Non solo Argentina – Incontro con Marco Bechis

La versione integrale dell’intevista al regista Marco Bechis sarà pubblicata sul primo numero del 2002 di CineCritica.

Alambrado (1991), il tuo primo film, ha molti punti in comune con Figli/Hijos (2001). In entrambi i casi si sente la violenza dei legami familiari: in Alambrado i figli sono distrutti dal padre, in Figli, la violenza, nella finta famiglia, è ovattata. Sei d’accordo?

Assolutamente si: ci sono questi elementi in comune. Del resto, quando uno fa un film ci mette dentro sempre qualcosa che conosce bene. E cosa c’è di più immediato per un regista che raccontare dei rapporti, familiari e umani? Non si esce da quel recinto.

In Alambrado, a proposito dell’ambivalenza insita nelle relazioni parentali, è significativa la sequenza in cui Fernandez, un personaggio minore, uccide la moglie e i figli e poi si preoccupa che nessuno faccia loro del male…

Mi ero dimenticato di quella scena: sono tanti anni che non rivedo il film. Diciamo che Alambrado era un film più simbolico, pur non essendo raccontato in modo simbolico, nel senso che voleva, indirettamente, parlare dei temi poi trattati in Garage Olimpo (1999): dell’uomo-macchina, dell’uomo-burocrate che esercita la violenza su altri uomini. In Alambrado, c’è, invece, l’uomo e il rapporto con la natura.

C’è, al centro di Alambrado, il tema delle radici, individuali e collettive.

Le radici e il rapporto anche con un ambiente geografico. Come quelle radici vengano distrutte da un ambiente geografico e come la cultura venga trasformata in qualcosa di vuoto. Abbiamo visto, anche in Europa, quanto poco siano duraturi i legami culturali: abbiamo vissuto davanti ad un paese, come la Jugoslavia, che da un giorno all’altro, davanti ai nostri occhi, a 300 km. dalle coste italiane, si è dissolto. Ci si chiede chi siamo noi: abbiamo un problema di identità. Credo che questa sia la costante dei tre film. In Garage Olimpo l’identità consiste nel chiedersi se sei libero o no, quando sei libero. In Figli, chi sei.