Occidente

Occidente: un Ufo nel panorama cinematografico italiano

OccidenteCapita raramente di emozionarsi vedendo un film italiano, intendendo per “emozione” la consapevolezza che qualcuno, attraverso un media (che di solito è la voce, uno sguardo o una lettera e purtroppo sempre più raramente il cinema) ci ha comunicato un suo stato di coscienza, qualcosa per cui non servono le parole, ma che c’è, e, soprattutto rimarrà.
L’emozione di Occidente è difficile da districare e, soprattutto da individuare: è un film, o meglio un’emozione densa. Convivono gli aspetti politici, interiori, sociali e psicologici. Lo sguardo è allo stesso tempo interiore e esteriore, molto esterno: quello di una ragazza rumena, emigrata, sradicata sia emozionalmente che fisicamente. In lei pesa il senso di colpa di non aver dato seguito alle sue speranze, di essersi tradita, di aver tradito i suo compagni di lotta contro Ceausescu, di non aver dato seguito alla rivoluzione, all’utopia di un mondo che forse ha saputo solo immaginare. La sua vita si spegne, le sue emozioni vanno in putrefazione nella “struttura” della globalizzazione e questo Salanilo rende perfettamente nei rapporti occasionali vissuti dalla ragazza.
Il corpo si distacca piano piano dall’anima: è il corpo che conta nella società della basi militari, non l’anima. Ma lei non sa che farsene, non lo sente, lo butta via. Non butta via invece i timidi sguardi del professore, ma come per una maledizione rimangono sguardi.

Ma la cosa più interessante è lo sguardo sull’Italia. Con un’escamotage classico: quello di affidare ad una persona “straniera” la percezione di una società, Salani ci dice la sua sul nostro paese, e in generale sull’Impero, sul capitalismo trionfante , essendone il nostro paese una delle sette province più sviluppate. Un paese che ha paura dei sentimenti, egoista, dove sta vincendo se non ha già vinto la paura, la paura di sentire le cose, quella che i due protagonisti si trascinano per tutto il film e che sembra non avere soluzione.
Nel buio della sala viene voglia di gridare “Perché non parlate fra di voi, ditevi qualcosa, dai, da cosa-nasce-cosa”…ma, guidati per mano da Salani in un percorso misterioso ma conosciuto si arriva a comprendere perfettamente quella deriva dei sentimenti che non permette ai due protagonisti di comunicare.
Il film in questo è acido, strafottente, ci butta addosso le situazioni da dove si generano i rimpianti, il non detto, il non vissuto, il niente, la morte, o meglio la nascita del consumatore perfetto, colui che è disposto anche a comprarsi il sesso e la socialità. E il discorso va anche sul cinema, che nella sua versione industriale avanzata sta diventando sempre più un palliativo di emozioni non vissute o un costruttore di desideri.
Salani ci nega anche questo, ci rappresenta la non-emozione, non ci vende niente, svuota le scene d’amore da ogni sentimento, quasi volesse farci vedere “scarnificate” le scene d’amore dei film: un rapporto tra due estranei. Ci nega il “cinema” perché è consapevole del mezzo, quasi non ci volesse ingannare, non vuole farci vivere un incantesimo consolatorio, qualcosa che come quello dei due protagonisti si interrompe ogni volta che gli aerei gli passano sulla testa. Ci dice “la vita è là fuori” e questo per un regista è un grande atto di coraggio.

Ma il coraggio di Salani e del suo film è ancora più apprezzabile soprattutto se paragoniamo il suo lavoro a quello della maggioranza del cinema italiano contemporaneo, che si sta “modernizzando” vendendoci qualsiasi cosa, diventando quasi la commedia italiana “on line”, qualsiasi tic, modella, paio di tette, omicidio di mafia, comico, cabaret che esca fuori viene subito svuotato, riciclato e bruciato in qualche operetta, magari di buona fattura anche autoironica ma di pochissima fibra o, peggio ci propone una visione autoreferenziale con pochissima ironia, come se la “profondità” non si dovesse mai sposare con l’ironia.
Il film di Salani è serio ma non triste, e la cosa sorprendente è che nella protagonista, nonostante tutto, alberga un soffio di vita, quello stesso soffio di vita che ci accompagna anche all’uscita dalla sala.