Ricordo di Morando Morandini

Era così semplice diventare buoni amici di Morando Morandini. Ma anche: non era così facile diventare suo amico e restargli amico. Era semplice perché gli piaceva conoscere nuove persone. Non era facile perché non tutte le persone gli piacevano. Era esigente in una maniera piuttosto particolare: si poteva tranquillamente non essere d’accordo con lui, discutere su un film, avere opinioni diverse; però, non si poteva barare, non si poteva non avere una posizione sul cinema, sul compito del critico, sul modo di scrivere di cinema e di film. Averlo amico voleva dire confrontarsi con lui sul mestiere comune dello scrivere di cinema, perché si fa critica, per chi la si fa, come la si fa, come si scrive.

Chi scrive di cinema e anche chi va al cinema come spettatore abituale ha passato tanti anni con Morando. Si è tenuto a portata di mano il suo Dizionario dei film. Quelli che esercitano questo strano mestiere di fare il critico hanno letto il suo (aureo) libretto dal titolo (minimalista) “Non sono che un critico”. Avranno imparato da lui, speriamo, che scrivere di cinema – come di ogni altra cosa – vuol dire essere chiari e precisi, evitare banalità e svolazzi, frasi insensate, sparate retoriche. Vuol dire avere uno stile di scrittura elegante e sobrio. Il che non significa essere piatti, anzi: gli piaceva mettere nelle sue recensioni delle parole misteriose, mai sentite. Gli ho ricordato, con suo grande piacere, che da lui avevo imparato dei termini che non conoscevo: per esempio, l’aggettivo sdutta, incontrato per la prima volta in un suo pezzo sul “Giorno” per definire la silhouette di un’attrice. Era molto contento che mi avesse spinto a usare il vocabolario. Mi è sembrato che avesse usato sdutta proprio per farmi usare il vocabolario. Sdutta, magra, slanciata. Nelle sue recensioni l’ho poi incontrato più volte quello sdutta: gli piaceva masticare la lingua, farla sentire viva e vivace.

Chissà quante recensioni e schede per il Dizionario ha scritto. Decine di migliaia. Ho ritagliato tanti suoi pezzi dalle pagine del “Giorno”, dal 1965 al 1998, li ho incollati su dei fogli e li ho raccolti in contenitori. Gli ho mostrato quei faldoni: era molto soddisfatto. So che non sono stato l’unico a tenere da parte le sue recensioni. Morando ha formato tanti critici. Ci ha insegnato cosa fare, senza averne l’aria: è stato un buon maestro, di quelli da cui è bello imparare e che è bello seguire. Maestro come il maestro elementare che ha interpretato in Prima della rivoluzione di Bernardo Bertolucci. È stato un critico maestro elementare: nel senso che, nel leggerlo, imparavi gli elementi fondamentali del fare critica, lo sentivi all’opera nel guardare il film, nello starci dentro, nel percorrerlo, nello scavarci cunicoli e poi nel mettere in parole e frasi quel suo praticare il mestiere del vedere e guardare film, amarli in varie misure (con pallini, asterischi, quadratini…), non amarli affatto (ma non era devoto alle stroncature), soprattutto abile nel darti una mano e tenerti per mano mentre si passeggia e gironzola dentro il film.

Ha scritto libri su registi, ha scritto una storia del cinema con Goffredo Fofi e Gianni Volpi, non amava fare discorsi teorici sul cinema o sulla critica, era dedito non alla teoria ma alla pratica. Critico artigianale, critico di bottega con macchina da scrivere, amava i grandi autori e i registi di piccoli film, amava i generi: quanti bei film di serie B ci ha fatto conoscere. Era scrupoloso in modo classico, correggeva gli errori da un’edizione all’altra del Dizionario. Ha detto: «Nella vita si vedono ma non si guardano certe cose. Se tu riesci a captarle per qualche secondo o minuto, questa realtà che magari si vede ma non si nota, ecco allora puoi dire qualcosa di nuovo». Era tutta sua questa capacità di riuscire a guardare fino a individuare qualcosa che ti sfugge in una inquadratura, quel qualcosa nascosto e laterale che ti serve per entrare in un film. Diceva di essere un razionale emotivo, e lo si sente in ogni pezzo. Razionale perché attratto dall’analisi minuziosa, emotivo perché arrendevole alle ragioni della passione per il cinema e per tutti i tipi di film: «Per dirla secca, sono nato al cinema con i film francesi degli ultimi anni ’30. I miei idoli erano Jean Gabin, Arletty, Michèle Morgan. E Gary Cooper tra gli attori americani. Tra le attrici la Davis, la Hepburn, Carole Lombard. E Dorothy Lamour di cui mi innamorai col tramite di John Ford in Uragano (1937). Ford e Hawks erano i miei director preferiti, ma ricordo che mi lasciai incantare da Winterset (Sotto i ponti di New York, 1936) di Al Santell e rimasi sconvolto da Delitto senza passione (1934) di Ben Hecht». Non ho mai visto né Winterset del dimenticato Al Santell e neppure Delitto senza passione dell’ancora ricordato Ben Hecht. Non faccio però fatica a pensare che potrebbero incantarmi come hanno incantato il giovane Morando.
In un articolo per “Film TV” mi chiamò “il mio Bruno”, così, senza nessun cognome.    Grazie, Morando. Per tutto.