La trilogia della società contemporanea in Robert Altman

Pubblichiamo un estratto dell’articolo di Eloisa Guida, inserito nel n.63. (luglio-settembre 2011) di CineCritica versione cartacea.

Spettatore disincantato della sua epoca e completamente esterno all’ottica cinematografica hollywoodiana, Robert Altman registra con grande lucidità durante l’intero arco della sua carriera i vizi e le debolezze di una società in continuo mutamento quale quella americana. Come egli stesso sostiene: «La vita americana, i problemi americani. Ma perché dovrei occuparmi d’altro? Mi occupo di quello che conosco. (E che mi preoccupa.)».2 Una pellicola estremamente rilevante a questo proposito  e uno dei capolavori assoluti del regista è senza dubbio America oggi (Short Cuts, 1993).

Nel 1984, nel viaggio di ritorno dalla Francia agli Stati Uniti Altman legge gran parte dell’opera di Raymond Carver, scrittore comunemente definito il capostipite della letteratura minimalista, autore che ha scritto solo racconti e poesie, ma che non si è mai cimentato nel genere del romanzo. Di qui nasce per il regista l’idea della pellicola; riunisce quasi tutto il cast, ma non riesce a trovare qualcuno che gli finanzi il lungometraggio. America oggi uscirà quindi solo nel 1993 con la co-sceneggiatura di Frank Barhydt e la distribuzione della Penta Film e vincerà il Leone d’Oro alla Cinquantesima Mostra di Venezia dello stesso anno.  La pellicola si basa su nove racconti – “Vicini”, “Loro non sono mica tuo marito”, “Vitamine”, “Vuoi star zitta, per favore?”, “Con tanta di quell’acqua a due passi da casa”, “Una cosa piccola ma buona”, “Jerry, Molly e Sam”, “Creditori”, “Di’ alle donne che andiamo” – e sulla poesia “Limonata” sempre di Carver. Lo scrittore americano usa una forma di scrittura ridotta all’osso, una ricerca minuziosa delle parole in modo da usare il minimo dei vocaboli possibili per rappresentare lo stato d’animo dei personaggi da lui creati. La sua ambientazione è quella delle province americane, in cui si è costretti ad arrangiarsi e a trovare sotterfugi per vivere; quella per cui ci si adegua alla routine quotidiana, ma dove in un istante e per un solo evento, apparentemente insignificante, può cambiare tutto. Viene descritta la società della rassegnazione, di chi a testa bassa, nonostante le terribili scoperte della vita, continua ad andare avanti, consapevole di dovere accettare le cose esattamente per quello che sono, come uno stato di fatto immodificabile. Ma Carver non grida a voce alta la sua denuncia, la fa emergere attraverso lo spaesamento e il forte senso di perdita dei personaggi che popolano i suoi racconti, attraverso la descrizione scarna e incisiva dei loro pensieri e delle loro immagini mentali, che si rincorrono un po’ alla volta fino a portare solitamente all’esito più disastroso. Ed è proprio questo che Altman vede e trascrive nella sua opera. Anche qui il ritratto che ne esce è impietoso. Nonostante il regista si limiti a registrare le esistenze e la routine dei suoi personaggi e delle loro famiglie – i “brevi scorci” del titolo originale -, la pellicola assume un respiro da epopea, come fa notare Enzo Siciliano: «Ma che stupido, stupidissimo titolo, America oggi, i distributori italiani hanno dato allo stupefacente Short Cuts di Robert Altman… Intitolando Short Cuts un film dal respiro epico, credo che Altman, suggerito da Raymond Carver… ha voluto dirci quanto l’esistenza collettiva sia fatta di piccoli segmenti che si divorano gli uni con gli altri, un’esistenza dispersa e polverizzata, e, per questo, feroce e disperatissima».3 Altman descrive una classe di un gradino più alto della società rispetto a quella descritta da Carver, e questa volta l’ambientazione sono i quartieri periferici di Los Angeles. Le storie sono abilmente collegate tra loro attraverso richiami iconografici, legami di parentela o di conoscenze o attraverso un uso molto abile della colonna sonora che accompagna tutto il film. E’ un ritratto corale con ben trentasei personaggi, quasi tutti protagonisti, le cui vicende sono un susseguirsi della vita quotidiana di ognuno di loro in un ritratto che scorre come «un gigantesco zapping esistenziale».4 Bill e Honey Bush,  Earl e Doreen Piggot, Jerry e Lois Kaiser e i loro tre figli, Ralph e Marian Wyman, Claire e Stuart Kane, Ann e Howard Finnigan e il loro piccolo Casey, Gene e Sherry Shepard con i loro tre figli e il cagnolino Susie, Stormy e Betty Weathers e il loro figlio Chad, infine Paul Finnigan – interpretato da uno splendido Jack Lemmon – che