco come quel festival troppo piccolo e strano non potevano durare.

Restano, in Sassi nello stagno, le immagini dei grandi ospiti presentati a Salsomaggiore nelle varie edizioni, le rassegne, i convegni, le anteprime, gli aneddoti curiosi come quello di un film in anteprima, portato dalla Spagna, in gran segreto, dentro una valigia, o il ricordo affettuoso della moglie del grande Samuel Fuller (“il più famoso dei registi sconosciuti” lo definì Bertolucci).

Gorreri racconta tutto questo mischiando stili e toni espressivi, rappresentazione classica e scomposizione dell’immagine (in onore della video-art, a cui il Festival, ancora una volta in anticipo sui tempi, dedicò molta attenzione), fino a tentare delle mimesi stilistiche per citare film-cult presentati a Salsomaggiore, come White Dog (1982), uno degli ultimi film di Fuller, o Blood Simple (1984), l’opera prima dei fratelli Coen, ancora sconosciuti.

In Sassi nello stagno non ci sono parole di denuncia, solo immagini, e almeno un momento di rara ferocia, quando, senza commento, viene riproposta l’agghiacciante conferenza stampa in cui nel 1989 viene annunciato il nuovo Festival che avrebbe preso il posto del vecchio. Al microfono il Presidente, Sergio Zavoli, forse in buona fede e fuori posto, e accanto a lui il nuovo direttore che millanta finanziamenti e promesse, e poi la schiera di amministratori locali che si danno di gomito, soddisfatti di aver finalmente messo a posto le cose.

Il nuovo Festival durò solo due edizioni e poi chiuse i battenti per sempre. Del vero Salso Film & TV Festival restano solo un po’ di immagini, qualche bel libro editato nelle occasioni, qualche ricordo personale e ora il bel documentario di Luca Gorreri, che racconta e rende onore ad un’ennesima occasione mancata. Con in più la considerazione amara che purtroppo poco è cambiato da allora. Lo sa chi andando in giro per festival continua a sentire le stesse richieste e le stesse discussioni: più divismo, più tappeto rosso, più giornali pieni con le stesse interviste, tutte uguali e tutte inutili.