Intervista: Robert Guediguian

Da dove viene la voglia di rappresentarsi, in “A l’attaque!”, nei due ruoli di sceneggiatore e regista?
Quello che mi interessava di più, in questo film, era avere un dispositivo, un procedimento, una macchina da poter mettere in gioco insieme ai miei attori, agli scenografi, ai tecnici, e così via… In maniera aneddotica, è un film sulla scrittura, ma non è questo il tema che mi premeva approfondire maggiormente: non è il cinema nel cinema. Per usare un termine moderno, avrei fatto un film interattivo, per usare un termine meno moderno, direi semplicemente un film che possa accogliere.

C’è, da parte sua, in questo film, la volontà di chiosare, di volta in volta, l’azione?
Per me, è una linea di lavoro. Sono tre pellicole che ho girato su questo tipo di temi: “ L’argent fait le bonheur” (1992), “Marius et Jeannette” (1996), e questo film qui. Ho realizzato film molto diversi, però quello che volevo pormi è, sempre, l’interrogativo del cinema politico, ma volevo farlo con humour. Per quanto mi riguarda, è un cinema soprattutto popolare. Sono stato sempre molto sorpreso, negli anni, quando si parlava di cinema politico-sociale, e non ci si poneva mai l’interrogativo di chi va a vedere questi film. Io faccio il cinema popolare, nel senso che chiamo in gioco diverse forme, e qui mi collego al discorso dell’accoglienza. Anche in quest’ultimo film, io ricerco delle forme popolari, ne metto in gioco molte: per esempio, la musica è senz’altro Charlie Chaplin, o “Bella ciao”, che voi conoscete meglio di me, una canzone rivoluzionaria italiana. Non si è, poi, molto lontani dal teatro del guignol, dalla commedia dell’arte. O anche dal teatro di Brecht, dal cabaret tedesco degli anni ’20. In questo senso, mi sono posto la questione del cinema politico, cioè dal punto di vista della sua efficacia e della sua didattica pedagogica. Credo che le forme popolari di cinema e di teatro non debbano rifarsi al naturalismo: non è, secondo me, per intenderci “ Pearl Heabor”. Non sono quei film in cui il popolo viene preso per imbecille. Sono, invece, quelle forme in cui il codice è noto: la gente sa cosa va a vedere e perché. Il pubblico è contento di vedere come queste regole del gioco vengono usate dagli artisti: si tratta di forme codificate, e i codici variano poco. Il popolo ha voglia di osservare anche le passioni di questo mondo: in questo film, come anche in Chaplin, vengono date delle spiegazioni, magari anche semplici, di alcuni fenomeni. Come può essere, in questo caso, la globalizzazione dell’economia. Il popolo ha voglia di vedere, che so, il gendarme picchiato dal ladro, i contadini che vincono sul proprietario, gli operai sul padrone, gli indiani sui cowboy. Insomma, il Carnevale.

Il regista Guediguian come si pone di fronte al G8? Cosa fa? Va, lo filma e ne fa un cinema popolare?
In quel momento, io starò girando un film, quindi non sarò a Genova. Però, ovviamente, sarò al corrente di quello che succederà lì. Peraltro, io sono attivo, in questo ambito: per esempio, sono presidente della Società di registi cinematografici francesi, mi sono occupato di un ufficio di collegamento per l’organizzazione del cinema per tutte le questioni legate all’OMC (Organizzazione Mondiale del commercio). Mi occupo anche di organizzazione sindacale, di tutte le materie collegate al cinema. Non ritengo, però, una cosa intelligente, per me, andare a filmare a Porto Alegre o a Davos: lo fa già la televisione. Quello è giornalismo: non è il mio mestiere. Io mi esprimo diversamente: parlo direttamente della globalizzazione in modo, secondo me, più didattico-pedagogico di quanto non farebbe un economista.

Le battute fulminanti del film sono nate sul set?
No, è tutto scritto.

C’è una tradizione del sud della Francia, soprattutto Pagnol, di cui si sente erede?
Ovviamente si. Pagnol, tra l’altro, è colui che ha inventato il cinema della parola. Pagnol era agli inizi del cinema sonoro: è stato il primo a far sì che, nel cinema, le situazioni avanzassero attraverso il dialogo, cosa che non esisteva prima nel cinema burlesco. Ha influenzato moltissimo il cinema mondiale: non è, infatti, un caso che sia il cineasta francese più noto nel mondo. Poiché bisogna uccidere il padre, io ho voluto, in qualche modo, smarcarmi da questo peso che gravava terribilmente sulle mie spalle e rispetto al quale mi sentivo fragile e stanco. Del resto, io, oggi, mi servo di un certo tipo di lavoro di Pagnol, rovesciandolo. Poi, c’è un’altra cosa rispetto alla quale non sono assolutamente in sintonia con lui: Pagnol era di destra. Per me, non è assolutamente così.

Dal cinema italiano è sparita la gente che lavora. Come avete fatto, voi francesi, a tenervi legati alla realtà concreta, popolare, reale?
In verità, non eravamo in molti a farlo: negli anni ’80 non lo faceva quasi nessuno. Per intenderci, sono gli anni di Mitterrand. Però, poi, la generazione successiva alla mia ha rimesso, nel cinema, i personaggi popolari. Secondo me, la spiegazione è storico-sociologica: in Francia, la gente, negli ultimi dieci anni, ha ricominciato a lottare molto e bene. Il popolo è sceso in strada e, quindi, lo si ritrova anche nel cinema. Negli anni ’80, invece, era un disastro, perché si girava a vuoto. Il cinema era ripiegato su se stesso e si rifaceva ai padri, alla Nouvelle Vague, creando una sorta di sottospecie di Nouvelle Vague, molto cattiva. Negli anni ’90, c’è stato un eccezionale ritorno di queste cose… Oggi, noi registi siamo molto amici: ci frequentiamo anche nell’ambito dell’associazione dei registi francesi. Tra l’altro, io ho sempre fatto produzione, quindi produco molte di queste persone, di questi miei amici. Si tratta di un’ottima possibilità, ammesso che duri!