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Parole sante, un documentario di Ascanio Celestini

parole_sante_di_ascanio_celestiniUn uomo di fronte alle calcolabili conseguenze di un rubinetto che perde una goccia d’acqua: col tempo, le gocce riempiranno il lavandino, fino a traboccare sul pavimento; poi riempiranno la stanza e alla fine, stanza dopo stanza, l’acqua allagherà e distruggerà il palazzo. Ma l’uomo pensa che una cosa del genere non possa accadere, e anziché chiudere meglio il rubinetto, si gira dall’altra parte e si addormenta. Con questo piccolo, folgorante apologo, si apre e chiude Parole sante, esordio nel cinema documentario diAscanio Celestini, in forma di ballata amara, sarcastica, incisiva.

Il film ricostruisce per diretta testimonianza dei protagonisti la storia del collettivo di lotta formatosi tra i precari dell’Atesia di Roma, il più grande call center italiano. Sono loro le gocce d’acqua dell’apologo, precari e precarie il cui numero cresce in Italia con progressione allarmante, senza che nessuno si curi seriamente di arrestarne l’inondazione! Chissà se monterà un tale malessere da buttare giù il pasoliniano “Palazzo”… Certo, questi lavoratori hanno la non piacevole sensazione di stare sul Titanic che affonda, mentre la nostra classe politica va in pezzi e continua a portare in Tv i distinguo tra la flessibilità che è buona e la precarietà che è cattiva. Chiacchiere che perdono ogni senso di fronte alle storie concrete di chi è entrato studente nel call center per avere qualche soldo in tasca, e si ritrova da padre di famiglia sempre allo stesso punto: è la forza del documentario di Celestini, che con semplicità punta dritto all’essenziale di una condizione, incarnata nelle facce e nelle parole di Peppe, Marco, Cecilia, Gianluca, Emauela, Jimmy…, degli uomini e delle donne che ce la raccontano (non senza un’umanissima ironia). Chi risponde al telefono vive di cottimo: 85 centesimi per ogni telefonata ricevuta, ma se dura meno di 20 secondi non guadagna niente. Entri in “fabbrica” – nella sede Atesia di Cinecittà ci sono circa 4000 lavoratori – e devi conquistarti la tua postazione; poi ci sono giorni che non telefona nessuno, e allora sei andato a lavorare per niente.

Quando, nel 2005, l’azienda decide di togliere ai lavoratori 5 centesimi a chiamata, la protesta è generale e spontanea. Nasce il collettivo PrecariAtesia, che chiede un contratto a tempo indeterminato e i conseguenti diritti, indicendo il primo sciopero, con un adesione del 90%. Chiede anche l’intervento dell’Ispettorato del lavoro, per verificare se i contratti a progetto non mascherino lavoro subordinato; e dopo una lunga istruttoria ottengono ragione: l’Atesia è tenuta ad assumere 3200 persone, a versare loro i contributi non percepiti, a pagare una ingente multa! Così direbbe la legge… Poi si apre una trattativa che vede negoziare azienda e confederazioni sindacali con la mediazione del Ministero del Lavoro, fino a un esito che sa di beffa: a fine 2006, l’Atesia e il gruppo di cui fa parte se la cava assumendo part-time, a 550 euro al mese, i lavoratori che firmano un atto di “conciliazione”, con cui rinunciano al pregresso e liberano l’azienda dal pericolo di sanzioni. I militanti del collettivo contro la precarietà sono tutti fuori: o perché rifiutano di firmare la conciliazione, o perché l’azienda li licenzia, semplicemente non rinnovando loro il contratto a progetto. Così vanno le cose in questo paese, ed è bene saperlo.