parla tanto di me

Parlo tanto di me – Nanni Moretti visto da Daniele Luchetti

parla tanto di meImpossibilitato a essere presente alla consegna del Premio Fiesole Maestri del Cinema 2008 assegnato a Nanni Moretti (10 luglio), Daniele Luchetti ha risposto ad alcune domande sull’amico Nanni di cui è stato assistente, e che ha diretto in maniera impeccabile nel Portaborse.

Com’è Moretti attore sul set del Portaborse?

Nanni ha una gamma espressiva che è soltanto sua. In qualche maniera non prescinde dalla persona che è: quando vediamo un film interpretato da Moretti non possiamo dimenticarci che lui è una persona pubblica, che interviene nella politica, nel pensiero … Mentre ci sono altri attori meno esposti. Bisogna quindi fare i conti con questa cosa: o contraddicendola come ho fatto io nel Portaborse, dove interpretava un personaggio di cui non condivideva le idee, oppure andandogli pienamente incontro. Ciò detto il carattere del politico che interpretava nel Portaborse forse in parte gli appartiene anche: una certa cattiveria, un certo sadismo… Quel personaggio che detestava, lo ha fatto benissimo.

E’ più difficile dirigere un attore che è anche un personaggio pubblico?Nanni la intimidiva un po’?

Nessun problema. Gli attori sono degli esseri umani… variabili, tutto qui. La cosa buffa che succedeva è questa: alla fine della giornata Nanni rimetteva i vestiti di produttore, e magari ti diceva “Io e Angelo (Barbagallo) abbiamo visto che consumi troppa pellicola, puoi girare un po’ meno?”. Questo era abbastanza buffo.

In un certo senso Il Caimano è un po’ un cugino del Portaborse…

Il Portaborse a me sembra largamente citato nel Caimano, un film indubbiamente molto attuale… come lo sono Gomorra e Il divo, due capolavori di registi più giovani che a Nanni debbono sicuramente qualcosa…

Sembra che Nanni sul set dei propri film faccia molti ciak. Sul set del Portaborse quanti ne faceva?

Il problema è questo: noi avevamo un punto di vista diverso sul modo di porgere le battute. Nanni tende a sottolineare il senso delle battute in maniera abbastanza didascalica, almeno lo faceva all’epoca soprattutto quando la battuta era prevedibilmente buffa e il pubblico tendeva ad anticiparlo; io invece sul comico tendo ad attenuare l’effetto, a smorzare, tendo a dare l’impressione al pubblico che quella battuta viene fuori per caso. Giravo quindi prima dei ciak per me, e poi quando ero sicuro che erano riusciti, gli davo la libertà di esprimersi a modo suo, di fare la sua parte.

L’ironia, l’autoironia di Nanni è qualcosa di molto particolare, direi un unicum nel nostro cinema. Come la definirebbe lei? Morettiana?

Eh sì, non c’è altra definizione. La sua ironia è morettiana come quella di Woody Allen è “alleniana”. Che il nome serva a definire il “tocco”di un autore (vedi per esempio l’aggettivo “felliniano”) è una grossa dimostrazione di personalità autoriale: vuol dire che il suo modo di far cinema non si può definire altrimenti se non con il suo nome. Sono pochissimi gli autori i cui film sono riconoscibilissimi anche solo da un fotogramma.

Giorni fa Furio Scarpelli, uno dei padri della commedia italiana, ci diceva: “La sua grande invenzione è che, parlando di se, Moretti è riuscito a prendere per i fondelli otto milioni di italiani che si sono riconosciuti nel suo personaggio, non è merito da poco”. Nel cinema italiano Moretti non ha precedenti.

Sì, è vero… Il fatto di mettere se stesso al centro e forse la nota che lo caratterizza di più… In fondo l’aveva già profetizzato nel titolo del suo primo film Io sono un autarchico: io sono autosufficiente, sono soggetto e oggetto dei miei film allo stesso tempo. (Non parlerei tanto di autoironia, perchè spesso l’autoironia manca, è più il fatto di essere soggetto e oggetto allo stesso tempo del film.) Come dire io racconto di me stesso, e racconto di me stesso che racconto me stesso. Nanni Moretti è questo, uno che spesso racconta se stesso mentre sta raccontando se stesso.

Questa insistenza di Moretti sulla cinepresa fissa?

