Intervista al regista Vittorio Moroni

Eva e Adamo, come i suoi precedenti lavori Tu devi essere il lupo e Le ferie di Licu, si basa su un sistema di autodistribuzione. Ci può spiegare meglio come funziona il meccanismo? Qual è stato finora il riscontro del pubblico?

In realtà i miei film sono tutti usciti in sale di prima visione e grazie al pubblico sono riusciti a rimanervi per tempi anche piuttosto lunghi. La differenza è che il nostro modello distributivo cerca di coinvolgere il pubblico fin dall’inizio, in qualche modo prova a renderlo responsabile delle sorti del film, come noi autori ci rendiamo responsabili davanti al pubblico per quello che abbiamo fatto. Per questo cerchiamo di considerare il cinema una casa: accogliamo il pubblico, siamo pronti a fare dibattiti, ad accogliere critiche e commenti. Al tempo stesso chiediamo al pubblico se il film è piaciuto, di aiutarci a fare passaparola. Eva e Adamo è rimasto in sala a Roma e Milano per 3 settimane in un periodo molto competitivo della stagione dove gli spazi erano minimi. È stato possibile solo grazie al fatto che gli spettatori erano colpiti, emozionati, intrigati dal film e volevano dirlo alle persone care. Ora comincia l’“Eva e Adamo” tour. Il film cercherà di arrivare ovunque, grandi centri e villaggi remoti. E noi, se possibile, al seguito.

Qual è lo stato della cinematografia nostrana? Esiste o può esistere, secondo lei, un’industria cinematografica che non tratti il cinema solo come un prodotto di consumo e fonte di introiti ma che lo consideri, prima di tutto, un’arte da salvaguardare e incoraggiare?

Facendo una disamina razionale non c’è nessun segno per essere ottimisti. Non solo i decisori tendono ad appiattire e standardizzare e quindi a rendere impossibile la circolazione di opere davvero diverse e indipendenti, ma nemmeno esiste un mercato, cioè un luogo fatto di regole e garanzie, dove le opere possano gareggiare lealmente. Ovunque ci sono trust, monopoli, oligopoli, chiusure, paradossi. Per quanto mi riguarda, cerco di proseguire il mio cammino con il pessimismo delle idee e l’ottimismo delle azioni, cioè di farmi guidare da una specie di disperazione costruttiva. Glauber Rocha diceva: “Regista è colui che trova i soldi per realizzare il suo film”. Oggi, che si possono fare certi film con meno soldi, credo che la frase vada aggiornata così: “Regista è colui che trova il modo di far vedere il suo film”.

Il 3 ottobre u.s. c’è stata una importante manifestazione a Roma per la difesa della libertà di informazione. Erano presenti anche numerosi esponenti del mondo della cultura e dello spettacolo. Crede che la libertà d’informazione sia in pericolo in Italia? Libertà d’informazione vuol dire anche libertà di produrre cultura. C’è una cultura libera in Italia?

Come dicevo, l’Italia è un Paese bloccato e corporativo, lo è nel profondo, fin nel cuore della società civile. Chi la governa, chi la informa, chi la intrattiene non sono altro che le espressioni più visibili di un atteggiamento diffuso e capillare; la maggioranza degli italiani è corrotta dall’abitudine dell’agire clanico; è soprattutto per questo che non c’è nessuno spazio in questo Paese che sia davvero aperto ad un confronto leale, meritocratico; tutto tende al monopolio, all’accentramento in poche mani, tutto è concatenazione di interessi, “do ut des”, appoggi, convenienze, lobby. Essere fuori da questo reticolato significa essere fuori. Così in tutti i settori anche della produzione culturale le persone che decidono davvero le cose sono inaccettabilmente poche e non viene loro mai chiesto di rispondere delle proprie scelte, dei propri errori; si domanda loro soltanto obbedienza alla lobby di riferimento. In un Paese così parlare di libertà (di informazione, di fare cultura, di fare impresa…) è parlare di una favola inverosimile.

Parliamo di Eva e Adamo. Può raccontarci la genesi del film? C’è stata la possibilità di una produzione e di una distribuzione diverse stavolta o ha optato subito per la scelta “fai da te”?

