Intervista ai Fratelli Dardenne

Il film Rosetta, che ha fatto conoscere i fratelli Dardenne al grande pubblico internazionale per la Palma d’Oro di Cannes ‘99, fischiata come ai tempi delle grandi contestazioni, non è il prodotto casuale di due registi quasi cinquantenni e semi-sconosciuti. CineCriticaWeb li ha intervistati.

Come avete vissuto il successo de ‘La promesse’ e in che misura ha influenzato Rosetta?
Luc: Prima dell’uscita de La Promesse alcuni sostenevano che il nostro lavoro non avrebbe mai avuto risonanza presso il pubblico. Invece ha raggiunto quelli che doveva raggiungere, perchè con La promesse abbiamo trovato il nostro linguaggio, siamo entrambi d’accordo su questo. Finalmente ci siamo occupati delle cose nel modo in cui volevamo, abbiamo girato come volevamo girare, con le persone con cui volevamo girare.
Jean-Pierre: Comunque il riconoscimento è anche pericoloso, può anestetizzarti. E’ più interessante quando ti dicono che non va, perchè ti spinge a migliorare il tuo lavoro, è sempre meglio andare contro qualcosa. C’era, quindi, la paura che La promesse ci togliesse energia. Lavorando con lo stesso cast tecnico, per il suono, montaggio, scenografia, fotografia, missaggio, sul set di Rosetta abbiamo dovuto dire alla troupe: “Ragazzi, qui non si rifà La promesse”, perchè altrimenti avrebbero obiettato: “Ma in La promesse non si faceva così…” E’ pur vero che la ‘coppia infernale’, Roger e Igor, padre e figlio in La promesse, ci ha perseguitato a lungo. D’altronde, quando abbiamo chiesto a Olivier Gourmet, che interpretava il ruolo di Roger, di lavorare ancora con noi, ci siamo ripromessi che non avrebbe in alcun modo dovuto assomigliare a Roger. E’ stata una sfida sia per lui che per noi.

Ma poi il film ‘Rosetta’ è diventato una sorta di summa di tutto il vostro lavoro precedente…
Jean-Pierre: Rosetta è un piccolo mito, un simbolo di questi giovani che sono esclusi dalla società. Volevamo mettere al centro dell’attenzione proprio questi emarginati che non sono mai oggetto delle politiche europee. Ci interessava di analizzare questo personaggio di sopravvissuta, per capire come cerca di entrare all’interno della società, una questione di vita o di morte, sapendo che non c’è posto per tutti. Volevamo vedere come arriva a non dare la morte a sè stessa e a un altro individuo, prima di accorgersi di un altro essere umano.

Ma Rosetta è talmente abbrutita dalla ricerca di un lavoro che tradisce l’unica persona che l’ha aiutata…
Jean-Pierre: Conquistare un lavoro è una guerra, al giorno d’oggi. Non lavorare, se non lo si è scelto, significa essere emarginati dalla società, per cui è pronta a tutto e si riduce a prendere il posto di un altro, pur di averlo. E’ un personaggio ossessionato, si alza ogni mattina come un soldato che va alla guerra, tutte le sue energie confluiscono in questa ossessione e deve difendersi continuamente.
Luc: Rosetta non si da mai per vinta, riparte sempre all’attacco. E’ una sopravvissuta che soddisfa i bisogni primari: acqua, alloggio, cibo. Ha trovato le sue armi, un sistema per sopravvivere: stivali di gomma, scarpe per andare a lavorare, scatole per gli ami, bottiglie per pescare…E’ un po’ come Roger e Igor, ma a un altro livello. E’ in continua attività, ossessionata dalla ricerca di un posto di lavoro.

Guardando retrospettivamente il vostro lavoro, quale filo conduttore individuate? Forse un modo personale di guardare la realtà europea di 10 milioni di disoccupati?
Jean-Pierre: I critici sono quelli che riflettono e anche grazie a loro possiamo capire meglio il nostro lavoro. Quello che ci ha interessato dall’inizio, quando realizzavamo documentari, era la memoria, qualcosa che si sta perdendo, la trasmissione degli eventi della società. Per i nostri documentari abbiamo sempre incontrato gente che parla, che racconta una realtà: la resistenza 30-40 anni dopo, il problemi degli operai, gli scioperi, il giornale stampato clandestinamente negli anni Sessanta. Ci chiedevamo come fosse possibile far parlare queste persone dopo tanto tempo, seppur corredando i loro racconti con immagini di repertorio. Si trattava dei problemi dei singoli, ma sempre rapportati al collettivo, al sociale. Con La promesse e Rosetta abbiamo preso un individuo, per privilegiare la memoria di qualcuno che ha vissuto quella realtà e raccontarla a chi non la conosce.

Vedendo ‘Rosetta’ si è disorientati dalla prima inquadratura, per la sensazione che venga mostrata solo una parte dell’azione. Come ne ‘La promesse’…
Luc: Raccontare impedisce di esistere, meno si racconta un personaggio, più esiste. Si è cercato di non raccontare. Ci siamo mossi in questo senso, in regia, in fase di montaggio. Piuttosto che raccontare, abbiamo cercato di trovare i movimenti essenziali del personaggio. In Rosetta è toccante, commovente, il suo non voler far finta di vivere. Allora lei lotta al punto di fare cose inaccettabili in altre circostanze. Rifiuta di fingere come sua madre, che rappresenta il fallimento e Rosetta ne ha paura.