Luigi Nono e il cinema, un libro di Roberto Calabretto

I rapporti fra le avanguardie musicali del Novecento e la musica cinematografica sono sempre stati piuttosto tempestosi, per non dire quasi inesistenti. I casi di Stravinsky e Schönberg, inizialmente approcciati da Hollywood ma poi respinti da una insormontabile divergenza di vedute, sono fin troppo noti. Rimangono i pilastri del Novecento storico, come Shostakovich o Prokofiev in Russia, o la generazione dell’80 (Malipiero, Petrassi) in Italia. Ma per ciò che riguarda “la scuola di Darmstadt”, ai cui corsi estivi si formarono Nono, Boulez, Cage, Stockhausen, Maderna, Ligeti, Berio e altri, l’incompatibilità sembra essere invalicabile.
Non che il cinema non abbia utilizzato frequentemente musiche d’avanguardia, anzi: si pensi solo all’amore di Stanley Kubrick per le opere di Ligeti; ma quanto a scritturare direttamente questi compositori per il grande schermo, non c’è praticamente storia. Con alcune vistose eccezioni.

Due di queste riguardano altrettanti musicisti veneziani, reciprocamente legati anche da una comune militanza, politica e culturale. Ma se Bruno Maderna (1920 – 1973), compositore e grandissimo direttore d’orchestra, si è accostato (raramente peraltro) al cinema senza alcun pregiudizio né precondizionamento, non esitando a scrivere per opere di consumo e cesellando proprio per un B-movie/thriller “all’italiana”, La morte ha fatto l’uovo (1968) di Giulio Questi, una partitura straordinariamente laboratoriale e temeraria, Luigi Nono (1924 – 1990) ha invece concepito il cinema come uno degli strumenti più formidabili e avvincenti a disposizione del proprio indomabile impegno civile e politico, un’arma potente non già di mera propaganda ma di fiera e complessa produzione di senso, in direzione di quella fede marxista che ne ha animato tutta la vita e l’opera.

Insomma, «un’arte di lotta e fedele alla verità». Ed è questo anche il sottotitolo dell’imponente volume che lo studioso friulano Roberto Calabretto ha ora dedicato ai rapporti, fitti e particolarissimi, tra Nono e la settima arte (“Luigi Nono e il cinema”, Libreria Musicale Italiana, pagg.539, euro 40). Il lavoro, frutto di anni di minuziose ricerche d’archivio e sul campo, può apparire sproporzionato rispetto all’effettivo contributo diretto del compositore per il grande schermo, risoltosi in un solo lungometraggio e un pugno di documentari. Ma Calabretto indaga ben più a fondo, scoprendo che l’amore di Nono per questa forma d’arte era enorme, e a volte imprevedibile. Così non stupisce la sua propensione per il cinema sudamericano più “politico” o per i maestri del cinema sovietico postrivoluzionario, o per cineasti come Godard, Buñuel, Pontecorvo, così come la sua attrazione verso le riflessioni metafisiche di Kubrick e, soprattutto, verso la potenza simbolica del cinema di Andrej Tarkovskji, cui dedicò nell’87 la composizione “Caminantes… no hay caminos, hay que caminar…”; ma certo sorprende che accanto a questi Nono fosse interessato alla saga Star Wars di George Lucas, e non certo perché lo attirassero il genere di fantascienza o l’alto tasso di spettacolarità commerciale di quel tipo di cinema, bensì per le potenzialità tecniche e sperimentali che egli vi intravvedeva.

Come si accennava, il suo apporto diretto al cinema di fiction è circoscritto ad un titolo, Un hombre de éxito (1986) del cubano Humberto Solás, ritratto della resistibile ascesa di uno spregiudicato opportunista nella Cuba dagli anni ’30 ai ’50. Film indirettamente “politico” anche questo, dunque, per il quale Nono, oltre ad intervenire direttamente in alcuni passaggi, s’impegna altrove ad attingere largamente ai repertori più vari, in un ruolo di “consulente” che assumerà anche in altre occasioni. Ad esempio nei numerosi documentari da lui curati per la parte musicale, come La pista nera (1972) di Giuseppe Ferrara.

Il sodalizio con il battagliero regista toscano, autore di numerosi instant-movie di denuncia civile (Il caso Moro, I banchieri di Dio, Giovanni Falcone), avrebbe dovuto essere in realtà molto più corposo e durevole, come documentato da Calabretto nell’intenso carteggio fra i due. In particolare, Nono è stato vicino a comporre le musiche per Faccia di spia (1975), durissimo “j’accuse” di Ferrara sulle malefatte internazionali della CIA. Non se ne fece nulla, e il film fu poi affidato al musicista greco Manos Hadjidakis, ma Nono figura come consulente musicale del documentario succitato dedicato all’insorgente (e siamo nel ’72!) fenomeno del rigurgito neofascista: qui, alternando urticanti, secchi interventi strumentali quasi da film horror con caricaturali inserzioni “esterne” (“L’Opera da tre soldi” di Kurt Weill). Nono dimostra innanzitutto di avere chiarissime le coordinate del rapporto tra musica e tipologie di immagini, ossia di aver – come scrive Calabretto – «pensato al cinema come possibile momento di ispirazione per la sua stessa musica», garantendo nel contempo un fortissimo messaggio ideologico e civile. Ma si rivela anche uno straordinario, potenziale “regista musicale”, la cui competenza e lucidità in materia erano probabilmente sin troppo elevate e intransigenti per conciliarsi con i compromessi, le approssimazioni e i cedimenti etici del cinema industriale.