Punti di fuga – Il cinema di Stefano Incerti

Spesso c’è uno shift frame, uno slittamento di cornice, di contesto, una sfasatura tra quello che si sta vivendo e la vita che si vorrebbe. Capita di frequente nella quotidianità, è una caratteristica ricorrente nei film di Stefano Incerti. Dolore, sofferenza, malattia, perdita, difficoltà lavorative, disagio psicologico rendono più veri i personaggi che animano i suoi lavori. Decidendo di concentrarsi su queste particolari condizioni, il regista napoletano scopre i protagonisti, li denuda, li fa apparire più umani proprio nel rappresentare la loro precarietà. Pochissimi di loro però sono coscienti di ciò che stanno vivendo e in genere la consapevolezza, l’hic et nunc, sembra essere una prerogativa dei ruoli femminili. È il caso di Paola (Valeria Bruni Tedeschi) in La vita come viene (2003) quando ritornando a casa in auto dopo una cena in compagnia confida al marito: «Non c’è un minimo di amore in quello che stiamo facendo. Il risultato è che il lavoro non è un lavoro, gli amici non sono amici, i figli non sono figli. Non c’è il senso di quello che si fa. Non ha senso, la nostra vita non ha senso». O, ancora, l’Assia nella scena d’amore di Prima del tramonto (1999) che in un gioco di seduzione con Alì usa i versi della sura della Luce, An-Nûr, quelli in cui il Corano castiga il tradimento.

Assia: «Sono il fiore del campo e il giglio delle valli».

Alì: «Ma che dici? ».

Assia: «Sono la valle dell’amore puro, del timore di Dio! ».

Alì: «Sarai dannata per questo, lo sai! ».

Assia: «…della conoscenza e della speranza santa…».

Alì: «Dio è severo nelle sue punizioni…».

Assia: «Sono la mediatrice degli elementi. Colei che accorda l’uno contro l’altro. Rendo freddo ciò che è caldo. Uccido e do vita. Non puoi salvarti senza di me. Sei un bastardo Alì Ben Sellam. Solo chi purifica verrà salvato».

Alì: «Assia senza di te…».

Assia: «Shhh…»

La maggior parte dei personaggi si percepisce invece come fuori luogo, ancorata al ricordo di un passato incombente da cui non riesce a sottrarsi o proiettata da desideri e speranze in un futuro che vagheggia anziché essere intenzionato a costruire. Incapace di misurarsi con tutta la drammaticità del qui e ora è più incline a fughe da fermo che ad affrontare le questioni che l’attanaglia. Le storie che vengono messe in scena sono caratterizzate da due elementi ricorrenti – il caso e le collaudate convenzioni sociali – concepiti come opposti polarizzatori, tali da creare un vero e proprio campo minato entro il quale Incerti colloca gli uomini e le donne dei suoi film per dare inizio a una lenta, minuziosa, inesorabile osservazione. La coralità della narrazione cinematografica scelta e voluta da Incerti – come regista e come sceneggiatore – diventa così il contesto naturale, il più consono per raccontare queste tranche de vie. La vita come viene ne è in qualche modo un manifesto con la sua ricca galleria di varia umanità, da Paola alle prese con un marito sempre meno partecipe a Giorgia (Stefania Rocca) angosciata da una maternità che tarda ad arrivare, al professore (Tony Musante) chiuso nel lutto della perdita della figlia e deciso a non opporsi con accanimenti terapeutici alla malattia che lo sta divorando, il quale nel giorno del suo compleanno si concede un attimo di vita da dividere con Meri (Stefania Sandrelli), un’alcolista incontrata per caso al supermercato. Ventiquattr’ore dopo tutto tornerà come prima e Meri, andandosene, avrà solo la forza di dire: «Stanotte per un momento ho sperato di essere una donna migliore».

Nel Verificatore (1995), un atto oggettivo del protagonista – il controllo del consumo di gas annotato con le cifre riportate dal contatore – genera un’invadenza soggettiva, un contesto caotico dovuto proprio dall’irruzione dell’impiegato della compagnia di servizio. L’impacciato Crescenzio (Antonino Iuorio) entra nelle abitazioni delle persone, ne invade la privacy, con la sua presenza ne condiziona la quotidianità, anche solo per un attimo. Lui che, paradossalmente, della sua ingombrante esistenza sembra determinare quasi nulla – tanto da non riuscire a confrontarsi con la ragazza di cui segretamente si è invaghito né a misurarsi con il fratello più bello e intraprendente – in preda all’ira sarà capace soltanto di una reazione distruttiva nei confronti del losco padrone del laboratorio. Autodistruttiva è anche la resa di Alì che, in Prima del tramonto, si è infilato in una situazione senza via d’uscita. A lui che credeva di dominare la realtà, di averla in pugno, non resta altro che implorare accovacciato in un cantuccio di porre fine a tutto, visto che ogni sogno gli si è sgretolato tra le dita, come sabbia.

