La politica necessaria – Editoriale

La conferma nel governo Gentiloni di Dario Franceschini alla guida del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo è una buona notizia per il cinema italiano. In questo modo, infatti, il ministro avrà la possibilità di portare a termine la riforma legislativa del settore audiovisivo, che non si è affatto conclusa con la pubblicazione della nuova legge sulla Gazzetta Ufficiale. Resta infatti da definire e rendere concretamente operativo il nuovo provvedimento attraverso la scrittura di una serie di regolamenti e decreti attuativi di non poco conto. La conferma del ministro Franceschini, principale artefice della nuova legge cinema, che per altro non riguarda solo il cinema, dovrebbe garantire che non sorgano ostacoli e ripensamenti sull’iter del provvedimento. Ci sarà da lavorare a pieno regime ed è facile prevedere che i tempi purtroppo non saranno brevissimi. E’ auspicabile invece che i 400 milioni destinati al settore siano disponibili al più presto, sia per sostenere la produzione, sia per favorire interventi nel settore dell’esercizio per ciò che riguarda la ristrutturazione delle sale esistenti e per la riapertura di quelle chiuse e nell’attività di programmazione, sia per finanziare associazioni, festival e rassegne che operano nella promozione del cinema di qualità in Italia e all’estero. In relazione a queste ultime attività, il fatto che la scadenza per le domande per il 2017, solitamente fissata alla fine dell’anno precedente, sia stata procrastinata a data da destinarsi suscita più che una preoccupazione sulla valutazione e sulla tempistica delle assegnazioni.

Ci sono poi alcuni nodi strutturali che i decreti dovranno chiarire: come saranno stabiliti i criteri per l’assegnazione dei contributi automatici alla produzione? Si terrà conto solo dell’incasso sala? Ma in questo caso è chiaro che un film che viene lanciato con 300 copie, anche se si rivela un flop, incasserà comunque più di un film che, pur ottenendo un oggettivo successo, viene programmato solo su 30 schermi. Si applicherà un meccanismo sulla media copia? E quanto sarà valutato il successo artistico? Quanto varrà un Leone di Venezia, una Palma d’oro di Cannes o anche semplicemente la selezione ad un grande festival? E la partecipazione ai festival nazionali che vengono sostenuti dallo Stato, e quindi giudicati implicitamente meritevoli, potranno anch’essi contribuire a formare il punteggio?

Come si capisce, gli interrogativi che i decreti dovranno chiarire sono numerosi e in particolare c’è da risolvere la questione che riguarda l’entità dei contributi selettivi destinati alla produzione. E’ stato stabilito che la quota possa variare fra il 15 e il 18% del fondo, ovvero fra i 60 e i 72 milioni di euro. In altre parole per il cinema più innovativo ci sono in ballo 12 milioni di euro in più o in meno. Non è una cifra di poco conto, se si tiene presente, che, del tutto incongruamente, il fondo dei contributi selettivi dovrà coprire anche le risorse destinate al Luce, al Centro Sperimentale di Cinematografia, alla Biennale di Venezia, alla Cineteca di Bologna, al Museo del Cinema di Torino. Presumibilmente questi enti assorbiranno in totale circa 40 milioni di euro. Di conseguenza, la cifra restante per la produzione di film attraverso i contributi selettivi risulterebbe di 20 milioni qualora venisse applicata la quota del 15%. Invece, nel caso si arrivasse al 18%, le risorse salirebbero a 32 milioni. Una bella differenza.

Come SNCCI abbiamo più volte auspicato e ribadito, anche in una serie di incontri pubblici svoltisi durante l’anno, che se l’intento della nuova legge è di favorire il rinnovamento del cinema italiano, un ricambio generazionale, la creazione di un nuovo pubblico, il sostegno dovrebbe essere indirizzato prevalentemente e prioritariamente alla produzione indipendente, alle sale d’essai, alla formazione. Favorire un cinema che è già ampiamente protetto dal mercato non ha molto senso. In attesa che, come promesso dal ministro Franceschini, in un prossimo futuro, il sostegno agli enti pubblici sopra indicati venga garantito da altre risorse, ribadiamo la necessità di destinare ai contributi selettivi la quota massima prevista del 18%.

Infine, arrivati alla fine del 2016, diventa inevitabile qualche rapida riflessione sullo stato di salute mostrato dal cinema italiano nel corso degli ultimi dodici mesi. Gli entusiasmi suscitati all’inizio dell’anno dallo straordinario esito di “Quo vado?” sono andati progressivamente svanendo e in particolare nel secondo semestre i risultati per la produzione nazionale, sia in termini economici, sia culturali, sono stati particolarmente deludenti. La quota di mercato del nostro cinema, che a giugno era attestata al 38%, è progressivamente diminuita, arrivando a perdere dieci punti percentuali. Le cause del tracollo non derivano solo dalla mancanza di offerta nel periodo estivo e dell’irragionevole affollamento autunnale, esasperato nel periodo natalizio dall’uscita di un numero spropositato di film dello stesso genere destinati ad un stesso target, ma anche e soprattutto dalla scarsissima qualità dei nostri film di taglio popolare, caratterizzati dalla ripetitività delle formule produttive, dalla modestissima diversificazione per generi, dall’utilizzo esagerato degli stessi volti. Quanto al cinema d’autore non è mancato qualche titolo meritevole, ma complessivamente, anche in questo settore, si avverte una certa stanchezza, una mancanza di coraggio e, cosa ancora più preoccupante, un progressivo disinteresse del pubblico nei confronti degli esperimenti più innovativi. Lo dimostra il malinconico risultato commerciale ottenuto da “Fiore” di Claudio Giovannesi, titolo di punta dalla nuova tendenza che mescola sempre più intrinsecamente documentazione e finzione, ed uno dei film italiani più apprezzati dell’anno anche a livello internazionale. Insomma c’è da ricucire un rapporto con il pubblico e, per farlo un provvedimento legislativo come quello che, si spera, diventerà operativo nel più breve tempo possibile, è senz’altro utile, ma non sufficiente.