Con i miei collaboratori abbiamo creato nel 2006 una società di produzione e distribuzione, la 50Notturno, che ci è sembrata del tutto adeguata a portare a compimento con amore e dedizione il progetto prima produttivo e poi distributivo di Eva e Adamo, progetto che del resto non avrebbe mai interessato le 3 o 4 distribuzioni rimaste in Italia, che non abbiamo nemmeno interpellato.

Perché queste tre storie? Ce n’erano altre? Ha dovuto compiere un’operazione di selezione? Quali sono stati i tempi di lavorazione?

Queste tre storie insieme mi sembravano perfette per tessere un discorso comune e porre una domanda radicale su quello che noi italiani del 2009 siamo disposti a considerare dietro il termine “libertà” quando pensiamo ai legami amorosi. Queste tre donne, queste tre coppie sono state scelte tra altre, con le quali pure abbiamo intrapreso un cammino che non è giunto, per ragioni diverse, alla meta. È stato un lavoro di anni.

Lei nel film fa una scelta netta: decide di privilegiare decisamente il punto di vista delle donne, quasi attribuisca loro una maggiore maturità, una maggiore sensibilità. Sembra che gli uomini non le interessino poi tanto, che non si fidi molto di loro…

In tutte le civiltà, compresa la nostra, le donne sono la vera novità, la vera prova del nove di tutte le trasformazioni degli ultimi decenni. Il loro corpo, le loro opportunità, le loro scelte sono la bussola per cercare di capire.

Si ha la sensazione che lei si sia lasciato quasi trasportare da ciò che filmava, e che, se avesse potuto, avrebbe continuato a girare all’infinito…

È la bellezza e la tragedia del fare documentari in questo modo. Navighi senza sapere davvero dove arriverai, ti lasci sorprendere da un’isola, pensi che potrebbe essere il tuo porto definitivo, stai mettendo l’ancora e ti accorgi che laggiù sta apparendo qualcosa di grandioso, più interessante di tutto il tuo viaggio precedente. Allora cerchi di dirigerti laggiù, ma arriva una tempesta e non vedi più nulla, provi a seguire l’istinto e tenere fermo il timone, ma finisci sulle rapide; sopravvivi ma non sai quanto dovrai navigare ancora per raggiungere terra… Insomma è una lotta forsennata per dare forma a qualcosa di fluido, indecifrabile, misterioso.

Temo che definire “documentario” il suo film sia, per certi versi, non del tutto idoneo. Sembra quasi che con lo scorrere dei minuti le sue donne acquisiscano, in un certo senso, sempre più uno spessore narrativo, diventino quasi veri e propri personaggi…

Se ha provato questo io sono un regista felice. Quando mi chiedono: “È un documentario o una fiction?”, rispondo: “È un film”.

A ben vedere c’è poco Eden nel suo film. Qual è il peccato originale dei suoi Eva e Adamo?

Forse forzare i limiti condivisi socialmente avventurandosi con caparbietà e determinazione dentro forme di relazione che sono un miscuglio inestricabile di affetto, bisogni materiali, richieste di risarcimenti, solitudini… Tutte cose che non siamo disposti facilmente ad ammettere che abitino anche dentro le nostre “relazioni d’amore”. Un amico, all’uscita del film, mi ha detto: “Ma non è un film sull’amore. È un film sulla malattia”. “Appunto” – gli ho risposto – “è un film sull’amore”.

Per finire ci può dire come è andata la collaborazione con l’artista Peter Moon?

Peter Moon ha realizzato dei dipinti secondo me bellissimi, cercando di dialogare in modo libero, spregiudicato e pop con la tradizione iconografica (Masaccio, Masolino, Bosch…), con il racconto dell’Eden e della cacciata. La presenza dei quadri, così come della musica rinascimentale eseguita da Franco Pavan, aiutano secondo me potentemente il film a distanziarsi dall’immediatezza quotidiana e documentaristica della vita per andare per un momento sulla luna e da lì cercare di osservare nel profondo i personaggi, cercare di cogliere la loro essenza. I quadri, fatti appositamente per il film, ora hanno anche un’esistenza autonoma. Chi fosse interessato può rivolgersi alla Galleria L’Affiche di Milano.