le radici e le ali

Le radici e le ali: il cinema di Jean Marie Straub e Danièle Huillet

le radici e le ali“Loro, per divertirsi, intendono agitarsi il più possibile… Io volevo godermi il tempo: guardavo e osservavo” – dice, significativamente, ad un certo punto, una donna di Operai,Contadini , l’ultima opera di Jean-Marie StraubDaniele Huillet, tratta, se così si può dire, da “Donne di Messina” di Elio Vittorini.
Il desiderio espresso dal personaggio femminile di “mettersi comoda e di sentire gli altri” e “di scambiarsi occhiate con qualcuno”, rappresenta una sorta di invito, per chi guarda, a fare altrettanto: ad abbandonare, cioè, i tempi e le modalità di relazione usuali, per entrare in un mondo “altro”.

In effetti, per penetrare nell’universo messo in scena da Straub e Huillet, è necessario accantonare le classiche aspettative legate alla visione cinematografica ( la narratività, il facile coinvolgimento, la ricerca di una morale a buon mercato) e raccogliere la sfida di chi, partendo da un testo, mai recitato ma sempre “citato”, intende parlare al cuore e alla ragione dello spettatore. Colui che riesce a liberarsi di tutto ciò che è abitudine, quotidianità, distrazione e ad osservare la realtà con lo stesso stupore di Straub e Huillet è, alla fine, ripagato, per il suo sforzo iniziale, dall’esperienza della bellezza.
Si pensi, in proposito, alla gratuita, gioiosa gita alla ricerca del Lauro (“Avevamo bisogno di rimboschire”), che conclude Operai, Contadini, o all’altrettanto stupenda chiusa di Sicilia: “E’ bello il mondo: luce, ombra, freddo, caldo, gioia, non gioia” / “speranza, carità”/ “infanzia, gioventù, vecchiaia”/ “uomini, bambini, donne,”/ “donne belle, donne brutte, grazia di Dio, furberia e onestà”/ “memoria, fantasia” (…) / “malattia, guarigione, morte, immortalità e resurrezione” / “Troppo male offendere il mondo!”.

Andando indietro, nella filmografia di Straub e Huillet, non si può dimenticare neanche la decisiva affermazione conclusiva pronunciata da Fortini, nel film del 1976: “Ad ogni situazione esiste una via d’uscita e la possibilità di trovarla, e cioè, la Verità esiste, assoluta, nella sua relatività”.
Il cinema di Straub e Huillet è, dunque, tutt’altro che auto-referenziale: gli spettatori non devono aspettarsi nulla dal film ma devono, forse, chiedere molto a se stessi.
Per ogni opera di Straub e Huillet vale, infatti, ciò che Tullio Masoni ha scritto riguardo a Sicilia!: “è materialista nella misura stessa in cui libera spiritualità”.
A tale scopo, vanno assolutamente ricordati i sempre attuali dialoghi, mitologici e non, al centro della prima parte di Dalla nube alla resistenza .
Le conversazioni tra Issione e Nefele, Ippoloco e Sarpedonte, Edipo e Tiresia, e tutti gli altri, racchiudono in sé l’ansia e gli interrogativi di ogni uomo, di tutti i tempi, relativi a sé e al proprio Destino.
E’ questo il significato ultimo di ogni film di Straub e Huillet: il guardare al passato, per loro, non è mai fuga o evasione nostalgica, bensì l’unico modo possibile per fare i conti con il presente e immaginare il futuro.
In tal senso, il confronto serrato, impietoso con i Padri, reali e simbolici, costituisce una fase ineludibile, nello sviluppo individuale e collettivo. FORTINI/CANI è, a ben guardare, un romanzo familiare in cui il figlio si scontra con il padre.

Analogamente, in Dalla nube alla resistenza, l’amicizia tra il Bastardo e Cinto altro non è che un tentativo di recuperare un padre “buono”.
Persino il protagonista di Sicilia torna dalla madre per far, però, domande sulla figura paterna. Insomma, solo partendo dai propri padri, dalle proprie radici, tagliandole o coltivandole, è possibile spiccare il volo verso micro o macro-cosmi nuovi rispetto a quelli già dati.