Manica larghissima

Come bene evidenzia un articolo pubblicato su My Movies, l’apposita commissione del MiBAC preposta al riconoscimento dei film d’essai, quindi a considerarli di “intesse culturale nazionale” e ad ammetterli ai previsti benefici di legge, ha operato secondo criteri di manica, non larga, ma larghissima, con esiti tanto sorprendenti quanto aberranti. E questo perché tali esiti comportano, insieme al giudizio sulla sensibilità estetica, invero piuttosto bassa, dei componenti di detta commissione (o almeno di quelli che hanno dato il loro voto favorevole), un cattivo uso del denaro pubblico e un danno per quei film artisticamente e culturalmente validi che il suddetto riconoscimento lo meritano davvero. Ecco le prove: accanto a opere di qualità artistica e culturale come, solo per citare qualche titolo esemplare, Faust, Habemus Papam, Carnage, This must be the place, possiamo trovare, per decisione dei suddetti commissari, non sappiamo se confortati anche da un orientamento ministeriale, film come Amici miei – Come tutto ebbe inizio, Una cella per due, Femmine contro Maschi, Manuale d’amore 3, Nessuno mi può giudicare, Se sei così ti dico sì, La banda dei Babbi di Natale, Boris – Il Film, Genitori & Figli. E’ subito evidente che questi 7 (non proprio magnifici) film hanno in comune diversi, interconnessi, aspetti: l’appartenenza allo stesso genere, cioè la commedia (con la parziale eccezione di Amici miei – Come tutto ebbe inizio che è prevalentemente un film comico); la motivazione decisamente commerciale; l’intento di andare incontro ai gusti, soprattutto quelli più corrivi, del pubblico. Ma in maniera altrettanto marcata hanno in comune anche l’assenza pressoché totale di resa estetica e di spessore culturale, cui peraltro neppure ambivano. Sia chiaro: come tutti sappiamo, anche le commedie e i film comici possono risultare degli autentici capolavori, ma qui il discorso non riguarda l’appartenenza o meno a un genere; potrebbe semmai riguardare la pratica, tipicamente italiana, dello sfruttamento intensivo di un filone cinematografico appena qualche prodotto ottiene un grosso, e magari inspiegabile, successo al botteghino, come appunto è accaduto da noi in questi ultimi tempi. Sia altrettanto chiaro: questi film hanno tutti pieno diritto d’esistenza, ci mancherebbe altro, anche perché la loro produzione è comunque indispensabile all’industria cinematografica italiana. E d’altronde, per meglio completare il quadro d’insieme, va pure ricordato che lo Stato già li premia, e lautamente, con il meccanismo (discutibilissimo) dei “contributi sugli incassi” o “ristorni” che dir si voglia. Ma ciò che è sbagliato e inaccettabile è il premiarli ulteriormente, mettendoli nella stessa categoria dei film d’autore, dei film finalizzati all’arte e alla cultura, dei film che possono rispondere positivamente alla domanda culturale di un determinato pubblico, quello più esigente e più dotato di istanze critico-conoscitive, che non va al cinema solo per non pensare e per distrarsi (ovvero: trarsi fuori da sé): il pubblico, per restare nel caso in esame, che vorrebbe frequentare le sale d’essai o sedersi di fronte ai cosiddetti “schermi di qualità” senza trovare con-fusi Sokurov e Neri Parenti, Moretti e Barnaba, ecc. ecc. Specialmente in questo periodo in cui lo Stato ha pochi soldi, e pochissimi sono quelli che dà al cinema e ancor meno quelli che riserva alla promozione della cultura cinematografica, appare più che mai doveroso evitare gli sprechi. Tenuto anche conto che l’istituzione pubblica responsabile della politica cinematografica nazionale si chiama, non a caso, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, dove il termine “attività culturali” sottintende, in modo inequivocabile, il ricorso a scelte selettive coerenti e rigorose, appunto corrispondenti alla volontà di favorire l’“interesse culturale nazionale”, e, proprio per questa unica ragione, legittimanti l’impiego di risorse pubbliche.