John Williams, pilastro creativo del ciclo di Star Wars

Quando nel 1977 compone le musiche per il primo capitolo (che poi sarebbe divenuto cronologicamente il quarto) della nascente saga di Star Wars in questi giorni approdata all’Episodio VIII Gli ultimi Jedi, John Towner Williams ha 45 anni, una lunga gavetta alle spalle come compositore di commedie nonché pianista e orchestratore, già due Oscar vinti (per l’adattamento de Il violinista sul tetto e la partitura de Lo squalo), e una collaborazione con Steven Spielberg avviata nel ’72 con Sugarland Express che sta per toccare il capitolo 28 con l’imminente The Post.

Ciononostante egli non è ancora un musicista “mainstream” del cinema, soprattutto fuori dagli Stati Uniti. Eppure il suo profilo artistico è già fortemente delineato e personale: allievo di Mario Castelnuovo-Tedesco, il compositore italiano emigrato negli States dove ha formato generazioni di musicisti cinematografici, Williams sembra attratto in misura eguale dagli ultimi scampoli del postromanticismo mitteleuropeo, dal Novecento storico russo (Prokofiev e Sostakovich), nonché dalle pulsioni dell’avanguardia viennese, con insospettate proiezioni in avanti come dimostra ad esempio la sua folgorante partitura per Images (1972) di Robert Altman. Una complessità di interessi che ne fa una figura straordinariamente eclettica eppure fortemente riconoscibile, per modalità di scrittura, ricchezza di orchestrazione, superiore abilità di architetto sonoro.

Ma è in quel 1977 e grazie a George Lucas che la fama di Williams diviene, possiamo ben dirlo, “planetaria”… Il regista chiede al maestro una partitura che sia tutto fuorché esteriormente fantascientifica: niente a che vedere insomma, tanto per intendersi, con le elucubrazioni elettroniche di Bebe e Louis Barron per Il pianeta proibito. Lucas vuole uno stile musicale “vintage” ma modernamente rivissuto, che si riallacci piuttosto ai sontuosi affreschi musicali di Erich Wolfgang Korngold per i film di Errol Flynn. Sotto questi auspici nasce l’ormai leggendaria fanfara d’apertura di Star Wars, oggi sorta di inno nazionale americano alternativo, ed inizia una delle più titaniche imprese che la storia della musica per film annoveri.

 

Lungo questo quarantennio, e mentre la sua carriera spicca il volo sia come compositore di elezione per Spielberg sia come autore di decine di altri titoli di squillante successo, Williams costruisce un universo mitologico di proporzioni colossali e di concezione wagneriana: non solo per l’affinità narrativa di alcuni nuclei centrali con quelli dell’Anello del Nibelungo, ma anche per la parentela stretta di alcune costruzioni musicali (il tema della Forza con quello di Sigfrido, il tema dell’Impero con quello dei Giganti, ecc.), e soprattutto per la vastità di un’impresa che ha dovuto rendere omogenei e coerenti i suoi diversi capitoli lungo un arco di tempo amplissimo. Ed è proprio questa straordinaria unitarietà stilistica, tanto più sorprendente se considerata lungo quattro decenni di attività del compositore, a fare oggi di Star Wars una creazione compatta e scolpita a livello globale, malgrado la qualità tutt’altro che lineare dei suoi singoli segmenti.

 

Se la trilogia iniziale (Episodi IV, V e VI) risuonava infatti di un fasto strumentale straussiano, in un’incessante mobilità ritmica e con una variegata offerta di leit-motifs, i tre successivi prequel (Episodi I, II e III) ponevano innanzitutto un problema di continuità musicale non facile: si trattava infatti di anticipare alcuni dei temi già noti – ma anteriori nella cronologia degli eventi – innestandoli su materiali nuovi. Cosa che Williams è riuscito a fare con una mirabile fluidità, come nell’enunciazione del tema di Anakin-futuro Darth Vader (che contiene già nella coda un anticipo del tema dell’Impero), e nel meraviglioso finale dell’Episodio III La vendetta dei Sith – musicalmente il più eccelso – dove compaiono i temi di Luke e Leia all’atto della loro nascita: senza contare un tema d’amore forse fra i più belli nella storia della musica per film, quello di Anakin e Padme.

 

Ma qui era ancora la presenza diretta di Lucas a garantire in qualche modo l’osservanza, anche musicale, di una memoria condivisa. Del tutto stupefacente è invece ora la freschezza e l’immediatezza con cui l’85enne compositore si è accostato all’ultima trilogia: già nell’Episodio VII Il risveglio della forza, ora nell’ottavo, Gli ultimi Jedi, e fra due anni nel nono e conclusivo, il colore sonoro caratteristico dell’intera saga appare immacolato e incandescente come 40 anni fa: strumentazione fastosa ma non invasiva, anzi ricca di oasi cameristiche, archi morbidi e flessuosi, ottoni brucianti, squarci melodici irresistibili alternati ad abissi atonali, e soprattutto continuano a svilupparsi idee sempre nuove e potenti, come i temi di Kylo Ren (Adam Driver) e Rey (Daisy Ridley), già apparsi nell’Episodio VII. La quantità e qualità dei materiali musicali messi in campo da Williams è tale, anzi, da costituire oggi il vero e più forte, inattaccabile collante autoriale dell’intero ciclo: lo sa bene il regista di Gli ultimi Jedi Rian Johnson, che è giunto addirittura a montare il film partendo dalle musiche williamsiane, rovesciando così quella che è la normale procedura della postproduzione. Una presa d’atto inevitabile e consapevole del ruolo di protagonista assoluto che John Williams ha saputo assumere all’interno di una delle epopee più vivide e condivise dell’immaginario contemporaneo.