Grosso grasso matrimonio greco

Le commedie di integrazione e il cinema delle società complesse

Grosso grasso matrimonio grecoI fenomeni multiculturali in Europa e nel mondo si sono diffusi a macchia d’olio. Il motivo di questa evoluzione culturale è l’immigrazione, effetto tangibile del fenomeno economico più ampio della globalizzazione neoliberista. La multiculturalità, la presenza cioè di culture diverse in un territorio in cui i confini geografici si sono progressivamente liquefatti, non è il risultato migliore delle relazioni tra culture differenti. Multiculturale è infatti una società le cui isole culturali restano separate proprio come macchie d’olio, e non si innescano significative contaminazioni. È il modello degli USA, la cui multiculturalità è innegabile e si esprime nella presenza di quartieri separati per “etnie” di immigrazione.

L’Europa invece dimostra di tendere verso l’interculturalità, vale a dire verso l’intersezione e l’interazione attive tra culture differenti. Di recente, anche il cinema ha voluto raccontare questo fenomeno inedito per il potenziale di cambiamento socioculturale che prospetta. I finali di due celeberrimi titoli, East is East (di Daniel O’ Donnel, GB 1999) e Il mio grasso grosso matrimonio greco (My Big Fat Greek Wedding, di Joel Swick, USA 2002), illustrano ciò che sta succedendo nella realtà e che il cinema sta assorbendo nelle sue forme. Nel film anglopakistano di O’ Donnel, sia la sequenza dei titoli di testa che il finale mostrano la medesima inquadratura: un’intersezione di strade di un quartiere popolare della Londra degli anni Sessanta. Le panoramiche dall’altro verso il basso (in apertura di film) e dal basso verso l’alto (in chiusura) mostrano un labirinto attraversato dapprima da masse separate per cultura, in seguito, una volta concluso il percorso di cambiamento sociale che costituisce il racconto del film, da individui le cui culture si sono contaminate reciprocamente in un meltin’ pot interculturale. Il finale de Il mio grasso grosso matrimonio greco, produzione americana, racconta un’altra storia. Ai due romantici protagonisti non resta che accettare la casa che il padre della sposa ha comprato per loro e che confina con quella della sua famiglia. Il percorso di integrazione del film di Joel Swick non disegna un processo di cambiamento sociale: il protagonista maschile, un americano altolocato, viene integrato nel microcosmo degli immigrati greci. Tra le due comunità sussiste uno scambio reciproco che però nel corso del film origina una serie di situazioni comiche che svelano ed esorcizzano imbarazzi e paure, fino a spingere ad escamotage registici quali la distorsione visiva: con il pretesto dell’ubriachezza dei con suoceri americani, la comunità greca appare un circo felliniano. Nel finale, il cambiamento non viene formalizzato: tutto rientra nelle tradizioni greche. Si tratta del racconto di un percorso di integrazione passiva, un processo in cui la società resta ancorata alle tradizioni (il matrimonio come fondamento sociale), in nome di una visione poco lungimirante e pragmatica di matrice statunitense. L’ultima inquadratura infatti svela ancora comicamente, a irridere una condizione felice ma per molti aspetti perturbante, la presenza della casa dei giovani sposini interrazziali accanto all’abitazione della famiglia di lei, sulla cui facciata campeggia una bandiera greca a marcare la diversità.

In film come East is east o nel recente Jalla Jalla! (di Josef Fares, Svezia 2000), il percorso è inverso: siamo nel territorio delle cosiddette “narrazioni lineari a specchio”, un archetipo mitico che racconta il cambiamento della comunità in seguito al passaggio di uno straniero. Esiste un filo rosso che unisce questi film: la forma di commedia, innanzitutto. Un non-genere in grado non solo di edulcorare le pillole più amare (evidente l’intenzione di attenuare le tensioni sociali, specie nel pubblico “autoctono”), ma di contenere qualsiasi situazione presentandola come una concatenazione di eventi imprevisti. L’imprevisto infatti costituisce il nucleo narrativo di queste pellicole alle quali si adatta la definizione di “commedie d’integrazione”. Imprevisto, non contemplato, eccentrico è infatti lo straniero. E straniero risulta chiunque non corrisponda allo stereotipo. Le leggi e gli stereotipi da trasgredire sono le leggi sociali e di comunità, tanto che si può parlare di un ritorno delle commedie di costume. Dalla circoncisione al matrimonio, queste commedie fondano i loro plot sulla messa in crisi dei fondamenti sociali. Nella fattispecie il film americano ripristina la consuetudine (il matrimonio) in nome del vantaggio (il significato culturale non è preponderante), il film anglopakistano invece rompe la consuetudine in nome di un cambiamento: la “chiusura” delle comunità immigrate pakistane è demolita nei suoi aspetti conflittuali.

Altri sono i titoli che raccontano, in questo periodo di grande crisi e perciò di grande fermento, la prospettiva interculturale. Da Storie(Code incconnu, di Michael Haneke, Francia, Germania, Romania 2000) a Brucio nel vento (di Silvio Soldini, Italia, Svizzera 2001), daLontano dal paradiso (Far From Heaven, di Todd Haynes, USA 2002) a Monsoon Wedding (di Mira Nair, India 2001). Sono film che allargano lo spazio del cinema a territori inesplorati e riportano il cinema a stretto contatto con la dimensione sociale, una dimensione ormai complessa che necessita forme nuove per poter essere raccontata.