dà magistralmente voce alla poesia di Carver nella trasposizione fattane dal regista. Unica storia originale del regista è quella di Tess e Zoe Trainer, madre e figlia, artefici inoltre per gran parte delle musiche filmiche. Altman si fa appieno portavoce della dichiarazione di Carver a proposito della definizione di minimalista che gli è stata accostata: «E’ un’etichetta usata per designare un sacco di scrittori straordinari, ma è solo questo, un’etichetta».5 Il regista tratta il suo lungometraggio come una sola e unica storia, come egli stesso dichiara: «Quello che penso di aver fatto è di aver tirato fuori un “minestrone di Carver” da questi racconti».6 La risultante è il romanzo che Carver non ha mai scritto. Altman non ne rispetta completamente le storie, ma ne rispetta appieno lo spirito, prendendo spunto dagli eventi apparentemente insignificanti che accadono ai personaggi dello scrittore, ma che lasciano una traccia profonda e indelebile nel loro animo, come se qualcosa all’improvviso si rompesse senza più poter essere aggiustato.  Un evento iniziale: gli elicotteri che sorvolano Los Angeles per debellare la mosca della frutta in un lungo piano sequenza di quindici minuti che presenta uno alla volta tutti i personaggi del film. Un evento finale: un terremoto di magnitudo 7.5 preceduto da un omicidio insensato e aberrante. All’interno è il caos. Le vicende dei protagonisti si susseguono in sequenze rapidissime attraverso la peculiarità altmaniana dell’uso di più macchine da presa – di solito due – che non lasciano troppo spazio allo spettatore per capire ciò che pensano realmente i personaggi. Le riprese sono frenetiche e si susseguono a ritmo di piani americani. I primi piani per Altman si soffermano solo sugli oggetti, testimoni silenziosi e inanimati di accadimenti confusionari e vorticosi. E forse è proprio questa la differenza tra i racconti dello scrittore e la pellicola del regista. Se con la scrittura Carver riesce a descrivere i pensieri, gli stati d’animo dei suoi personaggi, Altman – un po’ per le peculiarità del linguaggio filmico, ma soprattutto per una sua personale idea che tralascia volutamente le psicologie individuali – lascia che i pensieri vengano solo immaginati dallo spettatore attraverso il suo soffermarsi con la macchina da presa su quegli oggetti inanimati, ma pregni di un significato altrettanto profondo di un pensiero umano. E un altro importante elemento che porta all’analisi dei pensieri vorticosi dei protagonisti e fa in qualche modo da contrappunto alle più che disincantate miserie umane mostrate nel lungometraggio è la colonna sonora. Egli suddivide la musica in quattro tipi ben distinti tra loro: la musica jazz cantata e suonata di Annie Ross e del Low Note Quartet, la musica jazz solo strumentale del Low Note Quartet, la musica classica di Lori Singer e la musica di Mark Isham. Se la musica solo strumentale del Low Note Quartet e di Mark Isham hanno un carattere puramente extradiegetico e fungono da ponte sonoro con una finalità di legame puramente sintattico – e di accompagnamento dell’azione più che di commento -, la musica cantata di Annie Ross e quella suonata di Lori Singer sono per lo più intradiegetiche, ma con diverse incursioni nell’extradiegetico. Altman mostra così attraverso questi artifici, tralasciando solo la verità e spontaneità di sentimenti dettati dalla musica, un mondo alla deriva, pieno di vuoti, mancanze, debolezze, idiosincrasie che l’animo umano non riesce in alcun modo a colmare, disorientato da tutto ciò che lo circonda.

Ossessionato dai vizi, dall’ipocrisia e dai falsi miti di una società in lento, ma inesorabile e irreversibile declino, per Altman – per la prima volta dopo Nashville del 1975 – nasce quindi il progetto di una sorta di trilogia sulla società contemporanea, non solo americana, attraversata da una crisi di valori radicali.

Novità questa per il cineasta, il quale ha sempre avuto una filmografia convulsa, forte anche dei grossi cambiamenti che stavano avvenendo nel panorama cinematografico hollywoodiano americano dell’epoca. Dall’inizio degli anni Sessanta fino alla metà del decennio successivo nel cinema statunitense si riscontrano molteplici aspetti: la progressiva scomparsa dei generi che avevano fatto la fortuna di Hollywood; il graduale abbandono dello studio-system; l’esplosione della televisione che porta via il pubblico dalle sale; il fallimento della Fox con Cleopatra (1963) di Joseph L. Mankiewicz che, in qualche modo, obbliga a una riorganizzazione delle strutture produttive