La scomparsa di Luis Enriquez Bacalov

La scomparsa avvenuta a 84 anni di Luis Enriquez Bacalov, di nascita argentino ma italiano da quasi un sessantennio, segna l’uscita di scena non solo di uno degli ultimi maestri della musica cinematografica italiana, ma di un artista complesso e fantasioso, spesso in anticipo sui tempi e protagonista di una lunga stagione della vita musicale del nostro paese.
Pianista precocissimo già in patria, Bacalov giunse in Italia alla fine degli anni ’50 in un momento di grande fortuna della canzone d’autore italiana. E qui, proprio come il collega Morricone di cinque anni più anziano, legò il proprio nome ad alcuni tra i maggiori successi delle hit-parades dell’epoca, collaborando con cantanti come Gianni Morandi, Rita Pavone e soprattutto Sergio Endrigo. Erano di Bacalov le melodie accattivanti ma mai banali, le orchestrazioni classicheggianti e morbide, timbricamente raffinatissime, di canzoni straordinariamente popolari come “Cuore”, “Che m’importa del mondo” della Pavone, “Il mio mondo” di Umberto Bindi, “Legata a un granello di sabbia” di Fidenco, l’indimenticabile “Io che amo solo te” di Endrigo, ma anche la struggente “Quand’ero piccola” cantata da Mina per un curioso hol-up movie del ’68 di Emilio Miraglia con Walter Pidgeon e Klaus Kinski, A qualsiasi prezzo.

In parallelo, la sua carriera di musicista cinematografico, iniziata a metà degli anni ’50 (Questi fantasmi di Eduardo De Filippo,’54), lo porterà a sviluppare un eclettismo di tipo onnivoro e particolarmente duttile, in un corpus di partiture (oltre centosessanta) che vanno da prodotti ultrapopolari, di genere (poliziottesco, western, commedia e quant’altro: suo tra gli altri il Django di Corbucci) e di serie B a collaborazioni spiccatamente d’autore come la curatela del soundtrack per Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini, o La noia di Damiani, Una questione d‘onore di Zampa, A ciascuno il suo di Petri, e naturalmente – nell’80 – il Fellini di La città delle donne, senza alcun inferiority complex nei confronti dell’eredità rotiana, giù fino agli anni 2000 e ai film di un autore intellettuale e pensoso come Emidio Greco (L’uomo privato, Notizie dagli scavi). L’Oscar arriverà nel ’95 per la partitura, tenera e solare de Il postino di Michael Radford, canto del cigno di Massimo Troisi, anche se è un riconoscimento che verrà “disturbato” da una lunga querelle legale con l’ex-sodale Sergio Endrigo, che nel tema principale riterrà di ravvisare la propria “Nelle mie notti”: disputa che si concluderà solo recentemente con un accordo con gli eredi del cantautore e la “spartizione” della statuetta.

Ma – ed è forse l’aspetto più interessante della personalità artistica di Bacalov – il musicista è stato anche tra gli antesignani del cosiddetto “rock progressive” italiano e in particolare della commistione fra rock e forme classiche, in particolare sei-settecentesche e barocche. Su questo fronte, il suo capolavoro rimane il “Concerto grosso per i New Trolls”, terzo album e pietra miliare del gruppo nato nel 1967 e interamente composto da Bacalov secondo una struttura (Allegro, Adagio – su testi di Sergio Bardotti con un frammento dell’”Amleto” shakespeariano – Cadenza/Andante con moto, “Shadows per Jimi Hendrix, “Nella sala vuota”) che all’impianto tradizionale del concerto barocco affiancava gli interventi solistici e vocali della band. Pagina strepitosa per limpidezza di concezione e drammaticità espressiva, questo Concerto vide una prima stesura prototipale come colonna sonora del thriller di Maurizio Lucidi La vittima designata (1971, con Tomas Milian), mentre il suo adagio “Shadows”, pagina di disarmante bellezza, andò a far parte l’anno dopo anche del soundtrack di quello che forse è il capolavoro di Fernando Di Leo, re del gangster-movie italiano, Milano calibro 9: partitura, questa, dove l’incalzare drammatico e via via sempre più tragico degli eventi è contrappuntato dalla rigorosa articolazione contrappuntistica della musica (si pensi al fugato iniziale), in una perfetta simbiosi fra eredità del passato e dinamismo pop. Confermando in tal modo la vocazione multiculturale e la maestria eclettica di un compositore per il quale la contaminazione tra linguaggi non era un peccato di cui vergognarsi ma l’indispensabile viatico per la modernità.