Incontro con Sergio Rubini

Organizzata da Est Film Festival, si è svolta venerdì 15 giugno a Viterbo una lezione di cinema con Sergio Rubini, intervistato da Alberto Crespi: nel cortile del Palazzo della Provincia, il regista e attore pugliese ha parlato, con generosità e profondità, di cinema, di vita, di responsabilità e impegno, ma anche di sogni. Rubini ha, anzitutto, detto di star lavorando ad un nuovo film, una commedia, e a proposito di questo genere ha confessato di provare una sorta di ansia: “Negli ultimi anni, abbiamo fatto commedie edulcorate che assomigliano più alla tv o alla pubblicità che al cinema. Diamo la colpa di ciò al pubblico ma, poi, arrivano film diversi da altri paesi e trovano un riscontro. Secondo me, invece, c’è una crisi culturale dei produttori: oggi, il produttore non mette più i soldi ma va da un finanziatore e chi finanzia, oggi, è la tv. Così succede che è la tv che ispira il cinema, e non viceversa. Il risultato è che non esistono più film di denuncia perché i film vengono prodotti da chi dovremmo denunciare!”. E ha aggiunto: “ In questo modo, il nostro cinema ha perso gli artigli: non viviamo in un paese realmente libero, c’è una finta libertà e tutti noi ci adattiamo. Un piccolo esempio: ho tenuto un corso a Roma e un giovane regista aveva scritto un corto da ambientare su un bus, era la storia di un autista che veniva licenziato. Quando l’Atac ha saputo l’argomento del corto, non ci ha più prestato il bus per le riprese. Se allarghiamo questo piccolo episodio,capiamo come, spesso, si è costretti a censurarsi”.

Il discorso si è poi spostato sull’Accademia d’Arte Drammatica di Roma e Rubini ha raccontato il suo primo incontro con Gian Maria Volonté: “Sono arrivato a Roma e non sapevo dove era la scuola, mi hanno detto di andare verso il lungotevere e la prima cosa che ho visto, quando sono arrivato, è stato proprio Volontè che rompeva il catenaccio per occupare la scuola: in seguito, ha trascorso diversi giorni con noi durante l’occupazione!”. Andando avanti, il regista-attore ha ricordato l’esordio nel mondo del cinema con il film La stazione (1990): “Avevo fatto la regia di uno spettacolo teatrale scritto da Umberto Marino; un giovane produttore, Domenico Procacci, ha detto: “Perché non ne facciamo un film?”. E così è cominciato tutto.” Se il primo film ha avuto fortuna, il secondo, La bionda (1993),è stato, non un film “sbagliato” ma “esagerato”: “Non ho saputo gestirlo: ci ho messo un anno per girarlo, è uscito un anno dopo. Pensavo che non sarebbe mai finito!”. Dopo Prestazione straordinaria (1994) e Tutto l’amore che c’è (2000), la carriera di Rubini regista continua con L’anima gemella (2002), “una favola nel mare del Salento”. Di quest’ultimo film, ha dichiarato: “ Avevo io stesso scritto il film e con la macchina da presa ho cercato di mettere accenti, virgole, punti: un carrello può servire per raccontare l’attesa, la macchina a mano per esprimere il caos, e così via… Fare regia significa scrivere e, quando è così, è fantastico! La posizione della macchina da presa è uno sguardo: attraverso questa scelta, una persona racconta il proprio punto di vista sul mondo. L’autore ha questo privilegio: cercare un senso nelle cose che gli scorrono accanto”.  Il 2004 è l’anno di L’amore ritorna, storia di un attore abituato alle luci del successo e che, ricoverato in clinica, si ritrova a dover affrontare i conti in sospeso della sua vita.

La terra (2006) è il titolo del film successivo: terra come possesso, come “la roba” di Verga, ma anche come rapporto ancestrale con le proprie radici. Rubini stesso ha chiarito bene questo aspetto: “Sono andato via da casa a 18 anni e alla scuola di recitazione mi hanno, subito, tolto gli accenti. Non mi rendevo conto che mi stavano cambiando: l’ho lasciato fare con la leggerezza di un diciottenne. In seguito, sono tornato sempre meno in Puglia e ho pensato di essere diventato un altro. Quando torni, invece, scopri il contrario: di essere sempre lo stesso, di non essere cambiato. Volevo, appunto, raccontare la storia di un uomo, interpretato da Bentivoglio, che pensa di essere, ormai, un uomo del nord invece, appena torna, c’è qualcosa del luogo che lo intrappola e lo trattiene:scopre, per esempio, che la violenza che lui attribuisce ai fratelli è la sua. A me è capitato di tornare pensando di aver maturato un certo distacco e aver scoperto che non era vero: i luoghi non sono luoghi fisici ma spazi della mente!”. Arrivando al film L’uomo nero (2009), in cui interpreta un ferroviere appassionato di Cezanne, il regista-attore ha rivelato di aver girato nelle ferrovie dove ha lavorato suo padre e ha detto che, per meglio rappresentare l’iniziazione al mondo dei colori e della realtà, ha lavorato, insieme alla montatrice Esmeralda Calabria, con il digitale per colorare i paesaggi. Riguardo al digitale, ha commentato: “Non siamo ancora abituati al digitale perché c’è ancora il ricordo della pellicola ma dobbiamo, comunque, fare i conti con questa nuova tecnologia. Del resto, ho già vissuto questo quando c’è stato il passaggio dalla moviola all’ Avid”. Infine, a Crespi che notava come il suo cinema debba qualcosa sia alla commedia all’italiana sia al neorealismo ma sia, contemporaneamente, qualcosa di diverso da entrambi, Rubini ha risposto: “Secondo me, il cinema non deve raccontare necessariamente ciò che si vede, ma ciò che sfugge, ciò che è nascosto. Deve essere un punto di vista diverso sulla realtà: attraverso i sogni e le metafore, si può raccontare di più. In fondo, anche un sogno offre la possibilità di interpretare la realtà, forse più della realtà stessa”.

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