La ‘primavera’ del cinema italiano: l’opinione critica di un critico

Riproponiamo il dibattito già avviato sul ruolo della critica cinematografia e sul rapporto tra critica e cinema italiano con l’opinione di Maurizio Fantoni Minnella, scrittore e collaboratore di CineCriticaWeb. In attesa di nuovi contributi da parte degli addetti ai lavori.

L’idea, da qualche tempo diffusa, di una presunta primavera del cinema italiano è certamente più il frutto di una ben orchestrata strategia commerciale che di una concreta analisi dei valori filmici, per cui si dovrebbe forse, pur banalmente, parlare di ripresa economica alla luce di successi clamorosi al botteghino come l’immancabile La vita è bella di Roberto Benigni. Ma come sappiamo, dietro l’abuso del termine “primavera”, che malinconicamente e con un po’ di nostalgia ci rammenta quella Praghese, ossia quella vera, in realtà si nasconde l’ennesima mistificazione della stampa quotidiana e settimanale, ormai asservita alle leggi del mercato. Per costruire il caso o i casi è necessario vi sia un patto tra mercato e giudizio: se il critico è funzionale al mercato, quest’ultimo sarà il vero referente del critico per avvalorare e rafforzare la propria tesi.

Qualcuno intervistando Carlo Mazzacurati sul quotidiano “La Repubblica” ha affermato che il regista non sarebbe stato incluso nella “rosa di primavera” insieme ai vari Benigni, Giordana, Moretti, Muccino, Ozpetek e Sciarra, che a quanto sembra (di questi tempi qualsiasi dichiarazione dei media, suona come un diktat incontestabile), rappresenterebbero il presente e il futuro del nostro cinema. La risposta di Mazzacurati ha giustamente voluto riaffermare invece il diritto a difendere la propria poetica rispetto alle facili classificazioni e alle esclusioni programmatiche. E’ proprio la singola poetica, o se si vuole il cammino individuale di taluni registi dotati di talento (ad esempioPaolo Benvenuti), che si vorrebbe isolare, emarginare, o meglio, lasciar fuori dal gioco.
Non che i registi succitati ne siano privi, non si vuole affatto dire questo, ma è evidente che le loro opere ci appaiono per lo meno fragili (magari con l’eccezione de I cento passi di Giordana che pure presenta qualche incertezza di sceneggiatura), rivolte più al consenso generale che alla ricerca di un linguaggio autentico che esprima il vivere del tempo che stiamo attraversando. Operine, si diceva, che elevano la banalità a categoria estetica e morale anche laddove si mette in scena il dolore (come nel caso del film di Nanni Moretti La stanza del figlio). E’ curioso come anche all’interno della rosa di primavera, appunto non vi siano giudizi solidali sui singoli film. Deve essere imbarazzante, ad esempio, per un Moretti trovarsi accanto ad un Muccino, autore a suo “modesto” avviso di un film mediocre, quando proprio lo stesso Muccino lamentava di non aver ricevuto i complimenti dal maestro Nanni. Dunque alla celebrata triade oscariale Tornatore, Salvatores, Benigni (con l’eccezione di quest’ultimo che resta attualmente il regista più amato) si sostituisce una nuova tornata di registi cui affidare l’immagine definitiva del cinema italiano all’estero, immagine che purtroppo riflette tutte le ambiguità e le debolezze della nostra fragile cultura.

Infine vale ribadire ancora una volta che il peccato originale del cinema italiano è nella radicata difficoltà o forse anche incapacità di osservare e raccontare la realtà e le problematiche dell’uomo, rinunciando agli schemi e ai modelli consolatori della cultura del buonismo, della comicità grossolana e soprattutto dell’arte come legittima autoassoluzione.