Il movimento della macchina da presa è, come dice Bertolucci, il movimento del regista sul set. Io credo che, rispetto alla macchina in movimento, la macchina fissa sia proprio il movimento del suo corpo sul set: Nanni appena si siede guarda attentamente in una direzione, io invece preferisco star vicino ai personaggi, girargli intorno, guardarli più da vicino, cambiare punto di vista. Il movimento di macchina non è una decisione a priori, ma a posteriori; nasce come conseguenza di un ragionamento, non è il ragionamento. Lo stile non è una cosa che si decide a tavolino, viene dalla necessità di quello che si racconta, ed è il frutto di quello che tu sei. Lo stile morettiano è suggerito dalla necessità di quello che racconta, sommato alla sua personalità. Vedere un autore di questo tipo all’opera mi ha fatto capire, forse più velocemente, che uno deve cercare il proprio modo, e non cercare riferimenti ad altri.

Un pò alla Rossellini, Nanni a volte sembra dire o pensare che la tecnica in fondo non serve a granché, non esiste.

E’ una boutade, sono convinto che Nanni mente spudoratamente quando dice così (ride). Nanni è uno che di tecnica ne sa moltissimo, dalla stampa della copia all’equilibrio sonoro, al dettaglio degli obbiettivi eccetera, ha una grandissima attenzione alla tecnica; può dare l’impressione di negarla, ma in realtà di tecnica sa tutto.

Fellini mi diceva una volta: “Ammiro Moretti come uomo e come collega, perché tira fuori una componente di me che io, vecchio papa corrotto, ho sempre nascosto. E’ un po’ un giovane Savonarola che ha il coraggio di essere un uomo morale, e sa organizzare le sue indignazioni”.

E’ vero…

Lo definirebbe un moralista intransigente?

Assolutamente. E’ una componente che apprezzo in lui, la vedo.

A quali film dell’amico Nanni è più legato?

Sono affezionato soprattutto a Bianca e a La messa è finita, anche perchè ci ho lavorato come aiuto regista. Da Nanni ho imparato molte cose, ho imparato tanto per cominciare che non si deve imitare. Lui fa un cinema talmente personale che non è ripetibile, neanche per un istante si può pensare di fare un film nel suo stile. È già una bella lezione.

Tra i suoi film migliori, personalmente ci metterei Io sono un autarchico proprio perché lì Moretti esordiente dimostra di non dover niente a nessuno, cosa assolutamente rara, vedi il caso Bertolucci molto legato all’inizio a Pasolini.

E’ vero, è vero… Pensandoci, sa chi ha un po’ questo modo di far cinema? Il primo Spike Lee. Raccontava il suo quartiere, la sua passione per il cinema, forse in maniera più, se vogliamo, sensuale, ma anche lì con un punto di vista politicamente molto deciso. La cosa vale anche per certi versi per Woody Allen: anche lui mette se stesso come attore e come personaggio allo stesso tempo, racconta se stesso come regista, come uomo che ama le donne, come persona moralmente non intransigente, e in questo Woody Allen è esattamente l’opposto di Nanni. La cosa vale anche per Truffaut: quando François fa il ciclo Antoine Doinel racconta se stesso sotto falsa identità. Comunque paradossalmente Spike Lee è quello che gli può somigliare di più.

Altra caratteristica di Nanni, anche quando fa della satira non è mai cinico, come tendevano ad essere certi registi della commedia italiana che lui detestava.

Sì, è una delle prime cose di cui parlavamo quando ci siamo conosciuti: Nanni detestava quel cinema anni settanta che ti metteva quasi in imbarazzo per il sentimento di odio nei confronti dell’umanità diversa da sé. L’umanità diversa da sé, Nanni nei suoi film semplicemente la elimina: non è che la racconta con affetto o ironia, semplicemente non la racconta. Scola, Pasolini, per dire, erano dei borghesi che raccontavano la classe operaia, il sottoproletariato, e lo facevano con sentimento, nel caso di Pasolini con grande amore, nel caso di Scola con un senso feroce di disperato grottesco e non senza una dose di cinismo. Nanni quel mondo lì semplicemente non lo esplora e non lo racconta. Non è mai uscito dalla borghesia di sinistra, non c’è un film in cui lui racconta una classe sociale diversa da quella cui appartiene. Insomma, racconta solo i personaggi che conosce, che gli somigliano, ed espunge quelli che non gli piacciono, e così evita in radice di essere cinico. Quando invece, come nel caso del Caimano, racconta il diverso da sé, Nanni utilizza gli stessi toni di quel cinema che amava meno: nei confronti di Berlusconi ha tentato di essere cattivo, grottesco.

Intervista a cura di Aldo Tassone