Leo Vitale, L’uomo di vetro (2007), è trasparente e fragile per la sua trasparenza. Rinchiuso in carcere per un delitto non commesso, lui che è un affiliato non regge alla pressione psicologica della detenzione e prende le distanze dalla “famiglia”: si pente. Il disagio, sotto forma di crisi di coscienza, lo rende umano e lo allontana da quei meccanismi bestiali e disumanizzanti che sono le rigide regole della mafia. La fragilità mentale appartiene però, ancora oggi, a quelle patologie che la società più difficilmente tende ad accettare, ed ecco allora che lo scomodo Leo diventerà ben presto “il pazzo”. Fa comodo alla mafia farlo considerare agli occhi di tutti una persona inaffidabile che parla a vanvera, senza cognizione di causa; fa comodo alla magistratura non impegnarsi più di tanto nel portare avanti le indagini – nonostante i numerosi riscontri oggettivi – seguendo le confessioni di una persona con cui si rischia il discredito. Tragicamente, la storia di quest’uomo che realmente è stato uno dei primi pentiti di mafia si spezza a 43 anni. Paga con la vita per essere divenuto estraneo a ogni contesto. Lo shift frame è tale da porlo molto al di là di una demarcazione borderline. Tant’è che Giovanni Falcone, nel corso del primo maxiprocesso di Palermo del 1986 terrà a precisare che Vitale «scarcerato nel giugno 1984, fu ucciso dopo pochi mesi, il 2 dicembre, mentre tornava dalla messa domenicale. A differenza della Giustizia dello Stato – ricorderà il magistrato nell’intervento riportato in un cartello in chiusura del film -, la mafia percepì l’importanza delle sue rivelazioni e lo punì inesorabilmente per aver violato la legge dell’omertà. È augurabile che, almeno dopo morto, Vitale trovi il credito che meritava e che merita».

Altra pellicola corale inserita in un contesto sociale forte e contraddittorio è Complici del silenzio (2008). Nell’Argentina della giunta militare che vuole accreditarsi con i mondiali di calcio del 1978, Maurizio Gallo esprime la sofferenza di un uomo, di una famiglia, di una classe sociale – gli emigranti – slegati dal Paese d’origine e mai pienamente riconosciuti in quello di adozione. Il suo è un dramma nel dramma di una nazione che sta sopprimendo ogni forma di democrazia. In realtà i Maurizio Gallo nel film sono due. Il primo è il giornalista italiano interpretato da Alessio Boni che sbarca a Buenos Aires per seguire le partite dell’Italia, ma innamorandosi di Ana (Florencia Raggi) scoprirà violenze, soprusi, torture e la facilità con cui un cittadino scomodo possa scomparire. Il secondo è lo zio del cronista (Jorge Marrale), un ingegnere che vive lì da decenni, sposato con  tre figli: la maggiore è moglie di un potente funzionario di regime, il minore è uno studente di lettere con la passione della fotografia che presto diventerà un nome nella lunga lista dei desaparecidos. È quest’ultimo Maurizio Gallo – e paradossalmente non il protagonista – che meglio rappresenta il mondo scrutato da Incerti. Emblematica è la scena nell’Ambasciata italiana in cui l’ingegnere affronta il diplomatico senza mezzi termini: «Cosa mi ha dato il mio Paese? Ci avete fatto emigrare qui per diminuire la disoccupazione in Italia, per evitare il caos. Abbiamo mandato i risparmi ai nostri parenti. E ora? Non contiamo più niente. Stanno ammazzando i nostri figli e voi che fate? Ve ne state con le braccia incrociate».

Il contesto in cui vive e si muove Marino Pacileo (Toni Servillo) di Gorbaciof (2010) è una Napoli cronicamente dolente, carceraria, freddamente urbana. Uno scenario in cui il protagonista sembra muoversi a proprio agio, cinico, scaltro e disincantato com’è per ipotizzare anche il minimo cambiamento. Insomma, l’uomo del luogo che sa già come ogni cosa andrà a finire. Eppure, quando tutto sembra già scritto anche per Lila (Mi Yang) – la giovane cinese il cui padre per debiti di gioco potrebbe acconsentire ad avviare alla prostituzione –, Pacileo riscopre un alito di vitalità che non lo porterà a cambiare atteggiamento ma anzi ad accelerare la marcia in quel labirinto opprimente che conosce a memoria ed è diventato la sua stessa esistenza, convinto in questo modo di poterne uscire e andando invece incontro alla morte.

Il qui e ora sembra, infine, essere elemento dominante in Stessa rabbia stessa primavera (2003), il filmato che Stefano Incerti realizza sul set di Buongiorno, Notte di Marco Bellocchio. È un documentario, non una rappresentazione cinematografica. L’autore dei Pugni in tasca è il protagonista che dinanzi alla macchina da presa non si tira indietro, anzi, a proprio agio, racconta gli anni della contestazione, del terrorismo, ma anche l’ambiente familiare soffocante, la morte del padre avvenuta quando lui era ancora un ragazzo e quindi elaborata soltanto anni dopo, la fuga dalla natìa Piacenza, il senso di colpa di matrice cattolica di un non credente, il delicato e mai risolto rapporto con le donne, fino alla rivelazione di un altro dolore profondo: il suicidio del fratello gemello avvenuto sul finire del 1968. Il tono sembra distaccato, a tratti algido, dettato da una grande lucidità. Nulla farebbe pensare a una condizione intrisa ancora di quello strazio che caratterizza una situazione irrisolta, solo tragicamente cristallizzata.

Siamo lontani dalle pause drammatiche che contrappuntano la confessione di Rafael Alberti, raccolta da Fernando Birri in un documentario del 1983, quando il poeta spagnolo confessa che la pallottola che ha ucciso Federico Garcia Lorca era in realtà destinata a lui. Eppure la partecipazione emotiva di Bellocchio anche se non si percepisce è reale, tanto da indurlo successivamente a chiedere di tagliare quella scena a Stefano Incerti capace di cogliere l’hic et nunc.